Il pallido Enrico

Mamma Oca

  Quando passava Enrico, la gente scuoteva la testa: “Com’è pallido, quel bambino”.
Anche la mamma, quando a giorni alterni portava Enrico dal dottore, non faceva che ripetere. “Guardi, dottore, com’è pallido il mio bambino”.
Il dottore non sapeva più cosa prescrivere. Vitamine, iniezioni ricostituenti, bistecche al sangue, sport, soggiorni al mare e in montagna, e quant’altro consigliato dalla scienza medica e dalla farmacopea in proposito, tutto era stato sperimentato, ma la faccia di Enrico continuava a essere di cera e la gente non smetteva di commentare, al suo passaggio: “Com’è pallido quel bambino”.
Oltre che con bistecche al sangue, la mamma nutriva quotidianamente Enrico con abbondanti piatti di tagliatelle condite col ragù alla bolognese, nella speranza che tutto quel cibo sostanzioso potesse far tornare i colori sulle sue pallide guance.
Un giorno, mentre stava stendendo la sfoglia col matterello, alla mamma venne da osservare: “Come finisce in fretta la farina, in questa casa. E dire che la uso soltanto io”. Volendo venire a capo del mistero, formulò diverse ipotesi, ma soltanto una le sembrò la più verosimile: “Debbono esserci dei topi in dispensa. Quel Nerone sta battendo la fiacca”. Nerone era il gatto di casa e non aveva un solo pelo addosso che non fosse nero.
Da quel momento la mamma si assicurò che il sacco della farina fosse ben chiuso e, per maggior scrupolo, ne marcò il livello con un segno di matita sulla tela.
L’indomani, la farina era diminuita d’un centimetro, e così anche nei giorni che seguirono si verificarono cali della stessa quantità.
Adesso la mamma aveva un altro problema da risolvere, oltre al pallore di Enrico: la costante e misteriosa scomparsa della farina. “Se vado dai carabinieri a denunciare che ogni notte ignoti ladri mi rubano un centimetri di farina, quelli mi ridono giustamente in faccia. I responsabili non sono i topi, altrimenti avrebbero rosicchiato il sacco. E nemmeno Nerone, altrimenti avrebbe il muso infarinato. Chi rimane? In questa casa non ci siamo che io e…”
La soluzione del mistero balenò di colpo nella testa della mamma: così inverosimile, da farla rimanere senza parole. Appena si riprese, gridò con quanto fiato aveva: “Enricooo!”.
Arrivò Enrico, pallido da far paura, ma questa volta la mamma non si lasciò commuovere. Senza tanti complimenti, passò energicamente uno strofinaccio sulla sua faccia di cera, e quello si riempì tutto di farina, intanto che le guance rubizze di Enrico rivelavano i benefici effetti delle cure a base di vitamine, iniezioni, bistecche al sangue e tagliatelle condite col ragù alla bolognese.
La mamma non sapeva se abbandonarsi alla contentezza vedendo che Enrico scoppiava di salute o arrabbiarsi per l’inganno che le aveva causato tante ansie.
“Enrico, perché l’hai fatto?”.
“Perdono, mamma”, piagnucolò Enrico, “ma io mi stavo allenando, perché da grande voglio fare il Pierrot.