Tim Burton presenta il ‘suo’ remake live action di “Dumbo” e riceve il David di Donatello alla carriera

di José de Arcangelo

Tim Burton a Roma per ricevere il David di Donatello alla carriera, ma soprattutto per presentare il suo ultimo film, “Dumbo”, ancora una volta per la Disney. Il remake di un classico mondiale del cinema d’animazione, destinato ai bambini che però allora – ai piccoli di meno di cinque anni – era un vero e proprio shock perché la storia dell’elefantino volante aveva un inizio lungo e tragico.

Infatti, se il visionario autore del fantastico. da “Edward mani di forbice” a “Nightmare Before Christmas” – per ricordare due fra tanti -, stavolta ha ceduto, probabilmente, ai voleri della produzione che, in parte, ha addolcito la storia e, trattandosi di un live action (ovvero film con attori) ha spostato l’attenzione verso la famiglia che se ne prende cura, anche se ‘Dumbo’ resta protagonista. Uno di famiglia, appunto.

Max Medici (Danny DeVito, bentornato!), proprietario di un circo, assume l’ex star Holt Farrier (Colin Farrell) – tornato dalla guerra senza un braccio – insieme ai figli Milly (Nico Parker) e Joe (Finley Hobbins) per occuparsi di un elefante neonato le cui orecchie sproporzionate lo rendono lo zimbello di un circo già in difficoltà e in più la madre viene subito venduta. Ma quando si scopre – grazie all’amorevole rapporto coi ragazzi – che Dumbo può volare, il circo riscuote un incredibile successo attirando l’attenzione del persuasivo imprenditore V.A. Vandevere (Michael Keaton, diventato famoso come protagonista dei primi due “Batman” firmati proprio da Burton) che recluta l’insolito elefantino per il suo nuovo straordinario circo, Dreamland. Dumbo vola sempre più in alto insieme all’affascinante e spettacolare trapezista Colette Marchant (Eva Green) finché Holt scopre che, dietro alla sua facciata scintillante, Dreamland è pieno di oscuri segreti.

“Visto che in ‘Dumbo’ l’elefantino non parla – dichiara il regista -, le sue emozioni dovevano essere espresse in maniera diversa. E la ricerca di una forma più pura e naturale in un mondo così caotico ci ha portato a farlo attraverso lo sguardo”.

Già, perché sono i suoi grandi occhi (ovviamente lavorati in digitale) meravigliati a esprimere emozioni e sentimenti. Del resto mancano i co-protagonisti animati dell’originale, le perfide e pettegole elefantesse e persino il topolino che oltre a spaventare Dumbo ne diventava amico, e qui è solo una ‘comparsa’.

L’autore americano che ama l’Italia e il suo cinema, conferma che il rifacimento “è ovviamente sull’industria dello spettacolo, lo show business, il successo di un artista indipendente e su come le regole commerciali riescano, infine, a distruggere tutto, ma nel film c’è l’happy end, non dimentichiamolo”.

E a proposito dell’ormai vecchia polemica sullo sfruttamento, tortura e maltrattamento degli animali nei circhi, confessa: “Anche se ho fatto dei film ambientati in questo campo, non ho mai amato il circo: i clown mi hanno sempre terrorizzato e non mi è mai piaciuto vedere gli animali sfruttati in scena. Ma credo, invece, che lo zoo sia diverso, perché è il luogo dove i bambini possono imparare qualcosa su animali sconosciuti e, spesso, servono a salvare e tutelare le specie in via d’estinzione. Però il circo non mi è mai piaciuto, tranne cavalli e cani, i quali lì sembrano addirittura divertirsi”.

“Quello che mi è piaciuto di più della sceneggiatura – di Ehren Kruger dal romanzo di Helen Aberson & Harold Pearl – è stato il parallelismo tra la storia dei personaggi umani e Dumbo, tutti e tre segnati dalla perdita di un genitore e/o d’altro. Disorientamento e paura sono sentimenti comuni a tutti. Ho trovato interessante raccontare la vicenda degli uomini che si svolge intorno a quella di Dumbo ed esplorare diverse forme di famiglia”.

E a proposito di nuove tecnologie dichiara: “Le cose cambiano, oggi abbiamo a disposizione nuovi strumenti. Io amo la stop motion nell’animazione, ma mi mancano le tecniche di una volta. Alla fine, è sempre presente in me la passione per la natura tattile del fare cinema e cerco di mantenerla”.

Infatti, in questo lungometraggio come nei suoi precedenti rifacimenti Disney (“Alice in Wonderland” e, come produttore, “Alice attraverso lo specchio”), non manca il fascino visivo però è quasi svanito l’effetto meraviglia, la graffiante ironia e persino le vere emozioni dei capolavori di una volta, anche quando il protagonista è il diverso, il piccolo dolce ‘mostro’ incompreso e deriso.

Sul premio alla carriera della 64.a edizione dei Premi David di Donatello dice: “Non sono abituato a ricevere molti premi e sono molto emozionato, anche perché è un premio speciale per me. Ci tengo tanto perché mi sono sempre ispirato a registi italiani come Federico Fellini, Mario Bava e Dario Argento (che ieri glielo ha consegnato ndr.). Loro rientrano tra i motivi per cui oggi faccio (ancora) cinema”.

Il Burton di una volta era tornato in grande forma con “Frankenweenie” (2012) – ispirato a un suo corto anni ’80 – e se, per scaramanzia, non vuole rivelare il suo ‘nuovo’ progetto si sa che è in cantiere un “Betlee Juice – Spiritello porcello 2”, ovvero il sequel del suo esordio nel lungometraggio in live action, interpretato proprio dal giovane Michael Keaton.

Nelle sale italiane dal 28 marzo 2019 distribuito dalla Walt Disney Productions Italy

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