Matt Dillon diventa serial killer privo di empatia per Lars Von Trier

di José de Arcangelo

Matt Dillon, protagonista dell’ultimo film di Lars Von Trier “La casa di Jack” – fuori concorso l’anno scorso al Festival di Cannes e dal 28 febbraio nelle sale italiane – è stato a Roma – proprio il giorno del suo 55° compleanno – per presentarlo alla stampa italiana. Una confessione (quella di Jack) che è la discesa all’inferno di un serial killer americano negli anni ‘70, ma si tratta di qualcosa di completamente diverso del consueto racconto di una serie di efferati omicidi.

“Jack è uno psicopatico dall’aspetto diverso – afferma Dillon -, completamente privo di empatia. Il racconto su un serial killer è sempre fonte di disagio, di disturbo, ma il film parla anche di un artista fallito che manca di empatia e ha creato tante personalità, ha una forza che lo trasforma dentro però manca il nucleo”.

“Sono molto triste per la morte di Bruno Ganz (il co-protagonista nel ruolo di Virgilio ndr.). Ero stato ingaggiato prima di lui e, quando Lars mi ha mandato un sms (Virgilio!) con la sua foto, mi sono sentito fortunato di aver avuto l’opportunità di incontrarlo e di lavorare con lui. Ero un suo fan da quando, a 17 anni, sono rimasto impressionato dalla sua performance nel ruolo di un giocatore di scacchi che impazzisce (in “Schwarz un weis wie Tage und Naechte” di Wolfgang Petersen ndr.). Anche se la maggior parte del film è un’interazione attraverso un dialogo fuori campo (Ganz è il confessore ndr.), ci siamo sentiti molto vicini perché sapevamo si trattava di un film molto rischioso. Ci sentivamo spesso al telefono, infatti mesi dopo quando lui aveva visto il film insieme a Lars ed io non ancora, mi disse che il film gli era piaciuto molto, era estremamente interessante e che sicuramente ne sarei rimasto orgoglioso”.

“Avevo diversi dubbi prima di accettare il personaggio – prosegue – parlando con Lars, regista che ho sempre ammirato, ho capito che non si trattava di rifiutare me, ma il personaggio perché Jack è Jack. Non è stato facile, soprattutto la scena di famiglia con i bambini, ma non sono io ma è Jack che non ama la gente ed è pienamente convinto che sia così, però nel film c’è verità. Ci sono parecchie tragedie e ingiustizia, ma il mondo sembra non darsi pena, diciamo che va visto come un misantropo e, infatti, fa parte del dibattito tra lui e Verge (Virgilio), una sorta di contrapposizione tra una natura violenta e l’altra. Jack vede, pensa ma soprattutto vuole essere preso, tanto che quando lo confessa la polizia non gli crede”.

“Inoltre, dal punto di vista cinematografico – continua – è un film unico. Un argomento che volevo studiare e ho scoperto una letteratura infinita, tra cui “50 serial killer psicopatici di cui non avete mai sentito parlare’, in quattro volumi, quindi su 200 serial killer. Un fenomeno che fa parte della natura umana, ma mi interessava sapere quello che avrebbe fatto Lars, un regista che ho sempre ammirato – e perciò ho accettato – con questo personaggio carico di sfide, di cui mi tenevo a distanza, mentre lui mi diceva ironicamente ‘è il più vicino a me’ tranne che lui non uccide le persone’. Jack è una persona nata priva di coscienza e di empatia, io ho dovuto dimenticarle, chiudere, spegnere, togliere quella parte di me, anche quando  è una grossa difficoltà eliminarla. Alla fine sono riuscito ad accettarlo, perché in realtà non assomiglio in nulla a Jack, dovete credermi”.

“La cosa più importante per me è stato – oltre von Trier – il processo attraverso il quale ho imparato a recitare senza mai provare, è stato difficile ma importante perché ti porta a dimenticare tutte le regole e la tecnica della recitazione. Ovviamente c’è sempre la paura di fallire, ma è stata una grande esperienza perché è sempre bello correre dei rischi. E Lars – di cui mi fido ciecamente – è il migliore regista con cui abbia mai lavorato, sempre concentrato sui personaggi, emotivo e autentico perché, come mi ha detto, si assume sempre tutta la responsabilità. I suoi sono tutti dei film fantastici e con attori molto bravi”.

E conclude sul film e le reazioni del pubblico, visto che von Trier è amato e odiato con la stessa intensità: “Al Festival di Cannes non abbiamo visto nessuno che si sia alzato prima della fine, forse perché noi eravamo davanti e non vedevamo la platea dietro, ma penso che questo film debba essere lasciato decantare per un po’ di tempo prima di poterlo giudicare veramente, e che vada visto fino alla fine perché ha un finale molto morale”.

Nelle sale italiane dal 28 febbraio distribuito da Videa in 120 copie