Cittadina del mondo La vedova allegra al Teatro dell’Opera di Roma

di Ivana Musiani
Rivelatasi un indiscusso capolavoro sin dal suo apparire, i teatri d’opera hanno per molto tempo vietato l’ingresso a La vedova allegra o, per meglio dire, Die lustige Witwe. E’ con questo titolo, nella lingua originale voluta dal regista Michieletto, che al Teatro dell’Opera di Roma si rappresenta in questi giorni, con cinque repliche, la famosa operetta di Franz Lehar, andata in scena per la prima volta a Vienna il 28 dicembre 1905 all’an-der-Wien, il teatro riservato alle operette. Fosse stato per il suo direttore, Herr Karczag, quel lavoro non avrebbe mai dovuto arrivare al palcoscenico, destinato com’era – secondo lui – all’insuccesso. “Questa non è musica”, andava dicendo, ma non potendo evitare di mandarlo in scena, tirò al risparmio sull’allestimento. Quel direttore era certamente un gran conservatore ma, da uomo di teatro, doveva aver avvertito che, dopo quella vedova, l’operetta non sarebbe stata più la stessa. Lo avvertì meglio il pubblico, decretandole un gran successo sin dalla prima sera. Alla duecentesima replica la direzione del teatro volle insignire Lehar d’una medaglia e, alla richiesta dell’iscrizione da inserire, il compositore propose: “Questa non è musica”.
A una delle tante repliche, si recarono Mahler e moglie, che riferì: “Ci mise così di buon umore che, tornati a casa, ci mettemmo a ballare e ricostruimmo a memoria il valzer di Lehar. Anzi, accadde una cosa comica. Per quanto ci sforzassimo, non ricordavamo una certa modulazione; ma eravamo allora tutti e due di un intellettualismo tanto snobistico che ci vergognavamo di comperare un valzer. Andammo insieme nel negozio di musica Doblinger e mentre Mahler intavolava una conversazione col direttore del negozio sulla vendita delle sue opere, io mi misi a sfogliare, con finta noncuranza, i numerosi spartiti e potpourris della Vedova allegra, finché non trovai il valzer e la modulazione che cercavo. Allora mi avvicinai a Mahler che si congedò subito, e per la strada gli cantai la modulazione, perché non mi sfuggisse di nuovo”. L’episodio spiega assai bene i motivi dell’ostilità di addetti ai lavori, snob e pseudo raffinati di negare alla Vedova allegra l’ingresso nei maggiori teatri d’opera. Specialmente qui da noi, dove alcuni critici lanciarono invettive tremende la prima volta che si verificò. Mentre altrove, per l’operetta di Lehar, salivano sul podio direttori del calibro di Furtwängler, Karajan, Kleiber, e la grande Schwarzkopf interpretava il ruolo di Hanna Glawari, la vedova.
Va da sé che sul piano musicale Lehar era preparatissimo. Era nato in territorio ungherese poi passato alla Cecoslovacchia. Al conservatorio di Praga studia violino (che tanta parte avrà nella partitura della Vedova allegra), e poi composizione, ottenendo l’incoraggiamento di Dvorak. All’esame di diploma il diciottenne Lehar esegue il Concerto per violino in re di Bach, per entrare subito nell’orchestra del teatro Barmen-Elberfeld, ma non trovandosi bene preferì la direzione della banda dell’esercito, la stessa professione del padre. Con questo incarico attraversò i vari paesi facenti parte del vecchio Impero absburgico, ed è forse questo il motivo per il quale il suo capolavoro è esente da qualsiasi nazionalità, com’è la Francia per Offenbach, l’Austria per Strauss, l’Ungheria per Kalman, il Regno Unito per Gilbert e Sullivan.. La vedova allegra è cittadina del mondo, e dovunque venga rappresentata il titolo diventa quello più confacente al paese dove in quel momento si trova allogata: The merry widow, La veuve joyeuse, Den glade Enke, La viuda alegre e da noi, naturalmente, La vedova allegra.
Il libretto di Leon e Stein è tratto da una pochade di Meilhac, L’attaché d’ambassade, di scarsa consistenza, come del resto la maggior parte delle operette, tuttavia per la prima volta i personaggi hanno sentimenti e passioni umani, non sono manichini adoperati per esercitare una satira sociale o della pura ilarità. L’azione si svolge a Parigi, presso l’ambasciata dell’immaginario staterello del Pontevedro, che neanche si cura troppo di mascherare quello reale del Montenegro; ce ne fosse ancora bisogno, la conferma viene dal nome del segretario dell’ambasciata, Njegus, che era il secondo nome della famiglia regnante montenegrina: Petrovic-Njegus. Quando l’operetta fu data a Trieste, comparvero infatti scritte indignate che la ritenevano un oltraggio all’allora regina d’Italia, Elena del Montenegro. Se ci è permesso un ricordo personale, nella redazione di Paese sera vi era un redattore capo e grande grafico, Stefano Petrovic, che aveva chiamato zia la Regina Elena quando da profugo era suo ospite al Quirinale, ma si arrabbiava moltissimo se qualcuno lo chiamava principe, com’era in effetti. In un momento di debolezza, confessò che l’autore della pochade si era ispirato a un attaché dell’ambasciata del Montenegro a Parigi, che si comportava esattamente come il Danilo che si vede nell’operetta.
Così si muove il soggetto: il piccolo stato del Pontevedro, in piena crisi finanziaria, ha incaricato l’ambasciatore della sede parigina di impedire che la connazionale Anna Glawari, vedova di un finanziere che le ha lasciato svariati milioni, di risposarsi con un straniero, privando il paese del malloppo cui aspira per risollevare la sua economia. L’attaché Danilo, che con le donne ci sa fare, viene incaricato di sedurla, solo che tra di loro c’era già stata una love story, interrotta per volere della famiglia di lui, perché a quei tempi Hanna era solo una ragazza di ceto inferiore. Grande imbarazzo tra i due, anche se per motivi diversi, ma alla fine l’amore trionfa, al suono del violini, incaricati di introdurre, a seconda delle situazioni, melanconia, rimpianti, allegria, insieme a una suadente sensualità mai avvertita nelle precedenti operette.
La vedova allegra ha avuto numerose trasposizioni cinematografiche, le più famose quella di Erich von Stroheim del 1925, che si svolge in una sala di rappresentanza, per così dire, della reggia montenegrina, nel corso di un pranzo allestito su una rozza tavolata con al centro la vedovella in abiti anni ‘20, circondata da azzimati ufficialetti dai lustri stivali, in mezzo ai quali razzolano galline, sul pavimento di terra battura. E’ del 1934 lo splendido film di Ernst Lubitsch, con un irresistibile Maurice Chévalier nei panni di Danilo e la bellissima e brava Janette Mac Donald in quelli di Hanna, in un fantastico sfavillante, impiego del bianco e nero, con l’apoteosi del valzer, dove le coppie – i cavalieri tutti in smoking, le dame tutte in bianco – girando simultaneamente creano irresistibili successioni cromatiche. Da dimenticare invece la versione hollywoodiana a colori de 1952, con gli improbabili Lana Turner e Fernando Lamas.