La donna che guardava le serie in tv

di Gladis Alicia Pereyra

  Guardare le serie è distensivo, aiuta a rilassarsi, a non pensare, a dimenticare se stessi. Al contrario della lettura, non c’è bisogno di sforzare l’ immaginazione per ricreare lo spazio – tempo che l’autore descrive, l’immagine parla da sé, basta seguirla senza tentare di penetrare un eventuale retroscena che i dialoghi non svelano, ma possono farlo gli sguardi, l’intonazione della voce, un gesto e, soprattutto, i personaggi non sono costruzioni lessicali, appaiono come persone reali di cui si conosce ogni cosa e, anche se non si entra in relazione diretta, è possibile partecipare al loro mondo senza pretendere che loro partecipino al nostro, senza provare la frustante sensazione di non svegliare l’interesse di nessuno.
Lei credeva di guardare le serie per rilassarsi e distrarsi, in realtà lo faceva per provare emozioni, anche se indirette, in prestito, riflesse, la facevano sentire in qualche modo reattiva, spezzavano la trappola dell’indifferenza verso tutto e verso tutti e provava ancora qualcosa di simile al calore della compagnia.
Era una donna troppo intelligente per ingannarsi completamente e la verità aleggiava in sottofondo, come un accompagnamento musicale inquietante cui non doveva prestare ascolto, perché se lo avesse lasciato balzare in primo piano, anche l’ultimo rifugio le sarebbe stato negato. Per questo partecipava attivamente all’inganno, lucidamente si raccontava frottole; convinta di non avere ormai una storia propria, si cibava di vicende altrui che librettisti dotati di un’immaginazione convenzionale elaboravano, con un occhio allo share per non restare disoccupati.
Com’era iniziato quel suo interesse per le serie televisive, nemmeno si proponeva di ricordarlo; a volte il ricordo minacciava di assalirla, principalmente in momenti di sconforto quando, senza nemmeno avvisare gli utenti, la serie del pomeriggio veniva sospesa per far posto a una partita di calcio e lei non sapeva come impiegare il tempo che la separava dalla cena e dal telegiornale e dalle serie di prima e seconda serata che l’avrebbero accompagnata a finire la giornata serenamente, come una specie di pre sonnifero pronto a diluirsi senza sobbalzi nel sonnifero vero, insostituibile garante di sette ore di oblio. Il minaccioso riaffiorare di quel ricordo veniva bloccato all’istante da un’efficientissima linea di difesa che scattava automaticamente. Una sorta di iron dome mentale.
Un pomeriggio di settembre inoltrato, spento ormai il condizionatore che creava una finta primavera nelle stanze, proteggendola dagli esterni ardori, qualcosa non aveva funzionato nel sistema difensivo e il ricordo di altre estate passate al mare o in montagna in lieta compagnia, la pugnalò a tradimento precipitandola nel più disgustoso dei rimpianti e il resto venne da sé.
Il passato le cadde addosso come un muro che precipita dopo una scossa di terremoto. Traballò il pavimento, vi si aprirono larghe crepe e, nel polverone che si levò dalle macerie, lei non intravide nulla. Provò una sensazione strana, misto di nostalgia e dolore e paura. Non desiderava una resa dei conti, l’aveva dribblata come il più esperto dei calciatori per tutti quegli anni e, senza accorgersi, aveva lasciato il campo, era in panchina per propria scelta, a guardare una finta partita sullo schermo del televisore. Ora anche lo schermo era coperto di polvere, non le restava che lo specchio se avesse voluto guardare un volto umano.
Andò in cucina lasciando il televisore acceso, si preparò un panino, si riempì un bicchiere di vino e uscì sul terrazzo. Era buio. Finiti i lunghi tramonti estivi che in un lontano ieri le piacevano tanto, ora la sera arrivava presto e lei sentiva che il brusco passaggio dalla luce al buio era rassicurante, odiava le agonie, il lento spegnersi. Per questo non voleva che i riflettori si riaccendessero sul passato portandolo in vita per poi lasciarlo languire piano piano, irrimediabilmente. Il passato era sprofondato nella botola che aveva risolutamente aperta nella mente, una sorta di amnesia volontaria che allontanava la rabbia, il dolore, la consapevolezza che il suo futuro era andato in pezzi. Aveva sempre creduto che i traumi capaci di segnare una vita per sempre avvenissero nell’infanzia, quando la personalità è ancora incompleta, a sue spese aveva scoperto che anche alle soglie della vecchiaia un evento traumatico può distruggere una personalità ben sviluppata attraverso gli anni, forse perché la vecchiaia è una seconda infanzia, un crepuscolo che non porta più verso la luce ma, al contrario, dalla luce si allontana. I bambini e i vecchi hanno in comune la fragilità e l’incapacità di gestire la propria vita senza dipendere dagli altri.
Non la spaventava ciò che sarebbe potuto emergere da quel passato, ancora acquattato tra le macerie del crollo, che minacciava di avventarsi sul presente completando il suo compito distruttivo; a spaventarla era l’imminente resa dei conti con se stessa. Chi le aveva fatto tanto male era colpevole, ma la responsabilità di essere caduta in quell’ovattato limbo artificiale era sua. Sua era la colpa se la vita, quella vera, palpitava altrove e se lei avesse avuto la sventatezza di prenderne pienamente atto, sarebbe precipitata nel vuoto, non avrebbe avuto più presente, perché il suo presente era quel quotidiano straniarsi da se stessa e non poteva immaginarne un altro.
Non accese la luce, restò a mordicchiare il panino e a bere il vino, circondata dalle sagome delle piante, anche loro si preparavano ad affrontare l’inverno, ancora avvolte negli estremi tepori dell’estate.
Di là dal muro crollato si susseguivano immagini che facevano male, nonostante fossero ancora sfuocate. L’incidente che aveva interrotto il normale svolgersi della sua vita era banale, terribilmente banale e squallido. Sì, era di un tale squallore e di una tale banalità che nessuno scrittore se ne sarebbe servito per la trama di un romanzo. I normali casi della vita diventano degni di attenzione per scrittori e polizia quando sfociano in tragedia, altrimenti restano relegati alla storia personale di ogni individuo. Deve scorrere il sangue perché un banalissimo tradimento salti agli onori della cronaca. Non era questo il suo caso, il sangue non era stato versato, anche se una vita si era interrotta.
Non voleva ricordare, ma stava già ricordando la morsa dell’angoscia sullo stomaco a ogni risveglio, quando s’immetteva nuovamente nella realtà amara, per qualche ora cancellata dal sonno. Quella morsa dolorosa si stringeva attorno alla bocca dello stomaco ogni mattina, dopo che lui se n’era andato. Se n’era andato dietro a una donna vent’anni più giovane, come da copione aveva detto un amico, mandando all’aria quarant’anni di matrimonio, in apparenza felice. Ma era stato realmente felice?
Ecco una domanda cui non voleva rispondere, perché se lo avesse fatto si sarebbe ritrovata da vittima in corresponsabile del torto subito. Il risentimento è preferibile al rimorso, fa molto meno male. Nel rimorso c’è una componente di vergogna e la vergogna può essere deleteria per l’immagine che si ha di se stessi. L’indice puntato verso il petto altrui ci conferisce la dignità del giudice, ci dà la forza di chi si trova dalla parte della giustizia, dall’altra parte c’è l’imputato, confesso o no, però sempre reo. L’indice puntato verso il proprio petto è tutt’altra storia e non sempre si è preparati ad assumersi le conseguenze.
Era ben consapevole che prima o poi si sarebbe dovuta sedere sul banco degli imputati e mentre retagli indifferenziati di passato danzavano nell’aria ancora tiepida di fine estate, capì che l’ora era arrivata.
Le immagini cominciavano a essere più nitide, a riconoscersi reciprocamente e a formare gruppi. Primeggiava il gruppo del lavoro, la lunga, faticosa scalata fino ai piani alti che l’assorbiva, lasciando poco spazio per l’amore, la spensieratezza e il sesso. Quanto la infastidivano le timide carezze notturne di un marito innamorato, che la desiderava con la stessa passione degli albori del loro rapporto. Un’altra donna si sarebbe sentita lusingata, lei invece si sentiva soffocata. Sì, proprio soffocata e soprattutto incompresa, perché lui non capiva che il giorno dopo ci sarebbe stata un riunione importante e che avrebbe dovuto riposare, per essere ben lucida e pronta per la gara che si sarebbe scatenata tra le ambizioni dei troppi concorrenti. L’infastidiva che lui non se ne rendesse conto, ma l’irritava ancora di più il dover controllare l’irritazione per non umiliarlo, per non fargli del male e il sentirsi costretta a dimostrargli una tenerezza e un dispiacere per il suo rifiuto che non sentiva, anzi, provava tutto il contrario.
Ma lei lo amava realmente? Gli voleva un gran bene. Ma basta voler bene? O amare è un’altra cosa? Non si era mai posta una simile domanda, le era mancato il tempo per addentrarsi nelle sfumature del proprio sentimento. E ora, nel buio del grande terrazzo, la domanda si poneva, ma lei non trovava una risposta, non si stava nascondendo ancora, semplicemente non sapeva se lo avesse amato realmente. E un’altra domanda si faceva avanti: perché dal lavoro era passata all’amore come se fossero vicende intimamente collegate, come due facce della stessa moneta? Forse perché erano state le due cose più impegnative della sua vita e sembrava che una avesse invaso lo spazio dell’altra e forse era stato così, semplicemente perché si dividevano un’energia che lei non possedeva per soddisfare entrambe. Aveva dovuto fare sempre una scelta, tiranneggiata da due sfere della sua esistenza che entravano in concorrenza e ognuna pretendeva di occupare il centro della sua vita. Nell’extragrande maggioranza dei casi la sua scelta era caduta sul lavoro. E non per caso aveva scelto il lavoro, senza averne la consapevolezza, così come l’aveva in quel momento. Aveva scelto il lavoro perché le offriva una meta da raggiungere, il che implicava una costante lotta che la esaltava. Il matrimonio non le presentava alcuna cima da raggiungere, al contrario, avrebbe dovuto essere una pianura rassicurante, sicura, dove rallentare il passo e riprendere fiato. Non era, però, stato così, la vita di coppia esigeva da lei impegno, una sorta di secondo lavoro, altro che riposo. Il suo uomo voleva attenzione, vedeva nel lavoro di lei un concorrente pericoloso che lo rilegava a un secondo piano, mai accettato e questa considerazione portò una domanda inaspettata: e se fosse stato lui al posto suo? Se fosse stato l’uomo e non la donna a essere troppo occupato in far carriera, per prestare la debita attenzione alla consorte? Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, così dicono, e dietro una grande donna che uomo c’è? Una donna spinge il marito ad andare avanti, lo sostiene, lo consiglia, condivide i suoi successi sentendoli come propri, è orgogliosa del suo uomo e trova sempre il modo di aiutarlo ad affrontare e superare le difficoltà e le parole giuste per consolarlo nelle sconfitte. Aveva lei ricevuti questi stimoli dal marito? se così fosse stato non lo ricordava. Anche lui aveva un lavoro, ma non aveva mai nutrito grandi ambizioni, si accontentava di svolgere il suo compito correttamente e non aspirava ad altro, era pigro per natura e l’ambizione non è una caratteristiche dei pigri. Lei avrebbe voluto che la sua vita coniugale fosse stata la pianura dove ricuperare forze per la lotta che si svolgeva altrove. Per lui, invece, la loro vita in comune era stata soltanto una parte, da percorrere in compagnia, della pianura che aveva scelto per transitare nella vita.
E a quel punto si presentò un sospetto: e se la mancanza di ambizione del marito fosse frutto del sentirsi troppo solo? Se fosse dipesa anche dall’assenza di stimoli che gli arrivavano da lei? Una volta aveva quasi urlato: mi sento troppo solo! Era in piedi in mezzo alla stanza, quel particolare lo ricorda bene, anzi le sembrava di rivederlo, le sembrava di percepire ancora l’angoscia che scaturiva da quelle parole e quel senso di abbandono, quella richiesta di aiuto, che lei non aveva percepito, viaggiava nel tempo e la colpiva in pieno petto, al punto che per fuggire all’inaspettata e tardiva emozione si alzò e fece alcuni passi tra le piante.
Tornò a sedersi. Ormai non sapeva più quale fosse la domanda fondamentale, quella cui avrebbe dovuto rispondere, si era lasciata fuorviare dai ricordi di cose lontane, ricordi di un’altra se stessa. Come e quando quell’intrepida guerriera, affamata di successo e potere, fosse diventata la donna che guardava le serie in TV, dimentica del mondo e dal mondo dimenticata. Quella era la domanda cui doveva rispondere, ma si accorgeva che quella domanda era l’immaginaria base di una piramide di domande che si arrampicavano l’una sull’altra e che l’avrebbero portata talmente lontana da correre il rischio di smarrirsi e non trovare più la via del ritorno. La vita è un labirinto misterioso, pensò, non importa il bivio che scegli, tutti portano allo stesso punto: la morte.
Il pensiero della morte lungi dal deprimerla la ravvivò. Fu come se il pensiero della fine avesse suscitato in lei la ricomparsa dell’antica guerriera. Lo sbocco fatale del labirinto non ha importanza, giacché non c’è modo di evitarlo, è il percorso che conta.
Aveva fatto carriera, era arrivata dove si era proposta e ora, alle soglie della vecchiaia, poteva godersi la sua pensione d’oro, giusto compenso alle fatiche dell’età forte e il suo matrimonio era finito. Una parte della sua vita era stata un successo e l’altra una disfatta.
Ebbe un sussulto, sentì che era giunta al dunque, e la paura fu più forte.
Lei non era preparata ad affrontare una disfatta, la sua vita era stata un susseguirsi di successi, dalle elementari all’università era stata sempre la migliore. Aveva una memoria impressionante -forse in quel momento sarebbe stato più giusto dire: aveva avuto-, e una notevole capacità d’imparare rapidamente e di adattarsi alle situazioni, sfruttandole a suo favore. Il giorno che era entrata per la prima volta nella sede della società che l’avrebbe assunta in seguito a un solo colloquio, la prima cosa che aveva notato era la grande scala di marmo che portava ai piani superiori. La sua ambizione era stata sostenuta dalla sua brillante intelligenza, da una grande energia, dalla tenacia e dalla competenza nel lavoro. Non le era stato regalato niente; nella sua ascesa, ogni scalino era stato sudato.
Era arrivata alla pensione serenamente, con la consapevolezza di aver raggiunto la meta prefissata. Si voltava pagina, l’attendeva un’altra vita in cui si sarebbe permessa di gustare a pieno i piaceri che finora la sua frenetica carriera le aveva concesso soltanto di assaggiare. Aveva ambiziosi progetti per il futuro, era in gran forma fisica e mentale, davanti a lei si apriva un nuovo mondo, nuovi territori da esplorare e conquistare la chiamavano. Credeva che nella nuova vita, più libera e spensierata, il suo matrimonio si sarebbe rinsaldato. Era finito il tempo dei miracoli per mantenere in equilibrio vita privata e carriera e, invece, l’uomo che diceva di amarla se n’era andato con una donna vent’anni più giovane, lasciandola nel peggiore dei modi, dopo averla tradita per mesi a sua insaputa.
Il suo futuro, quando meno se lo aspettava, era crollato. Non c’è niente di più devastante di un futuro che va in pezzi, per chi è abituato a organizzare la propria vita seguendo scrupolosamente un progetto ben delineato. Qualcuno si era permesso di scegliere liberamente, coinvolgendola rovinosamente nella sua scelta. Aveva perso letteralmente la testa, lei sempre così misurata nelle parole e nelle azioni, si era lasciata andare alla più volgare scenata di gelosia. Aveva urlato, accusato, minacciato come una qualsiasi casalinga tradita. In realtà, lui non se n’era andato, lo aveva cacciato lei. Ricordati, gli aveva avvertito, quando uscirai, che la porta di questa casa per te resterà chiusa per sempre. E così era stato.
Rimasta sola nel grande appartamento, era iniziato un periodo terribile; la ferita sanguinava e le condizionava l’agire, perdeva la padronanza di sé che era stata una delle chiavi dei suoi successi. Mostrarsi serena in pubblico, quando mille diavoli si agitavano nel suo animo, era un’impresa titanica. Non voleva la compassione altrui e neanche la solidarietà. Avrebbe voluto che la sua immagine fosse rimasta invariata agli occhi della gente che frequentava e la paura che rabbia e dolore apparissero in trasparenza dietro il suo sorriso mondano, l’aveva condotta, senza quasi accorgersi, a rinchiudersi in casa.
L’isolamento aveva acuito la sofferenza, il desiderio di vendetta l’induceva a fantasticherie violente, finora sconosciute, mentre la consapevolezza che mai avrebbe compiuto un atto irreversibile, le creava frustrazione, un’altra sensazione sconosciuta. Era come se nel profondo si fosse attivato un centro oscuro e malevolo che vomitava in continuazione sensazioni e sentimenti che in passato l’avrebbero fatta vergognare.
Una sera, per azzittire gli ossessivi, dolorosi quanto inutili, pensieri, aveva accesso il televisore ed era piombata nel bel mezzo di un adrenalinico inseguimento. Poche informazioni le erano bastate per capire la situazione. Quel mascalzone che stava fuggendo aveva fatto qualcosa, non sapeva che, ma era colpevole di un fatto grave, forse aveva ucciso un innocente pugnalandolo alla schiena dopo avergli assicurato che poteva fidarsi di lui. Ignorando i motivi della fuga, aveva messo in movimento l’immaginazione, intanto il fuggiasco sparava contro i poliziotti che rispondevano al fuoco, uccidendolo. Lei aveva seguito tutta la scena scontata in acritica sospensione e la morte del delinquente le aveva procurato un inspiegabile appagamento, capace di calmare temporaneamente le sue ansie. Quello era stato il primo incontro con le serie televisive. All’inizio la sicura punizione del colpevole quietava il suo desiderio di vendetta, con lo scorrere del tempo quel desiderio fu perdendo forza fino a quasi scomparire, salvo fare fugaci apparizioni richiamato da qualche scena evocativa, allora l’interesse si trasferì dalla sorte del colpevole alle vicende degli altri personaggi che piano piano occuparono il posto appartenuto in passato a persone in carne e ossa. A quel punto il suo volontario isolamento era divenuto totale.
Ripercorrere nella memoria la strada che l’aveva portata a straniarsi dalla realtà, era stata un’impresa meno difficile di quanto avesse temuto. Il frutto cade quando è maturo, si disse. In realtà non aveva fatto altro che ammettere qualcosa che sapeva da sempre, era troppo lucida per ingannarsi fino in fondo. Quel allontanarsi da se stessa le aveva permesso di elaborare il lutto. Ma di quale lutto si trattava?
Ecco presentarsi la vera domanda. Qual era stato il trauma che aveva condizionato la sua vita negli ultimi tre anni: la perdita dell’uomo che credeva di amare o il ritrovarsi vulnerabile al punto di subire una sconfitta?
La domanda le provocò una sorta di orgoglio rivendicativo. Fin dall’infanzia aveva perseguito il successo nella vita, quella era stata la sua stella polare. Per successo intendeva il dimostrare sempre a se stessa che era capace di arrivare all’obiettivo prefissato, rimovendo ogni ostacolo e al tempo stesso non permettendo a nessuno di decidere per lei. Ed era proprio quello che aveva fatto l’uomo che credeva il suo compagno. Il futuro che aveva pianificato consisteva nel godersi la vita accanto a lui, come non era stata in grado di farlo prima e lui, con il suo tradimento, aveva mandato all’aria i suoi piani. Per la prima volta era stata costretta a sottomettersi al volere altrui, quello era stato il trauma, non la perdita dell’uomo che in quel momento non sapeva neppure se avesse amato o no.
Ma era proprio così? O piuttosto si rifiutava di ammettere che fosse stata anche una volgare pena d’amore tradito a provocarle tanta sofferenza? E le notti quando, non del tutto sveglia, si girava nel letto stendendo la mano per posarla sul corpo addormentato del suo uomo e trovando il materasso freddo scoppiava in lacrime? Aveva pianto di rabbia per il tradimento o perché lui non era più al suo fianco?
Nuovamente i due cardini della sua vita si contendevano il primato come in passato. Ognuno si proponeva come causa scatenante del suo straniarsi dalla realtà.
Non nutriva alcun dubbio sulla causa principale che aveva sconvolta la sua esistenza al punto di spingerla a rinunciare a se stessa. Perché di una vera rinuncia di se stessa si era trattata. Ma c’era anche da prendere in considerazione il piano dei sentimenti traditi e l’abbandono.
E su questo piano tutto si faceva ambiguo.
Se lo avesse amato, lo avrebbe perdonato o, forse, no, forse proprio perché lo aveva amato il tradimento non meritava il perdono. Chissà, nella vita tante domande restano senza risposta, anzi, la maggior parte delle domande rimane senza risposta. Un tale pensiero non era da lei e la lasciò perplessa. Lei aveva avuta sempre la risposta pronta e se non l’aveva la cercava finché trovava quella che riteneva giusta. E ora perché le sembrava che non tutte le domande avessero una risposta? Può darsi perché non riusciva a trovare una risposta univoca alla semplice domanda: aveva o no amato il marito?
Per molto che si sforzasi la risposta non arrivava. Nel ricordo, la realtà dei suoi sentimenti si presentava instabile, mostrava sfaccettature diverse secondo la prospettiva da cui si guardava. Rimaneva inafferrabile e non era possibile porsi domande di fronte a questa danza e contro danza dove i fatti si smarrivano.
Era più facile trovare le risposte giuste nel lavoro, le regole erano note, le leggi del mercato certe. Si poteva anche sbagliare i calcoli e provocare la catastrofe ma, se si possedeva fiuto e competenze, le probabilità d’insuccesso erano minime.
Nel campo dei sentimenti, invece, regnava l’anarchia. Era il regno dell’illogico e dell’istinto. Com’era possibile che non lo avesse capito prima?
In ogni caso, pensò, se dovessi ricominciare farei le stesse scelte.
Una sensazione di vuoto nello stomaco interrupe bruscamente l’introspettiva disamina e si accorse di aver fame. Era una novità, negli ultimi tempi mangiava solo per non dimagrire troppo, nonostante il suo peso la lasciasse non meno indifferente del cibo. Si ricordò del panino al formaggio rimasto, quasi intatto, sul piatto da ore, ormai era notte fonda. Il sapore della caciottina di pecora le ricordò la sorella che, da piccola, si rifiutava di sedersi a tavola se prima non le davano un pezzetto di quel formaggio. Il ricordo le strappò un inaspettato sorriso. Si alzò e andò a prendere il cellulare che aveva lasciato in cucina. Cercò nell’agenda il nome della sorella e chiamò.
Il telefono squillò a lungo prima che una voce assonnata rispondesse.  – Sono io -. – Elvira, ma che è successo? -. Ora la voce era totalmente sveglia e sembrava preoccupata. – Niente è successo, volevo sentirti-. – Ma che ora è? -.  – Non lo so, le tre, credo, non importa. Volevo chiederti se ti va che domani ti aspetti all’uscita del lavoro, potremmo andare a prendere un aperitivo e poi a cena, se ti va -.  – E mi chiami alle tre di notte per questo? Avresti potuto chiamarmi domani -. – No, perché non so se domani avrei ancora voglia di uscire. Lo sai com’è… – la voce dell’altra si addolcì  – ma certo tesoro, mi farà piacere vederti domani ma, ti prego, non cambiare idea, pensa che io starò lì ad aspettarti -. – Non ti preoccupare, non cambierò idea. Dormi, a domani -. Riattaccò. L’appuntamento coincideva con la trasmissione della serie più interessante, aveva scelto quell’ora di proposito, per mettersi alla prova. La posso sempre vedere in replay, pensò, mentre si coricava e si addormentò prima di accorgersi che non aveva preso il sonnifero.