“Dolor y Gloria”

di José de Arcangelo

Pedro Almodovar firma un mélo in gran parte autobiografico, più malinconico che nostalgico di quel che si potrebbe pensare. Naturalmente, un dramma intimo, più privato che pubblico, e perciò toccante, emozionante, persino commovente. Non mancano le sue passioni, i suoi affetti – spicca la figura della madre e il primo (grande) amore tormentato, tra ricordi (sogni) d’infanzia, primi turbamenti e  momenti vissuti, anche col senno di poi, sensi di colpa e perdono. Maturità e rinascita (artistica) attraverso una vera esistenza che diventa vero cinema.

Salvador Mallo (Antonio Banderas, in stato di grazia, appena premiato a Cannes, alter ego del regista e in parte di se stesso), un regista cinematografico ormai sul viale del tramonto, tra malanni fisici e crisi di creatività, tra ricordi (anche cinematografici) ed emozioni, depressione e autoironia, dolore e gloria, appunto.

Dalla sua infanzia negli anni ‘60 quando la sua famiglia a Paterna, un comune (dalle case ricavate nelle grotte) situato nella provincia di Valencia, in cerca di fortuna; il primo desiderio (da svenimento); il suo primo amore da adulto nella Madrid degli anni ’80, Federico/Marcello (l’argentino Leonardo Sbaraglia); il dolore della rottura di questo amore quando era ancora vivo e palpitante; l’odiato protagonista del suo grande successo, “Sabor”, Alberto (Asier Etxeandia); il tardivo rifugio nell’eroina per superare i dolori fisici e psicologici; la scrittura come unica terapia per dimenticare l’indimenticabile; la scoperta precoce del cinema ed il senso del vuoto, incommensurabile, provocato dall’impossibilità di continuare a fare film.

“Dolor y Gloria” ovviamente affronta anche il tema della creazione artistica, della difficoltà di separarla dalla propria vita e dalle passioni che le danno significato e speranza. Nel recupero del suo passato, Salvador sente l’urgente necessità di narrarlo, e in quel bisogno, trova anche la sua salvezza. Alla fine il suo alter ego (e poi lo stesso Amodovar sulla Croissette) “il cinema mi ha salvato la vita”. Infatti, non mancano citazioni e riferimenti del cinema amato da ragazzo (da Sophia Loren a Mina tramite “Io la conoscevo bene”), incluso il ricordo delle vecchie arene ricavate nelle piazze dei paesini e le mura delle case dove venivano proiettati i film (come già ricordava Salvatores in “Nuovo Cinema Paradiso”). “Nella mia infanzia il cinema odorava di pipì, gelsomino e aria fresca” afferma il protagonista Salvador/Pedro.

Un dramma rappresentato fra le quattro mura di casa (quella vera, colorata, del regista), quindi dall’impianto teatrale, come il monologo/confessione che Salvador vuole resti anonimo ma poi lo dona all’attore odiato per trent’anni come gesto di rappacificazione. Gli esterni vengono destinati ai ricordi e all’immaginazione, sorta di film nel film e che alla fine verrà realizzato.

Interpretato dai suoi attori feticcio, infatti in “Dolor y gloria” la madre giovane è interpretata da Penelope Cruz e anziana da Julieta Serrano, da trent’anni nei suoi film; ma ci sono i ruoli cameo di Cecilia Roth (Zulema), premiata protagonista di “Tutto su mia madre”, e del fratello produttore Agustin Almodovar (il prete). Il compositore Alberto Iglesias ha ricevuto il Cannes Soundtrack Award.

Nelle sale italiane dal 17 maggio 2019 distribuito da Warner Bros. Entertainment Italia