Dal Festival di Berlino Giovannesi e Saviano raccontano “La paranza dei bambini”, da oggi al cinema

di José de Arcangelo

Presentato, in concorso, ieri sera al Festival di Berlino “La paranza dei bambini “ di Claudio Giovannesi, tratto dal best seller di Roberto Saviano e sceneggiato dal regista, con lo stesso scrittore e Maurizio Braucci. In mattinata c’è stata la conferenza stampa trasmessa in streaming dalla Berlinale.

“Mi sono ispirato all’identità popolare e storica di Napoli – esordisce il regista romano -, quella di Vittorio De Sica – e su quella del Rossellini di ‘Germania anno zero’ – che contiene tutte le facce della città, e tra queste un altissimo grado di diserzione scolastica. Il film racconta il rapporto tra adolescenza e vita criminale: l’impossibilità di vivere i sentimenti più importanti dell’adolescenza, l’amore e l’amicizia, nell’esperienza del crimine. Il film mostra la perdita dell’innocenza di un quindicenne e dei suoi amici coetanei. La scelta criminale di Nicola, il protagonista, diventa passo dopo passo irreversibile e totalizzante e impone il sacrificio del primo amore e dell’amicizia”.

“Cosa si prova da dodicenne o quattordicenne ad avere 5/6 mila euro (che possono fruttare milioni ndr.)  – ribatte Saviano – e qual è il nostro punto di vista e la prospettiva da cui guardiamo il mondo che ci circonda? E’ la visione del mondo che ciascuno di noi ha che, inevitabilmente, finisce per essere la sostanza di ciò che produciamo. E se il nostro mestiere è quello di scrivere, il racconto risponderà a un desiderio, quello di modificare, attraverso le parole, ciò che vediamo attorno a noi e che crediamo funzioni. Quando da giovane iniziai a scrivere, mandavo i miei racconti ad un intellettuale italiano che stimavo molto. Glieli mandavo stampati su carta, via posta ordinaria. E lui con una lettera, che conservo ancora, mi rispose: ‘Scrivi bene, ma scrivi stronzate. Ho visto il tuo indirizzo: apri la finestra, guarda fuori e scrivi ciò che vedi”. Così feci, e inizia a scrivere di criminalità organizzata, e non perché guardando fuori dalla finestra fosse l’unica cosa che vedessi, ma perché era forse l’unica cosa a non essere visibile a occhio nudo, ma a essere comunque presente in ogni aspetto della vita non solo di chi campa in certe province del sud Italia”.

“Il libro ‘La paranza dei bambini” – prosegue – nasce in un contesto che non voleva ammettere, nonostante una violenza inaudita, arresti, omicidi e condanne, che nei vicoli di Napoli l’età degli affiliati ai clan camorristici si fosse drasticamente abbassata, che le vecchie famiglie erano state marginalizzate da giovani imprenditori del crimine il cui obiettivo era solo fare soldi, ottenere potere e regnare sulla città. E per ottenere soldi e potere qualunque mezzo sarebbe stato lecito”.

E poi aggiunge: “Se la consuetudine criminale, ovvero l’esistenza di un know how criminale diffuso, è alla base della presenza delle paranze di giovanissimi a Napoli, è vero anche che l’adolescenza distrutta dalla fame di potere e soldi è un tratto comune di tutte le periferie del mondo, dai paesi dell’Est, ma anche a Roma come in Francia, dalla Spagna alla Germania e il Sud America. Osservando più da vicino ciò che accade, il sillogismo banale secondo cui sei figlio di camorrista, sarai camorrista, oggi cade. A compiere azioni efferate e inspiegabili sono spesso ragazzi che non appartengono a famiglie criminali, con buona pace di chi vorrebbe che vi fosse una separazione netta tra i per bene e i per male. E questo accade essenzialmente perché l’invenzione della violenza senza alcun fine predatorio è la risposta al vuoto. A un vuoto che è pressoché totale, che non è solo percepibile, ma anche tangibile. Non c’è sistema, non c’è attenzione. Non c’è Stato in nessuna delle forme sotto cui lo conosciamo, stabilito che arresti e repressione non sono la cura, non sono la soluzione. E cosa significa questo? Significa che dopo non aver imparato a scuola, si sta in strada senza far nulla. Si sta in strada e si sperimento la solitudine. Da qui bisognerebbe ripartire: innanzitutto nella cura delle persone. Se si vuole arginare un fenomeno come quello delle bande di ragazzini, si cominci con l’interrogare questi giovanissimi, conoscerne le difficoltà, comprenderne i bisogni profondi”.

“Non credo il mio scopo sia educare – riprende Giovannesi, autore di “Alì ha gli occhi azzurri” e “Fiore” – io cerco di mostrare e di narrare, di rappresentare questa comunità di ragazzi sedicenni vista dal lato umano, anche perché non tutti gli adolescenti scelgono questa strada. Non intendevo fare un film su Napoli, né un film sociologico o di denuncia né tanto meno come ‘Gomorra’ (ne ha firmato qualche episodio della serie tv ndr.)”.

E Saviano, per rispondere alla curiosità della stampa estera, ha dichiarato:  “La camorra sta peggiorando. E’ tornata a chiedere il pizzo ovunque, le ‘famiglie’ si stanno riprendendo i territori, ed è una responsabilità europea. Viviamo in un paese in cui il sud è escluso da qualsiasi progettualità, e l’immigrazione è l’unica risposta che le nuove generazioni riescono ad avere. I piccoli criminali, i cosiddetti paranzini hanno la percezione che la camorra sia l’unica struttura che crede in loro. La loro aspettativa di vita è tornata al medioevo: il fatto che si muoia ventenni è considerato nell’ordine delle cose”.

Infine, interrogato su Salvini: “E’ l’unico politico occidentale che indossa la divisa della polizia, ma voglio ricordare che la protezione non è un privilegio, ma un dramma. Io sono sereno e continuerò a raccontare di un territorio che non è semplice. Napoli ancora una volta funge da laboratorio a cielo aperto, da ferita, una ferita attraverso cui guardare per capire ciò che sta accadendo, in questo preciso istante, nelle periferie di Berlino, di Londra, Johannesburg, di New York, di Citta del Messico”.