Non mi avrai!

di Ivana Musiani

  Non prendete questo libro soltanto come gesto generoso verso coloro che soffrono della stessa patologia dell’autrice. Indubbiamente le indicazioni, i suggerimenti da parte di chi ha imparato a governarla fin dalla prima giovinezza, e adesso di anni ne ha 81, sono preziosissimi, ma il presente libro è anche – starei per dire soprattutto – il romanzo di una lunga vita vissuta da combattente, com’è anche insito nel titolo: Diabete non mi avrai (pag. 126, 8,95 euro, Amazon), per riuscire a vivere un’esistenza il più possibile vicino alla normalità. E c’è riuscita, altro se c’è riuscita! E senza scoraggiarsi, senza deporre mai le armi, come ribadisce la bellicosa epigrafe mediata da Brenno (per chi non lo ricordasse, il capo dei Galli Senoni che mise a sacco Roma), e rivolta “a tutti i diabetici insulinodipendenti… e ai fratelli di tipo 2”: Vae victis, guai ai vinti.
Fosse capitata dalle loro parti, gli americani avrebbero tratto dalla storia di Ettorina un bellissimo film: non a caso la realtà supera sempre la fantasia. E di sicuro avrebbero scelto un’attrice di provata bravura, tanto il ruolo si presenta notevole: forse anche, perché no, due attrici, considerato il lungo percorso, che s’inizia con la protagonista diciassettenne, mentre il the end si conclude ai giorni nostri, con un’Ettorina che ha superato felicemente gli ottanta.
Le prime immagini avrebbero mostrato una graziosa diciassettenne vestita alla moda degli anni ’50, come lei stessa si descrive: abiti allargati con sottogonne rigide e cintura di rame per sottolineare il vitino di vespa; famiglia felice con sorelle e fratelli, gran bella riuscita negli studi di cui è appassionata. E’ a questo punto che avverte un malessere strano e fastidioso, a cui i medici non sanno dare un nome e tanto meno prescrivere le cure, ma è solo quando già frequenta l’università che ad uno di essi viene in mente di prescrivere un’analisi delle urine. Il risultato è così sbalorditivo che il medico se ne esce involontariamente con una battutaccia, non rara nei discepoli di Esculapio: “Signorina, ma queste non sono urine. Questo è sciroppo”. C’era poco da scherzare, a quei tempi il diabete era una malattia che non lasciava scampo perché ritenuta incurabile, dal momento che per essa non esistevano ancora cure.
Dopo quel crudele responso, segue per Ettorina “un anno, tra disperazione, preoccupazione e, infine, accettazione. Non si poteva fare altro”. Ritorna agli studi universitari, nonostante i pesanti disturbi causati dalla malattia: “Ci si può sentire appena un po’ storditi, lievemente insicuri, desiderosi di interrompere il lavoro che si sta facendo, vogliosi di mettersi seduti, incapaci di distinguere perfettamente le cose, malsicuri sulle gambe, desiderosi fortemente di mangiare qualcosa, di appoggiarsi a un sostegno; si può esitare nel pronunciare le parole, non sapere dove trovarsi, non avere la forza di chiedere aiuto, voler essere lasciati soli, chiudere gli occhi”. Tutto questo poteva capitare in qualsiasi momento, anche nel corso di un esame universitario davanti a sconosciuti esaminatori. Naturalmente nel film verrebbe inserito l’episodio, insieme ad altri salienti, come gli alunni di Ettorina, quando dopo la laurea diverrà insegnante, che come avvertono l’inizio d’una crisi che si manifesta con un freddo intenso, la ricoprono con i loro cappotti; e poi c’è la zia di Cori, che dispone di grotte naturali, ottimi refrigeratori, ma per scrupolo acquista un frigorifero soltanto per le medicine della nipote. E arriverà anche l’amore, il matrimonio, due figli, insieme alle battaglia per sconfiggere giorno dopo giorno quel nemico subdolo che sempre sempre le cammina accanto come un’ombra, pronto malignamente a risorgere quando sembrava d’averlo messo alle corde.
Un film bellissimo, commovente (farebbe versare non poche lacrime), ma al quale mancherà il fondamentale capitolo che riguarda l’esperienza su se stessa della malattia e la conoscenza di essa attraverso studi e ricerche, che mette a disposizione di tutti i sofferenti di diabete. Una gran bella persona, questa Ettorina: tosta e generosa, che “continua a vivere facendosi 3 o più iniezioni al giorno ed è felice della sua vita”.