Mengaldo spiega “Com’è la poesia”

Battista Falconi

  La letteratura italiana nasce in ritardo rispetto ad altre letterature europee ma i suoi primi classici resteranno come i fondatori della lingua letteraria, da Dante a Petrarca e Boccaccio, mentre per esempio i tedeschi dovranno attendere Goethe e i russi Puskin. Ce lo ricorda Pier Vincenzo Mengaldo come premessa a “Com’è la poesia” (Carocci editore) evidenziando come però quest’arcaismo letterario valga solo per il genere poetico, mentre il romanzo avrà da noi tarda e relativamente scarsa fortuna.
Altre caratteristiche della nostra poesia sono il bilinguismo italiano/latino e quello italiano/dialetti e un sistema metrico di estrema varietà e libertà: madrigale, canzone, sonetto fino ad arrivare col Novecento alla metrica libera, da non confondere col “verso libero”. Ma anche l’uso marcato e insistito dell’enjambement o inarcatura e quello della rima – che, disse Baudelaire, risponde al bisogno di “monotonia”, “simmetria” e “sorpresa” – per la quale basta rifarsi a Dante, con peculiarità quali la cosiddetta “rima ritmica”, favorita dalle non poche parole sdrucciole.
Il saggio si diffonde poi su aspetti tecnici non esclusivi della nostra produzione come la brevità o concisione del testo, fino al genere epigrammatico o aforistico, in contrapposizione alla capacità di sprigionare immagini dei versi.