La scelta

di Gladis Alicia Pereyra

  Sedette di scatto sul letto, gli occhi sbarrati sul buio della stanza, il cuore saltellante, la mente ancora avvolta nelle nebbie del sonno. A tentoni cercò l’interruttore e accese l’abatjour. Ora era del tutto sveglia, il cuore continuava la sua corsa, l’adrenalina implacabile flagellava i suoi organi, tutto il suo corpo era in allerta, pronto alla fuga. Scese dal letto e corse in salotto; le serrature della porta d’ingresso erano chiuse a più mandate, come le aveva lasciate prima di coricarsi. Allora si precipitò in cucina a controllare la porta finestra che dava sul balcone e poi di nuovo in camera, ansimava come dopo una lunga corsa. Sedette sul letto, sudava e dalla bocca era scomparsa ogni traccia di saliva.
-Che mi succede? Sto forse impazzendo? Quel rumore l’ho sentito, forse veniva da fuori o l’ho sentito in sogno. Non posso continuare così. Sento, sento che sto perdendo il senso della realtà. Non sarebbe poi un male, anzi, sarebbe un bene sbarazzarmi della coscienza, entrare in letargo e lasciare che il mio corpo se la sbrighi da solo. Entrare in letargo come un’orsa in fondo alla tana, mentre i cuccioli le crescono in pancia-.
Guardò la sveglia, erano le cinque, un’altra notte con poche ore di riposo. Aveva bisogno di dormire, il sonno era un rifugio, una tregua che l’allontanava dal suo corpo e dall’intruso che lo aveva invaso.
Era inutile rimettersi a letto, non sarebbe riuscita a riaddormentarsi e con la luce spenta i pensieri sarebbero diventati più incalzanti. Aveva voglia di mettersi a urlare, aprire la finestra e gridare al mondo la sua disperazione. Se lei non avesse fatto ora la scelta giusta, tra qualche settimana il mondo ne sarebbe stato informato, suo malgrado. Era una scelta obbligata, non c’era scappatoia, non c’erano due strade da percorrere. Invece sì, solo che entrambe erano impraticabili. Si sentì in trappola, quella sensazione di essere con le spalle al muro ormai l’abbandonava soltanto nel sonno. La sua mente perversa che l’inchiodava alla realtà nel sonno la lasciava in pace, l’inconscio era più clemente.
Sentì un’ondata di ribellione e di odio verso il proprio corpo che l’aveva tradita, non soltanto accogliendo il seme schifoso, ma proteggendo l’intruso con false mestruazioni. Perdite d’impianto, aveva detto Clarissa sua ginecologa e amica, l’unica che conosceva il suo stato. Sessanta giorni, due mesi. Per due mesi il suo corpo le aveva mentito, l’aveva ingannata come a un’adolescente ingenua. Ma come era possibile che non le fosse venuto il sospetto? Come non aveva notato che quelle mestruazioni erano alquanto anomale, duravano meno del solito ed erano troppo scure e troppo scarse. In realtà lo aveva notato e aveva pensato di consultare Clarissa, ma rimandava. Stress, si diceva, lo stress incide anche sugli ormoni, e poi non aveva tempo, il lavoro, l’università. Non le era passato per la mente che la sua sfortuna potesse arrivare a tanto. Solo dopo la prima mancanza, aveva pensato che qualcosa non andasse, tuttavia, aveva atteso dieci giorni prima di chiamare Clarissa. Aveva minimizzato l’importanza di certi cambiamenti fisici, non aveva ascoltato il suo corpo, non aveva avuto il tempo per farlo.
Il ricordo di quella sera nel garage l’assalì all’improvviso con cattiveria. E si vide di nuovo davanti quegli occhi, chiari, innaturalmente chiari, algidi, alieni e provò ancora la sensazione dell’acciaio che premeva sulla gola. Aveva la gonna, chissà perché aveva indossato una gonna, con la gonna era stato tutto facile per quell’essere immondo. Se avesse avuto i jeans…da tre mesi si tormentava fissandosi su questo particolare. Se avessi avuto i jeans avrei lasciato che me li togliesse, si era detta più di una volta, con un coltello puntato alla gola, qualsiasi donna lo avrebbe fatto, qualsiasi donna che non aspirasse alla santità, aveva pensato con amara ironia. Ma la scelta d’indossare una gonna tornava ogni volta che il ricordo di quella sera maledetta si ripresentava a tormentarla.
-Come non hai pensato alla pillola del giorno dopo? Non capisco perché non te l’hanno data all’ospedale. Perché non mi hai chiamata?- Aveva tuonato Clarissa. E aveva ragione, questa sì era responsabilità sua, non averci pensato. Era stata una sorta d’idiota negazione. Se io non ci penso, non ci saranno conseguenze. Se ci avesse pensato, se ci avesse pensato. Ma non lo aveva fatto.
Non ricordava come né quando fosse andata all’ospedale, però era andata. Sotto choc avevano scritto nel referto del pronto soccorso. Poi il penoso ritorno alla realtà, la denuncia, la vergogna, il dolore.
Di quella notte terribile ricordava bene solo la doccia dopo il rientro a casa. Si era strofinata la pelle con una sorta di furore, cercando di cancellare da ogni angolo del corpo la pur minima traccia della violenza subita, fino a restare esausta, mezzo ustionata sotto lo scroscio bollente e finalmente aveva pianto. Era stato uno strano pianto lamentoso, senza singhiozzi, con lunghi gemiti scaturiti da chissà quale remoto pozzo di angoscia che, nel ricordo, le sembrava non fosse interamente sua. Era un’angoscia che andava oltre la sua individualità, che si perdeva in un fiume accusatorio di lacrime collettive. Cercò di bloccare il ricordo. Ricordare era perfettamente inutile, era un masochistico rimestare nella melma, senza scopo.
Per questo non lo aveva detto a nessuno, nessuno doveva sapere. Non lo avrebbe detto neanche a Clarissa ma alla fine era stata costretta.
Erano passati sei mesi da quando aveva rotto con Marcello, dopo di lui non aveva avuto rapporti con altri uomini. Quel bastardo che le cresceva in grembo non poteva che essere figlio dello stupro. Il suo corpo era stato doppiamente violato.
Clarissa aveva detto molte cose, dopo averla visitata, l’interruzione di gravidanza in ospedale dopo i novanta giorni non si poteva fare e lei era già alla dodicesima settimana, e aveva aggiunto che un aborto dopo dodici settimane era pericoloso. Non è più un ammasso di cellule, è un feto formato e ben impiantato -Non m’importa- aveva quasi urlato -voglio liberarmene, voglio ritornare alla mia vita- -Ci sono dei rischi- aveva insistito Clarissa, ma poi davanti al suo smarrimento le aveva promesso di parlare con un collega, obbiettore di coscienza in ospedale, ma che praticava aborti in clinica, facendosi pagare profumatamente. L’amica avrebbe parlato con lui nonostante quanto lo disprezzasse, oltre a un farabutto, era un ottimo chirurgo, con lui i rischi sarebbero stati minori.
Non è più un ammasso di cellule. Quelle parole le erano rimaste ficcate in mente, e ricomparivano e ricomparivano come un ritornello molesto e insidioso.
Era andata a vedere su internet come si presentava un feto alla dodicesima settimana ed era rimasta sconvolta. Era un mostro con una testa enorme e delle piccole mani non del tutto formate. Quelle manine dalle dita abbozzate si erano incollate alle sue retine e non volevano andar via, le sembrava di vederle dappertutto. Aveva spento il computer e si era proibito di pensare a ciò che aveva visto. Qualche ora dopo, era di nuovo seduta davanti al monitor e aveva appreso che “a partire della 10° settimana il feto è in grado di avvertire le stimoli sulla pelle”. Quel mostriciattolo allora era in grado di avere sensazioni e avrebbe sentito quando lo avrebbero strappato dall’utero. Mentre leggeva, un misto di emozioni contraddittorie le era salito lentamente fino alla gola ma aveva continuato a leggere: “Il feto prende parte alla vita della mamma ed è in grado di sentire agitazione, felicità o stress. Se la mamma ha paura, l’adrenalina viene secreta anche nel suo corpo, provocando l’accelerazione del battito cardiaco”. Per tutti questi mesi quell’essere che albergava nel ventre aveva condiviso con lei il tumulto di rabbia e umiliazione che si portava dentro, lui la conosceva, si sentiva parte di lei e forse si sentiva protetto nel suo guscio caldo e umido, nonostante tutto. Dio mio, aveva mormorato, Dio mio, e non aveva saputo che altro dire o pensare. E ora sentiva che lei lo odiava e lui era spaventato? Ma come era possibile che quel mostriciattolo fosse in grado di provare sensazioni ed emozioni se il cervello non era ancora sviluppato? No, no, queste erano fake news scritte da qualche talebano antiaborista. Erano state scritte per creare dubbi e rimorsi nelle donne che non volevano sapere di essere madri.
Per qualche ora si era scatenata una tempesta nella sua coscienza e si era mantenuta lontana dal computer, non voleva scoprire altri particolari. Si era aggirata per l’appartamento parlando da sola, cercando disperatamente una via di fuga, non c’era: si trattava di scegliere tra il mostriciattolo e la propria vita. Per fortuna era domenica, aveva tutta la giornata per decidere.
Nel pomeriggio era tornata a sedersi davanti al computer e aveva letto il seguito dell’articolo. “A partire della 10° settimana la corteccia cerebrale comincia a crescere, essa diverrà in seguito la parte del cervello in cui, secondo gli scienziati, è localizzata la personalità di un individuo.”
Si era alzata di scatto, quasi rovesciando la sedia. La personalità dell’individuo! E quale personalità avrebbe potuto avere quel mostriciattolo se non quella del genitore? Sopprimendolo avrebbe impedito che in futuro altre donne subissero l’umiliazione, il dolore, la vergogna che aveva subito lei per mano del padre. La rabbia, l’odio erano tornati cancellando ogni moto di pietà, ogni dubbio e aveva chiamato Clarissa per chiederle di fissarle un appuntamento con il finto obbiettore. L’amica aveva subito capito che parlava in preda a una forte emozione e aveva cercato di farla ragionare. In realtà Clarissa avrebbe voluto convincerla a non abortire, non soltanto per evitarle di correre rischi ma, conoscendola, per evitarle di torturarsi in seguito con i rimorsi. Le aveva consigliato di prendersi due giorni per malattia al lavoro e di restare a casa a riflettere, di vagliare tutte le possibilità prima di decidere. L’aveva convinta, nonostante anche in mezzo allo scompiglio della sua mente, fosse consapevole che quanto più tempo lasciava passare senza decidere, tanto più rischioso sarebbe stato praticare l’aborto.
Aveva trascorso il resto della domenica pensando. Aveva voluto essere onesta e, con enorme riluttanza, aveva vagliato anche la possibilità di far nascere il mostriciattolo. Con insospettata lucidità e freddezza aveva cercato d’immaginare la sua vita futura con un marmocchio di padre sconosciuto a carico. Che avrebbe detto ai colleghi, agli amici e soprattutto ai genitori? Sono stata stuprata e sarò madre, che bello, gioite con me! La verità era da scartare, non poteva stampare sulla fronte del mostriciattolo il marchio del figlio dello stupro, non lo avrebbe fatto mai. Questo pensiero l’aveva sorpresa ma non si era fermata a indagare. Avrebbe potuto raccontare che aveva avuto una fugace relazione con qualcuno, che era rimasta incinta e voleva tenersi il bambino senza informare il padre e senza rivelare la sua identità. Questo avrebbe creato un vespaio di pettegolezzi e supposizioni, una vera gara per scoprire il responsabile. Suo malgrado aveva sorriso al pensiero. L’altra possibilità era rinunciare al lavoro o mettersi in aspettativa e andare a nascondersi da qualche parte per partorire in anonimato e dare il bambino in adozione. Questa le era sembrata l’opzione migliore: avrebbe potuto riprendersi la sua vita e dimenticare. Non sapeva, tuttavia, come organizzarsi, aveva ancora un paio di mesi prima che la cosa diventasse evidente e Clarissa l’avrebbe aiutata a trovare un rifugio in qualche convento. Era stata sul punto di chiamare l’amica per dirle che aveva preso la decisione, ma poi ci aveva ripensato. Non era sicura che le avrebbero permesso di prendersi l’aspettativa e poi che pretesto avrebbe potuto dare? Rinunciare al lavoro avrebbe significato rinunciare alla propria indipendenza e dover tornare dai suoi genitori, a quel punto l’opzione migliore aveva incominciato a non sembrarle tanto migliore.
Dopo una cena abbondante, perché nonostante la difficile scelta aveva sempre una gran fame, si era costretta a immaginare come sarebbe stata la sua vita da madre single. Sarebbe stata un inferno, come piombare nel caos primordiale. Non era preparata per essere madre a prescindere. Non ne aveva né voglia né tempo. Il tempo le serviva per dedicarsi a se stessa, per laurearsi. Aveva ripreso gli studi dopo averli abbandonati per anni e ora voleva recuperare. Voleva anche viaggiare, senza pensieri e a quel punto aveva ricordato che mancava solo un mese e mezzo alla partenza con Clarissa e Roberta per il Brasile, avevano già i biglietti dell’aereo, era tutto organizzato e non capiva come fosse stato possibile dimenticarlo. Era rimasta perplessa pensando al viaggio e alla fine si era detta che l’essere incinta non le avrebbe impedito di realizzarlo e anche questo era stato un pensiero sorprendente.
Il resto della serata lo aveva passato pensando alla sua relazione con Marcello e alla fine del loro amore, semmai lo fosse stato. Chissà come avrebbe preso il suo ex fidanzato la notizia della gravidanza, lui che quando le aveva chiesto di avere un figlio si era sentito arrivare un inappellabile no e da quel no era cominciato il declino della loro relazione. Pensando a quel no così deciso si era meravigliata dei suoi attuali dubbi, perché la possibilità di tenersi il mostriciattolo era rimasta in un angolino della mente, come una sorta di minaccioso agguato.
La bislacca idea che avrebbe potuto approfittare del congedo di maternità per dare l’ultimo esame prima della laurea, si era materializzata quando era già a letto, ma non l’aveva neanche presa in considerazione e si era addormentata.

  Andò in cucina a prepararsi un tè. Albeggiava, nel grigio slavato del cielo si intuiva già, in trasparenza, l’azzurro che tra poco lo avrebbe invaso. Sarebbe stata un’altra bella giornata di sole, una giornata di tarda primavera, tutta da godere all’aperto. Mentre aspettava che l’acqua si riscaldasse si mise a mangiare una mela, aveva di nuovo fame. Diventerò una botte, pensò, anche se negli ultimi mesi aveva perso ben due chili, strano, in gravidanza si aumenta di peso; il suo corpo dimagriva per non insospettirla, un altro tradimento da quel corpo infido, ma scoprirlo non la turbò. L’attacco di rabbia e odio di poco prima piano piano aveva perso forza fino a sparire, il buon senso aveva avuto il sopravento. La ferita che le era stata inflitta non si sarebbe rimarginata mai, o forse sì, può darsi che il tempo l’avrebbe cicatrizzata, ma ora era aperta e sanguinava e lei non poteva farci nulla. Qualcosa, però, era possibile fare, lasciarla stare, non andare a stuzzicarla, e quando faceva troppo male cercare un antidolorifico qualsiasi, un unguento che calmasse la rabbia, l’odio, la vergogna. Non sapeva dove cercare tale unguento ma lo doveva trovare. Versò l’acqua nella teiera e introdusse una bustina di tè, si levò un profumo lieve, era un anticipo del piacere semplice che tra poco si sarebbe concessa. Le tornò in mente l’idea bislacca che era arrivata poco prima di sprofondare nell’oblio del sonno e si limitò a scuotere la testa, in quel momento la sua mente era sommersa nel caos e dal caos possono sorgere le cose più strane. Guardò l’orologio appeso al muro, era ancora troppo presto per chiamare al lavoro e avvisare che non sarebbe andata. Quel giorno avrebbe dovuto prendere una decisione difficile, ma aveva tutta la giornata per pensarci, ora voleva solo godersi la sua tazza di tè.