Orfeo e Euridice all’Opera di Roma convincono anche senza danzare

di Ivana Musiani

  Davanti a quell’ampia distesa sabbiosa, che nulla lasciava intravvedere al di là di essa se non una gran luce, e con la fossa pronta ad accogliere le spoglie di Euridice, venivano a cadere i mugugni di chi era al corrente dell’eliminazione delle danze, che nell’opera di Gluck occupano un ragguardevole trancia di tempo. Gli amici di Orfeo che accompagnavano il corteo funebre, in modeste giacchine nere, pantaloni neri e camicie bianche, non potevano essere i pastori evocati dal libretto di Calzabigi. Ed era altresì difficile scambiare per ninfe le amiche di Euridice, anch’esse tutte in nero. Inimmaginabile che si mettessero a danzare.
La “nobile semplicità” della musica, alla base della famosa riforma del tedesco Gluck, assecondato dal librettista livornese, è stata interpretata dal regista Robert Carsen (canadese), come una messa a fuoco “sulle due cose che definiscono le nostre vite: amore e morte”. Su questo convincimento ha sviluppato coerentemente una regia asciutta e lineare, senza cambi di scena: a farle mutare aspetto provvedevano le luci di Peter Van Praet, che inizialmente tingono con diverse tonalità di grigio la mestizia delle esequie di Euridice, calata nella fossa e ricoperta di sabbia, nonché la disperazione di Orfeo. Il tutto poi assume varie tonalità di rosso nella seguente scena degli Inferi, dove però non troviamo Furie e Spettri a danzare ridde infernali, mentre il reparto dove riposano gli spiriti beati sembra più una clinica per la cura del sonno. Così Orfeo si può risparmiare la fatica di attraversare indenne quel postaccio esercitando il potere irresistibile del suo canto: che poi è anche apoteosi della musica, com’era evidente in Gluck, ma il regista non ha tempo per occuparsene, al costante inseguimento dell’esposto concetto di amore e morte.

opera orfeo

Euridice può dunque fuoruscire dalla fossa, abbandonando le ampie vesti bianche per il solito abituccio nero, e dopo un po’ che segue il maritino comincia a tempestarlo di domande: perché non mi guardi? è forse perché non mi ami più? ma vuoi deciderti a guardarmi? ancora no? allora è vero che non mi ami più! in questo caso, preferisco morire. Le venisse mai in mente che, se Orfeo non l’amava più, non sarebbe andato a estrarla dal mondo dei morti. A questo punto, Orfeo si rivolta per rassicurarla, dimenticando la consegna di non guardare in faccia la mogliettina. Così Euridice muore per la seconda volta, con rinnovata disperazione di Orfeo. Per fortuna c’è lì presente Amore, che già aveva favorito la rinascita di Euridice, e tante sono le sue preghiere agli dei che la sposina ritorna di nuovo alla vita. Per, di nuovo (m’è venuto da immaginare, viste le modeste condizioni della coppia), stirare camicie, rifare lavatrici, ecc. ecc. Ma qui sono tutti contenti, e ancora di più contenti si sono rivelati i ragazzi che hanno assistito alla prova generale tutta per loro e che non finivano di applaudire e richiamare alla ribalta l’esperto direttore Gianluca Capuano, i bravissimi cantanti: il controtenore Carlo Vistoli (Orfeo), il soprano Mariangela Sicilia (Euridice), e l’altro soprano Emoke Baràth che era Amore; e bella anche la prova del coro.