“C’è tempo” per passioni e sentimenti nell’opera prima di finzione di Walter Veltroni

di José de Arcangelo

Arriva nei cinema l’atteso debutto nel film di finzione di Walter Veltroni con il sempre bravo e monumentale Stefano Fresi (ora anche ne “Il nome della rosa” in tivù), la rivelazione Giovanni Fuoco e la cantautrice Simona Molinari, una commedia on the road (ma non troppo), tra omaggi al cinema e alla commedia di una volta, e piena zeppa di citazioni e citazioni. Oltre 50, secondo l’autore, cinematografiche (frasi, oggetti, luoghi) ma anche letterarie (da Dylan Thomas a Daniele Del Giudice) e musicali. Da “La grande guerra” e “L’armata Brancaleone” di Monicelli a “Il sorpasso” di Risi; da “Novecento” di Bertolucci a “Il ritorno di Ringo” di Tessari con Giuliano Gemma.

“L’idea era di viaggiare in macchina – esordisce Veltroni – con questi due fratellastri diversissimi (che si scoprono reciprocamente alla morte del padre ndr.), fra solitudine e maturità, l’adulto che non vuole crescere e il ragazzo che si rivela più grande della sua età. Ma è un viaggio a rallentare in cui si scoprono, vanno dalla madre (nonna ndr.), a pranzo, incontrano un’amica con figlia…”.

“C’è tempo’ – afferma sulle note e riconferma dal vivo l’autore – è un piccolo film, arrivato dopo diversi documentari e migliaia di film visti. E’ la storia di un viaggio di due persone sole, legate dal filo di un Dna ma separate dalle condizioni sociali e dal tempo in cui sono nate e cresciute”.

“Un incontro che si trasforma in uno scambio di colori come la meraviglia, i due protagonisti sono colori che si incontrano diventando meraviglia. Inoltre non per caso ho scelto una macchina aperta (una Volkswagen cabriolet appartenente proprio a Fresi, regalo della moglie ndr.) perché entrasse luce da tutte le parti, metafora dell’incontrarsi. Il mestiere dell’osservatore di arcobaleni (Stefano Fresi) l’ho inventato, non so se esista veramente ma credo ci sia qualcuno che li studia. Mentre lo specchio che, riflettendo il sole, mette in luce il borgo di Viganella  (in Piemonte, controllato sempre da Stefano ndr.) è stata un’invenzione, scoperta dal sindaco su Topolino, e realizzata per ridare luce a un paese che era al buio sei mesi all’anno, da secoli. In sintesi due mestieri precari, poco redditizi ma così poetici”.

“Giovanni è un bambino solo – precisa il regista – , figlio di genitori ricchi che ha trovato nel cinema riparo alla sua malinconia. Stefano è per lui un mondo sconosciuto, alieno dalla perfezione ovattata alla quale è stato abituato”. Anche quando le passioni non hanno classi sociali e il ragazzino è più l’alter ego del regista e, forse di noi cinefili, che dei ragazzi di oggi, infatti, siamo sulla scia della favola morale.

“Il personaggio l’abbiamo costruito insieme – dichiara Fresi – e proprio lui è simile all’arcobaleno perché pieno di sfaccettature, uno scienziato, burbero e tenero allo stesso tempo, alla ricerca di un amore che non si realizza ma poi riuscirà a trovare una famiglia, perché dovranno prendersi cura l’uno dell’altro”.

“Ho smesso di essere un bambino proprio in quel momento – ribatte il ‘piccolo’ Giovanni Fuoco -, una parte di me si è staccata e credo di aver fatto quello che potevo e volevo fare. Ora spero che questo abbia un seguito”.

“Non ho smesso di essere una bambina – chiosa l’altra ragazzina del film, Francesca Zezza -, ma ho scoperto parte di me e il film mi ha fatto capire cose nuove”.

“La fiducia che ho in Walter – dice la cantante Simona Molinari – mi ha impedito di dire di no alla proposta di fare anche l’attrice che si è rivelata una forma nuova per togliermi un po’ di pudore. Infatti quando ho cominciato a cantare, lo facevo in solitudine. E poi il ruolo è legato a quello di madre e il film alla solitudine”.

“Se c’è un pericolo oggi – conclude Veltroni – non è certo un eccesso di sentimenti, se mi mettessi a fare uno splatter non sarei credibile e poi non mi sono mai ribellato alla definizione di buonista. Ognuno si porta appresso ciò che è. Visto il dilagare dell’odio e dell’insulto, l’ascolto, l’accoglienza, il riconoscimento e il rispetto dell’altro, se prima erano rassicuranti oggi sono addirittura rivoluzionari”.

Il principale riferimento di “C’è tempo” è il cinema di François Truffaut, “autore imprescindibile – dice il regista – E’ un omaggio anche all’idea di giovinezza e di vita, al desiderio di libertà, viaggio, dubbio del protagonista de ‘I 400 colpi’, Antoine Doinel”. E perciò, oltre gli spezzoni del citato film, c’è la partecipazione di Jen-Pierre Léaud nel finale, che lo ha interpretato poi anche nell’episodio (“Antoine e Colette”) di “L’amore a 20 anni”, “Baci rubati”, “Domicile conjugal” (Non drammatizziamo… è solo questione di corna!, l’orribile titolo italiano).

Tra quelli musicali, le canzoni, “Almeno pensami” di Lucio Dalla (2010), cantata da Ron a Sanremo 2018, nella versione originale inedita interpretata e realizzata in studio dallo stesso Dalla, che verrà pubblicata nei prossimi mesi, accompagnata dalle immagini del film e da alcune riprese ambientate nello studio e nella casa del cantautore. Un altro inedito è “Sempre lo stesso, sempre diverso” de Lo Stato Sociale; ma anche “Parlami” di Simona Molinari. Il titolo invece è un esplicito omaggio alla canzone di Ivano Fossati. La colonna sonora è di Danilo Rea.

Nelle sale italiane dal 7 marzo presentato da Vision Distribuzione in 250 copie