Liliana Cavani

di José de Arcangelo

Liliana Cavani – insieme a Lina Wertmuller  sul fronte della commedia – è la regista italiana che s’impose nel cinema italiano negli anni Sessanta e sul piano internazionale nei Settanta, grazie alla sua intraprendenza e al suo coraggio, determinazione e professionalità conquistandosi un posto nella storia del cinema mondiale. Le sue opere indagano nei meandri della mente e dell’anima, delle passioni e dei sentimenti, del passato e del presente e perciò spesso sconvolgono e scioccano lo spettatore che, nel bene e nel male, si identifica o si respinge.

Nata a Carpi (Modena – Emilia-Romagna) il 12 gennaio 1933 Liliana ha avuto contatto col cinema in tenera età, come confessava a Ciriaco Tiso nel 1975: “Sono stata influenzata dal cinema, proprio dal cinema così com’è, dalle immagini in movimento su un telone, bianco-nero, a colori, muto o sonoro, engagé e degagé. Mia madre mi portava al cinema fin da quando avevo due anni: ho assorbito chilometri di pellicola nel corso di tutta la mia infanzia”. (da Cavani – Il Castoro Cinema – La Nuova Italia).

Poi ‘distratta’ dagli studi se ne allontana ma, mentre studia lettere antiche all’università, comincia a frequentare un cineclub a Bologna e poi ne fonda uno proprio a Carpi con degli amici. La passione per il cinema si risveglia e si reca a Roma per “osservare” il Centro Sperimentale di Cinematografia. A quel punto, la giovane Cavani decide di laurearsi il prima possibile per poter ritornare a Roma e frequentare il CSC.

Debutta nel 1961 nel documentario e ne gira anche dei cortometraggi, allora prodotti dalla Rai (aveva vinto un concorso), per poi realizzare “Storia del III Reich” da lei stessa proposto, in 4 puntate (1962-1963). Fino al 1965 prosegue una collaborazione ininterrotta con la Rai firmando altri documentari, tra cui “La donna nella Resistenza” e la serie “La casa in Italia”. Ultimato “Gesù mio fratello”, la regista firma il suo primo vero e proprio film “Francesco d’Assisi” (1966), propostole da Angelo Guglielmi, con Lou Castel, il celebre santo, poeta e pacifista ante litteram, facendone il ritratto di un giovane anticipatore della contestazione. Infatti, all’inizio la regista era perplessa nel dover raccontare la storia di un ‘santo’, ma poi trovò una chiave originale e contemporanea. Non a caso, la Cavani si era tanto preparata sul ‘poverello d’Assisi, che ritornerà in futuro per farne ancora due nuove (ri) letture, alla fine del secondo millennio e all’inizio del terzo, con “Francesco” (1989) con Mickey Rourke e l’omonimo del 2014, girato ancora per la televisione, con Mateusz Kosciukiewicz.

Colpisce lo stile aspro e forte, un linguaggio già sperimentato nelle inchieste televisive, ottiene un grande successo, ma scatena anche molte reazioni (compresa un’interpellanza parlamentare del MSI), soprattutto per il modo del tutto originale di rappresentare il santo. Presentato in anteprima – fuori concorso – alla Mostra Internazionale d’Arte di Venezia nel 1966, “Francesco d’Assisi” conquista critica e pubblico.

Diversa sorte per “Galileo” che, considerato anticlericale, venne rifiutato dalla Rai e non fu mai trasmesso. Il confronto fra scienza e religione, e lo scontro con l’inquisizione. E dopo aver anticipato pensieri e tematiche, proprio nel 1968, firma “I cannibali”, ispirato all’Antigone di Sofocle. L’isolata lotta di una ragazza (Britt Ekland) contro l’autorità che proibisce di seppellire i corpi dei ribelli uccisi dalla polizia, affinché servano da monito per i cittadini. La coraggiosa giovane, unica ribelle in una metropoli piegata dalla dittatura, è aiutata solo da un giovane che parla una lingua sconosciuta (Pierre Cleménti). L’esempio dei due giovani verrà presto seguito da altri coraggiosi.

Infatti, i ‘cannibali’  sono i giovani che – secondo l’autrice – “rifiutano la civiltà se essa deve essere quella del regime vigente”. II film pone infatti con forza e passione il conflitto tra pietà e legge, in una sorta di metafora storico-politica di quegli anni nei quali veniva posto da più parti il tema della ‘umanizzazione’ del (al) potere.

Nel 1971 è il turno de “L’ospite”, un pellicola sul disagio mentale in cui si racconta la storia di una donna (Lucia Bosè) ricoverata in un manicomio che, una volta uscita, cerca invano di inserirsi nella società. Un dramma ‘pre-riforma’ Basaglia raccontato con un’impronta da cinema-verità, ispirata ai suoi primi lavori documentari. Un tentativo di esprimere il disagio estremo di un’istituzione che somiglia non poco ai lager. Un film low budget  presentato al Festival di Venezia fuori concorso.

Però la pellicola che la renderà famosa a livello internazionale è “Il portiere di notte” (1973), e che la farà scoprire – tra plauso e polemiche – anche dal grande pubblico in Italia. Infatti, uscito alla vigilia dell’estate ne resterà in cartellone fino alla fine della stagione con un enorme successo al botteghino. Il suo capolavoro è stato presentato al 75° Festival di Venezia, nella sezione ‘Classici”, in versione restaurata in occasione della consegna del Premio – alla carriera – Robert Bresson 2018, riconoscimento conferito dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e dalla Rivista del Cinematografo.

Un dramma ambientato nel dopoguerra che indaga sull’ambiguo rapporto tra vittima e carnefice, tra psicologia e storia, passione e perversione, corpo e anima, bene e male. Le polemiche – soprattutto in Francia – sono scoppiate perché affronta il rapporto sado-maso tra un ex nazista portiere d’albergo (Dirk Bogarde) e un’ex prigioniera (Charlotte Rampling) sopravissuta al lager.

Con “Al di là del bene e del male” continua ad approfondire l’ambiguità dei rapporti umani condizionati da sesso e sentimenti, in questo caso affronta il triangolo intellettual-sessuale tra Nietzsche (Erland Josephson), Lou (Andreas) Salomé (Dominique Sanda) e Paul Rèe (Robert Powel) ambientato nella Roma di Fine Ottocento. Ancora polemiche e censura (in Italia alcune scene sono state giudicate ‘spinte’) perché chiaro rifiuto della morale borghese.

“La pelle” (1980) – in concorso al Festival di Cannes -, liberamente ispirato al romanzo di Curzio Malaparte, fotografa il degrado e la decadenza (morale) di una città, Napoli, prima sconvolta dalla guerriglia e poi occupata, a dimostrazione che da sempre a perdere le guerre sono soprattutto donne e bambini. Anche qui la narrazione diventa realistica, volutamente nuda e cruda, perché deve coinvolgere e sconvolgere lo spettatore. Marcello Mastroianni è Malaparte, interprete al servizio di un generale americano, guida della moglie di senatore. Una discesa agli inferi di una città in preda alle necessità primarie, dove ogni cosa e persona si compra o si vende. Ancora un grande successo di pubblico, Biglietto d’Oro della stagione.

Tratto dal romanzo “La croce buddista” di Junichiro Tanizaki è “Interno berlinese” (1985), ultimo capitolo della ‘trilogia tedesca’, ovvero i suoi tre lavori fondati sul Novecento germanico che ha influenzato la cultura europea. A Berlino, nel 1938, alla vigilia della guerra, la storia di una coppia che viene irretita dalla giovane figlia dell’ambasciatore giapponese e trascinata in un perverso e misterioso triangolo sessuale. L’incontro-scontro di due culture diverse che però si attraggono perché entrambe resistenti alla modernità.

Nel 1993, la regista affronta il difficile mondo dell’handicap con “Dove siete? Io sono qui”  – ancora a Venezia fuori concorso – per raccontare la storia di una coppia di giovani sordomuti (Chiara Caselli e Gaetano Carotenuto) che scoprono che comunicare senza parole può significare un’altra ricchezza. Dal 1996 al 1998 è consigliere di amministrazione della Rai.

Nel 2001 le viene assegnata la Laurea Honoris Causa dall’Università LUMSA (Libera Università Maria SS Assunta, mentre nel 2002 è la volta de “Il gioco di Ripley” (Ripley’s Game), tratto dal romanzo di Patricia Highsmith e proposto alla Cavani dalla compagnia maericana Fine-Line. Il ritratto di Ripley (John Malkovich), dotato di puro cinismo, e anche ricco di leggerezza e di amore per le ‘cose belle’ (oggetti e case), ma per ottenerle non bada a scrupoli.

Negli ultimi anni è tornata a lavorare per la televisione. Infatti, dall’incontro con Claudia Mori, nascono tre lavori per Rai Fiction: nel 2005 “De Gasperi. L’uomo della speranza”, dedicato allo statista democristiano; nel 2008 “Einstein”, biografia del grande scienziato e, infine, “Troppo amore” (2011) sulla violenza contro le donne.

Il suo più recente impegno è stata la regia dell’opera “Alì Babà e i 40 ladroni” di Luigi Cherubini, in scena dal 1° al 27 settembre 2018 al Teatro La Scala di Milano.

A proposito del suo cinema, sempre negli anni Settanta, la Cavani affermava: “I personaggi e i caratteri che m’interessano non cercano affatto ‘l’assoluto’ (parola che del resto per me non significa niente) ma piuttosto di diventare quello che sono a dispetto delle cattive leggi (della cattiva cultura dominante) ponendosi al di là di quel bene e di quel male che la polis trova convenienti”. (Ciriaco Tiso – Liliana Cavani – Il Castoro Cinema La Nuova Italia)