“Il venerabile W.” è l’autoritratto del monaco buddhista che provocò il primo genocidio del 21° secolo

.di José de Arcangelo

Un documentario lucido e sconvolgente ma necessario, che chiude la ‘trilogia sul male’ (“Il generale Idi Amin Dada” e “L’avvocato del terrore” su Jacques Vergès) del regista Barbet Schroeder “Il venerabile W.”, che racconta uno dei tanti orribili episodi d’intolleranza etnica e religiosa, anzi di odio aberrante, nel nostro mondo contemporaneo: il genocidio dei Rohingya, il primo del ventunesimo secolo. Non a caso il film prende spunto dalla citazione di Lord Byron “L’odio è sicuramente il piacere più duraturo. Gli uomini amano in fretta ma odiano con calma”.

In uscita in sala dal 21 marzo 2019, Giornata Internazionale per la discriminazione razziale, col patrocinio di Amnesty International Italia, “Il venerabile W.” porta alla luce la storia di un monaco buddista altamente rispettato e influente della Birmania – attuale Myanmar -, Ashin Wirathu. Un ritratto nel cuore del razzismo quotidiano per osservare come l’islamofobia e l’incitamento all’odio portino alla violenza e alla distruzione. Eppure, si tratta di un paese dove il 90% della popolazione ha adottato il Buddhismo come fede, una ‘religione’ che fonda la propria essenza su un modo di vivere pacifico, tollerante e non violento.

“Per me – afferma Schroeder -, il Buddismo è una religione atea, senza un Dio, e che quindi consente il pessimismo. Questa idea mi ha sempre affascinato, tant’è che, nel 1961, quando avevo 21 anni, sono partito per un lungo viaggio per visitare i luoghi storici del Buddha, fino allo Sri Lanka. Tutto cambia costantemente: questa è una delle idee fondanti della visione buddhista del mondo. Lo stesso Buddha, durante la sua vita, ha dichiarato la fine della sua stessa dottrina, stimando che nell’arco di 5.000 anni non ne sarebbe rimasto nulla. Nessun leader religioso ha mai osato dichiarare una cosa del genere, e forse è per questo che ho sempre pensato al Buddhismo come a uno dei tesori più preziosi dell’umanità”.

“Dopo tanti altri progetti finiti nel nulla – esordisce l’autore de “Il mistero von Bullow” e “La vergine dei sicari” -, ero riuscito a fare ‘L’avvocato del terrore’ dove facevo parlare il protagonista senza  esprimere nessun tipo di giudizio (nello stesso modo in cui ha realizzato questo ndr.) sperando di far venir fuori una certa verità. L’idea di questo film è nata dalla rilettura, circa due anni fa, dello straordinario e indispensabile ‘The Historical Buddha’ di Hans Wolfgang Schumann, e poi, per caso, da un rapporto della Yale University Law School, che richiedeva pubblicamente l’intervento delle Nazioni Unite in Myammar. Così ho scoperto che ne era implicato il buddhismo e Wirathu. E, persa ogni illusione politica e religiosa, ho constatato  che si tratta di una religione come le altre, perché è l’uomo che ha in sé il male”.

“Mi sono recato di persona a Mandalay, la città ‘più buddista’ del mondo dove ci sono più di 300mila monaci su una popolazione di un milione. Questi monaci sono distribuiti in centinaia di monasteri in tutta la città e seguono tutti la tradizione Therevada, la scuola che si avvicina maggiormente alle origini del Buddhismo. Non sono l’unico a pensare che il Buddhismo sia uno degli ultimi bastioni dell’Occidente; per me, probabilmente, è anche l’ultima delle sue illusioni. E’ l’unica ‘religione’ che, fino a questo momento, ha evitato sbandamenti nel fanatismo e nell’estremismo. Invero, i principi e le idee buddhiste hanno toccato le menti di grandi filosofi occidentali, come Schopenhauer, che è stato uno dei primi a scoprirne i testi nel 1814, durante il suo soggiorno con Goethe e i suoi amici a Weimar. La reputazione del Buddhismo è cresciuta in tutta Europa, fino ad arrivare a un punto di quasi ‘delirio’ nel ventesimo secolo nel Nord America e nel mondo occidentale”.

“Un fatto che ci spinge a riflettere – aggiunge Schroeder – su come il nazionalismo in Europa e America abbiano intrapreso la strada del razzismo, mentre il populismo – che è una delle caratteristiche della comunicazione di Wirathu – e il degrado sono arrivati a livelli più alti di quello che potevamo pensare. Rivedendo il film ho pensato alla Germania degli anni Trenta. Ho cercato di convincere Wirathu alla prima intervista spiegandogli che si trattava di fare un film su di lui, non un tv-movie né una fiction e che sarebbe uscito in sala”. E l’autore l’ha informato che Marie Le Pen, in occasione della campagna elettorale, aveva proposto delle idee simili alle sue”.

“Il modo in cui Wirathu parla dei musulmani – aggiunge -, definendoli come ricchi dietro a manipolazioni malvagie, è lo stesso con cui il nazismo parlava degli ebrei. Ci sono dei meccanismi universali che trovi ovunque. Anche la storia dei pogrom, che viene vista come una vera e propria difesa del paese e della propria cultura, è ovunque, dalla Russia a Myanmar, passando per la Polonia, Germania, l’Armenia, l’India”.

Per Schroeder non c’è differenza tra documentario e finzione:  “per entrambi i tipi di film ho bisogno di un personaggio protagonista e di altri di contorno, di una storia da rivelare progressivamente nella sua interezza e di una progressione narrativa. E poi tutti i miei film di finzione sono ‘documentati’ e io esploro sempre le fonti drammatiche della narrazione e dei personaggi nei miei documentari”.

“La domanda, dopo ogni genocidio – conclude Riccardo Noury portavoce di Amnesty International Italia -, crimine contro l’umanità, pulizia etnica, è sempre la stessa: come è potuto accadere? Per quanto riguarda i Rohingya in questo film c’è la risposta”.

“Il venerabile W.” – nella selezione ufficiale del Festival di Cannes 2018, evento speciale -vanta l’ottimo montaggio di Nelly Quettier – dice il regista “mi ha dato una grande mano -, e la fotografia di Victoria Clay Mendoza, oltre le musiche di Jorge Arriagada che utilizza anche canti buddhisti e musiche locali.

Nelle sale italiane dal 21 marzo 2019 distribuito da Satine Film

HANNO DETTO

“Barbet Schroeder, sia nei film di finzione, sia nei documentari, è sempre riuscito a mettere in luce i lati oscuri del comportamento umano. La violenza che Wirathu emana è terrificante”. (The New York Times)

“Il venerabile W. Non discute l’esistenza del male in quanto tale, ma certamente sostiene che l’ignoranza, l’arroganza, la religione dogmatica e la paura sono i suoi elementi costitutivi. Questo è un film cupo, pessimista ma necessario”. (The Guardian)

“L’autore segue un filo rosso che sanguina da solo, non punta il dito e indugia in modo sconcertante sulla parte umana dei mostri; il brivido della rivolta è solo più forte”. (Liberation)

“Il regista lascia che il soggetto si definisca da solo, sta allo spettatore trarne delle lezioni etiche o politiche. Più che un ritratto è come un diagramma della meccanica del male in azione. E questa dissezione è così precisa, così argomentata da assumere una portata universale”. (Le Monde)

“Schroeder svela il percorso mentale e politico dell’odio e offre un documentario eccezionale come segnale d’allarme”. (Cinema Teaser)

“Schroeder ci vinta a una riflessione significativa sulle tensioni del nostro mondo contemporaneo, attirando il nostro sguardo sul genocidio etnico-religioso di cui la comunità musulmana è vittima in Birmania. Un documentario tanto spaventoso quanto necessario”. (Avoir-aLire)

“Un documentario terrificante che immerge lo spettatore in apnea”. (Le Journal de Dimanche)

“Fedele al suo metodo, il documentarista mostra ma non giudica, dà voce all’esecrabile Venerabile W. senza condannarlo. Ecco il ritratto del Male, senza sottotitoli”. (Le Nouvel Observateur)