Dèi e idee di Marcello Veneziani

di Marco Ferrazzoli

  Marcello Veneziani affonda solidamente le proprie opinioni, posizioni, idee in una base culturale fuori dal comune, la stessa su cui poggia la sua seducente capacità dialettica: Veneziani, cioè, non vuol dimostrare soltanto la ‘verità’, ma anche la ‘bellezza’ di ciò che scrive e dice. Questa duplice attenzione alla parola e al pensiero emerge anche dalla sua ultima opera che, sin dal titolo ‘Nostalgia degli dèi’ e dal sottotitolo ‘Una visione del mondo in dieci idee’, propone una sorta di coppia lessicale e concettuale, retorica e sostanziale: il maschile delle divinità e il femminile delle elaborazioni che gli uomini ne traggono.
Nostalgia degli dèi’ (Marsilio) rappresenta inoltre, in qualche modo, una sorta di compendio di quanto Veneziani ha scritto nel corso degli ultimi anni, in saggi come ‘Rovesciare il ’68’, ‘Amor fati’, ‘Dio, patria e famiglia’.
Nel libro e nella presentazione che se n’è tenuta a Roma, presso la sede della Dante Alighieri, Veneziani non si è sottratto alle sbrigative definizioni tratte dal lessico ideologico che la sua opera può ispirare, come ‘reazionario’ o ‘conservatore’, rimarcando però con convinzione come esse non debbano venire tradotte in termini banalmente politici. Le nostalgie da cui il libro prende le mosse, semmai, sono quelle tipiche dell’età matura: il rimpianto dei cari che non ci sono più, dell’infanzia, del tempo perduto. Ma anche e soprattutto quella per il futuro, solo in apparenza paradossale: viviamo infatti in un’epoca timorosa di guardare al domani, poiché rifiuta di confrontarsi con la vecchiaia e la morte che ad esso sono inevitabilmente legati. Per esorcizzare questa paura, sostiene Veneziani, abbiamo surrogato il futuro con la tecnologia, intesa come l’attesa spasmodica del nuovo dispositivo da acquistare.
La premessa è condivisibile ma la conclusione, a nostro avviso, rivedibile. Certamente l’incalzare dei cambiamenti che i media, la società, le istituzioni, l’economia, i rapporti interni e internazionali hanno conosciuto nel giro di pochissimi decenni sono tali da avere esautorato l’idea di futuro consolidata nei secoli scorsi. Cioè quella di un programma politico e ideologico, l’illusione o la presunzione di poter condizionare l’avvenire con la sola forza della volontà, della mobilitazione, dell’impegno personale e collettivo. Un esautoramento, peraltro, dovuto anche agli orrori novecenteschi che tanta sicumera ha prodotto: lo stesso autore avverte opportunamente come le dieci divinità affrontate nel libro – Civiltà, patria, famiglia, comunità, tradizione, mito, destino, anima, Dio, ritorno – vadano viste in una sorta di ragionevole politeismo, poiché laddove se ne venera una sola il dispotismo insorge inevitabile.
Che però l’innovazione tecnologica sia riducibile solo al suo epifenomeno commerciale non è vero: nelle reti, nell’automazione, nella ricerca scientifica esistono anzi tutte le premesse per l’edificazione di un futuro migliore, più equilibrato, capace per esempio di compendiare il benessere con la salute psico-fisica e con una maggiore attenzione all’ambiente. Certo, serve uno sforzo culturale al quale non sembriamo ancora pronti. Veneziani dice che il pensiero oggi è considerato utile solo se applicato alla tecnologia, ma probabilmente è proprio l’abbinamento tra i due a mancare. Se gli Dèi ci forniscono proiezione, protezione e connessione, come l’autore afferma, allora possiamo dire che anche in molti beni e servizi che l’innovazione e la ricerca ci hanno messo a disposizione possiamo trovare un loro pallido riflesso.