“La casa di Jack”

di José de Arcangelo

Ecco l’ultimo film dell’amato-odiato regista danese Lars von Trier, sempre disturbante e provocatorio al punto giusto, anche se non tutti la pensano allo stesso modo. Infatti. “La casa di Jack” con protagonista Matt Dillon, ha diviso come sempre – negli ultimi anni – critica e pubblico fin dalla sua presentazione in anteprima – fuori concorso – al Festival di Cannes 2018, tra applausi, abbandono di sala e fischi.

Ambientato nell’America degli anni ’70 narra le vicende di un feroce serial killer privo di empatia e con l’ambizione di diventare un artista (è ingegnere ma vorrebbe essere un architetto). Attraverso una sorta di ‘confessione’ Jack racconta 5 incidenti, ovvero gli omicidi che definiscono il suo sviluppo come freddo serial killer. E insieme a lui viviamo la sua discesa agli inferi e dal suo punto di vista: vede ogni omicidio come un’opera d’arte in sé, anche se la sua disfunzione gli dà problemi nel mondo esterno.

Nonostante l’inevitabile intervento della polizia (che non prende sul serio una sua confessione), ma che comunque provoca ansia su Jack. E, contrariamente a ogni logica, questo lo spinge a rischiare sempre di più, persino per constatare ogni volta di aver cancellato ogni traccia (di sangue). Tramite il dialogo con il misterioso Verge-Virgilio (Bruno Ganz, il grande attore svizzero recentemente scomparso, che prima ascoltiamo e poi vediamo nella parte finale, alla sua terz’ultima interpretazione) scopriamo le sue condizioni personali, i suoi problemi, i suoi dubbi e i suoi pensieri. Un mix grottesco di sofismi e autopietà quasi infantile e con spiegazioni approfondite di azioni difficili e pericolose.

Anche se lo stesso Von Trier dice che “per molti anni ho girato film su donne buone (da “Le onde del destino” a “Dancer in the Dark” passando per “Dogville” ndr.), ora ho fatto un film su un uomo malvagio”, il suo film è molto altro e molto più complesso di quello che sembra.

I temi sono tanti arte ed etica, (dis) umanità e morale, indifferenza ed empatia, omicidio e massacro, e altrettante sono le citazioni (anche autocitazioni), il tutto pervaso da una corrosiva ironia che trasforma “La casa di Jack” (The House That Jack Built) nello specchio distorto (ma non troppo) della società contemporanea che, indifferente e anch’essa sempre più priva di empatia, non fa più caso alle guerre né alla violenza (gratuita) quotidiana. Così come il protagonista e il confessore (o psicologo) è l’alter ego e il proprio autocontrollo (coscienza), il limite da non superare. Perciò il dramma pian piano diventa thriller per concludersi come un catartico horror.

Non è un caso se l’autore disse a Dillon su Jack “è il più vicino possibile a me, solo che io non uccido le persone”. Quindi, una ‘confessione’ d’autore volutamente disarmante e sincera, fragile e autoaccusatoria, intelligente e autoindulgente. Lucida follia di un regista incompreso, anzi malinteso, perché non ha peli sulla lingua (inquadratura). Visivamente suggestivo, tra diversi formati e camera in mano, luce e ombra (anche dell’anima), firmata dal direttore della fotografia Manuel Alberto Claro.

Un’opera che fa paura persino alla (riemersa) censura italiana, tanto che il film che esce in due versione, quella italiana depurata dalle scene più disturbanti (non sappiamo però quali) e quella originale con sottotitoli italiani, integrale (director’s cut di 2 ore e ½), ma entrambe vietate ai minori di 18, divieto che ormai non colpisce nemmeno gli horror più efferati. Tanto che il loro passaggio televisivo viene ormai affidato al ‘parental control’.

Nel cast in ruoli cameo: Uma Thurman (Donna 1), Siobhan Fallon Hogan (Donna 2), Sofie Grabol (Donna 3), Riley Keough (Simple).

Nelle sale italiane dal 28 febbraio 2019 distribuito da Videa in100 copie

HANNO DETTO

“Un viaggio all’inferno della nostra anima” (Il Fatto Quotidiano)

“10 minuti di standing ovation al Festival di Cannes” (The Independent)

“Una seduta psicanalitica crudele e potentissima” (Rolling Stone)

“Oltre i limiti del pulp” (Corriere della Sera)