The unhappy end e il trionfo del genere

Battista Falconi

  L’Orso d’argento conferito a ‘La paranza dei bambini’ all’ultimo Festival di Berlino (tornato di attualità dopo che uno dei giovani protagonisti è stato aggredito e accoltellato a Napoli) conferma due tendenze. La prima è quella che, per lo meno dai tempi del neorealismo, degli Oscar assegnati a ‘La ciociara’, ‘Sciuscià’, ‘Ladri di biciclette’, vede gli stranieri in generale e gli americani in particolare prediligere i film in cui gli italiani si rappresentano nei loro aspetti più deteriori e miserabili. La seconda è quella a premiare sempre più generi e argomenti anziché autori e opere: anch’essa consolidata dalle statuette americane ed esplosa nell’ultima edizione degli Oscar, al punto che un critico autorevole come Paolo Mereghetti scrive di premi assegnati “con il manuale Cencelli” e Repubblica avverte “Hanno vinto tutti ma così gli Oscar perdono valore”. Accogliendo tale tesi, il genere nel quale il film tratto dall’omonimo libro di Roberto Saviano andrebbe inserito, secondo lo stesso autore (in relazione però a un’altra opera, ‘Gomorra’), sarebbe definibile proprio come un secondo neorealismo.
A noi pare però che il tratto saliente di questo genere, che oltre alle due opere già citate ne include altre come “Suburra” o, per uscire dai confini nazionali, la serie di Netflix “Narcos”, sia non tanto la descrizione effettivamente efficacissima di una dolorosa, spietata attualità di cronaca, quanto la costruzione di un immaginario nel quale il male impera in modo irredimibile. Un male assoluto e banale, tanto per utilizzare espressioni pseudo-colte, che pervade l’ambiente, contamina tutti i protagonisti, ne plagia alcuni in modo totale, relega tutto il resto in posizione marginale e perdente, dischiude spiragli di redenzione e speranza minimi, per richiuderli immediatamente e bruscamente. Il finale è annunciato sin dalla prima sequenza: l’“unhappy end”, netto come il “tutti vissero felici e contenti” delle fiabe. Certo si tratta di un immaginario che riverbera percezioni diffuse quando si parla di problemi che appaiono eterni e invincibili come mafie e droga, e che non è stato certo inventato dalle fiction, solo che si ponga mente alla tragedia greca e ad autori come Dostoevskij. Il combinato disposto tra libri, seriali televisivi e web, film di promozione degli stessi conferisce però, alla versione odierna di questa disperazione, un’eco multimediale probabilmente inedita.
Inoltre, questo genere cupo si inserisce nella diffusa tendenza dei prodotti video a tratteggiare personaggi, temi e sentimenti usando l’accetta, più che il cesello: il carnefice e la vittima, il buono e il cattivo sono distinguibili tra loro come il bianco e il nero. Pensiamo a film agiografici su Jorge Maria Bergoglio come ‘Papa Francesco, un uomo di parola’ di Wim Wenders e ‘Chiamatemi Francesco…’ di Daniele Lucchetti, alle fiction tv su filantropi ed eroi anti-qualcosa, alle interviste encomiastiche di Fabio Fazio ma anche a “quanto sono cattivi i politici al cinema”, come osserva Danilo Taino dopo l’uscita del film su Dick Cheney, ‘Vice’. Quanto spesso abbiamo visto su grande schermo, senza un accenno di chiaroscuro, raccontare guerre, malattia, sesso, razzismo, migrazioni, discriminazioni, scontri sociali?
Un manicheismo non solo e non tanto ideologico quanto, ripetiamo, di genere: prodotti simili sono costruiti per un target che, rifacendoci alla distinzione di Paul Lazarsfeld, vuol essere confermato nelle proprie convinzioni e non convertito. Così come, al pubblico che predilige le sfumature, vengono offerti gialli e noir il cui plot si basa proprio sulla scoperta del traditore, sul sospetto che il buono sia in realtà cattivo e viceversa; oppure, per tornare all’esempio delle mafie, prodotti in cui il dramma viene stemperato con l’umorismo, come ‘La mafia uccide solo d’estate’, ‘I topi’, ‘Uno di famiglia’. È vero però che i mezzi di comunicazione di massa tendono soprattutto all’edulcorazione: tra gli ultimi casi “Alla lavagna”, il format di Rai Tre che, sottoponendo personaggi pubblici di varia estrazione al confronto con le preparatissime e pochissimo credibili domande dei bambini, finivano per addolcirli, renderli simpatici (o almeno oggetto di compassione).
Tra i mass media è la televisione, in particolare, a usare il formato come base della propria offerta. Se Mike Bongiorno e Maurizio Costanzo si sono assicurati la visibilità a vita è perché hanno introdotto in Italia il quiz e il talk show; oggi i vituperati ma guardati talent show obbediscono a rigorosissime regole di regia, qualunque sia il talento in gara; l’agonia e la morte di Alfredino Rampi fecero nascere, crudelmente ma ineluttabilmente, le diretta su qualunque nuova tragedia; la cosiddetta tv nostalgia assicura il ritorno di vecchie glorie nei contenitori pomeridiani e con escamotage quali ‘Ora o mai più’, propone inopinati sequel di fiction come ‘La dottoressa Giò’, ricicla programmi anche a distanza di decenni: ‘Portobello’, ‘Rischiatutto’, ‘La tv delle ragazze’, ‘La Corrida’, ‘Vuoi scommettere che-Scommettiamo che?’…
Secondo diversi osservatori, i reboot farebbero il paio con un periodo anche politicamente nostalgico, in cui si torna a parlare di servizio di leva, crocifisso nelle scuole, chiusure domenicali dei negozi, ma anche simboli vintage come il fotoromanzo e Pippo Baudo. Ma forse accade più probabilmente il contrario: la costruzione dell’immaginario genera il reale, se la politica tale può essere definita. E questo vale tanto per la dolcezza del rimpianto quanto per l’angoscia dell’unhappy end.