Notte degli Oscar cronometrata e poco divertente. Vincono “Green Book”, Rami Malek e Olivia Colman

di José de Arcangelo

Deludente in parte, la Notte degli Oscar 2019 – canonica e senza conduttore – che ha offerto poche emozioni (tranne quelle di alcuni dei premiati) e meno risate e divertimento. Una serata ‘cronometrata’ e sempre contrassegnata dal Politically Correct, tra coppie di attori-presentatori ‘miste’, tra afroamericani, ispanici, asiatici e via dicendo. Solo in apertura le tre attrici ‘comiche’ Tina Fey, Rachida Jones e Amy Poehler hanno portato qualche risata fra ironia e satira, precedute dall’esibizione dei “Queen” (sopravvissuti) in omaggio a Freddie Mercuy e al film (con 10 candidature) “Bohemian Rhapsody” al primo posto nei botteghino di tutto il mondo.

Ma andiamo ai premi: quasi a sorpresa, l’Oscar al miglior film – presentato da una luminosa Julia Roberts – è andato a “Green Book” di Peter Farrelly  che si era aggiudicato prima la statuetta per la miglior sceneggiatura originale (Nick Vallelonga, Brian Currie e il regista) e per l’attore non protagonista Mahershala Ali, già vincitore due anni fa per “Moonlight”, che ha ricordato e ringraziato la nonna, che lavorando come una schiava riuscì a mandare sua madre all’università. A Spike Lee – l’unico a fare un discorso politico e a ricordare che le elezioni sono l’anno prossimo – è andato l’Oscar per la Miglior sceneggiatura non originale di “BlacKkKman”, scritta con Charlie Wachtel, David Rabinowitz e Kevin Willmott. Miglior attore protagonista è stato Rami Malek che, emozionatissimo, ha ringraziato tutti quelli che hanno fatto possibile la realizzazione di “Bohemian Rhapsody” e per lui un sogno che si avvera, quello di un figlio di immigrati egiziani e americano di prima generazione. “Una vittoria che porterò nel cuore per tutta la vita”. Il film si è aggiudicato anche altri tre Oscar per il Miglior montaggio, per il Miglior montaggio sonoro e per il Miglior Sonoro.

Ed era difficile la scelta della Miglior attrice protagonista tra una Glenn Close (“The Wife”) alla settima nomination e tra le favorite, Melissa McCarthy per “Copia originale”, la pur sempre brava new entry Lady Gaga per “Star is Born”, la prima attrice indigena (non professionista) per “Roma” e Olivia Colman che si era già aggiudicata la Coppa Volpi per “La favorita”, alla quale è andata l’Oscar. Anche lei, commossa e sorpresa, all’inizio balbuziente poi ironica, ha ringraziato tutti, incluso il marito che l’ha sempre sostenuta, affermando che aveva iniziato facendo le pulizie. Il premio alla Miglior attrice non protagonista è andato a Regina King, nel ruolo della madre in “Se la strada potesse parlare”.

Alfonso Cuaron, gareggiando su due fronti, ne ha vinto ben tre Oscar: per il Miglior Film straniero, per la Miglior fotografia e per la Miglior regia per “Roma”, sconfiggendo due volte, anzi tre, il polacco Pawel Pawlikowski per “Cold War”. “Black Panther”, il primo film-comic candidato nella categoria Miglior film, ha preso invece tre Oscar ‘minori’: per la scenografia a Hannah Beachler (Design), prima afroamericana nella categoria, e Jay Hart (Set Decoration), per la colonna sonora (Ludwig Goransson) e per i migliori costumi (Ruth Carter).

Una Lady Gaga emozionatissima fino alle lacrime premiata per la Miglior canzone, “Shallow”, da lei scritta per “A Star is Born” – che aveva cantato minuti prima con Bradley Cooper dal vivo. La statuetta per i Migliori effetti speciali visivi è, invece, andata a Paul Lambert, Ian Hunter, Tristan Myles e J.D. Schwalm per “First Man”. Oscar per il Miglior trucco a Greg Cannom, Kate Biscoe e Patricia De Haney per “Vice – L’uomo nell’ombra” di Adam McKay.

Il Miglior film d’animazione è l’originale e riuscitissimo “Spider-man – Un nuovo universo” di Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman; il Miglior documentario “Free Solo” di Elizabeth Chai Vasarhelyi & Jimmy Chin. Premiati anche il cortometraggio di animazione “Bao” di Domee Shi (Pixar) – che precedeva “Gli incredibili 2” -, il corto documentario “A Period, End of Sentence” di Rayka Zehtabchi e Melissa Berton (Netflix) sul ciclo mestruale in India, dove le ragazze sono costrette a viverlo come una colpa di cui vergognarsi. E le difficoltà di sette donne, tra i 18 e i 31 anni, che lavorano in una piccola fabbrica di assorbenti sanitari femminili, creata dalla ong Action India. Il Miglior corto live action (finzione) è “Skin” di Guy Nattiv & Jaime Ray Newman.

In sintesi quelli con più candidature ne hanno vinti pochi e non sempre quelli più importanti, segno che bisognava dare un ‘contentino’ a tutti o quasi. L’unico a ricordare direttamente il ‘muro’ è stato Javier Bardem, anche se tutti i colleghi nel bene e nel male, l’hanno fatto metaforicamente o indirettamente. E, Cuaron, che ne ha vinti tre ha parlato di ‘oceano’ di artisti e di idee.