Quando la commedia italiana si affida al remake fa spesso cilecca

di José de Arcangelo

Sono quasi quarant’anni che si parla di crisi del cinema italiano, e tranne qualche rara eccezione, nemmeno la commedia riesce più a sbancare ai botteghini nazionali né a sbarcare le frontiere intercontinentali come una volta. Ma quelle che mancano sono le idee (nuove) veramente originali, oltre a registi che riescano – non a imitare -, ma a ricreare la ‘ricetta’ (sempre che esista) della gloriosa ‘commedia all’italiana’ degli straordinari anni ’60-’70.

Infatti, negli ultimi anni le brillanti sorprese vengono spesso dal cinema francese (e altre cinematografie vicine e lontane) che, invece, ha imparato la lezione dai nostri maestri: Dino Risi, Mario Monicelli, Ettore Scola (il più amato dagli autori d’oltralpe), Pietro Germi e altri, anche quando non hanno mattatori del livello di Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi (spesso usato anche da loro, vedi “Il vizietto”), e nemmeno come gli attori-autori Massimo Troisi e Roberto Benigni. Però sfruttano grandi commedianti come Fabrice Luchini (in uscita “Parlami di te”), Mathieu Amalric e Guillaume Canet (“7 uomini a mollo”) oppure il François Cluzet di “Quasi amici” o il collettivo di “C’est la vie: Prendila come viene”.

Ultimamente però lo scenario si è persino ribaltato e le nostre commedie – oltre i neocinepanettoni – sono sempre più spesso rifacimento non solo di quelle francesi, ma anche di quelle argentine, spagnole e via dicendo. E i risultati sono persino deludenti, se non addirittura al di sotto della media e dell’originale.

I produttori sono senz’altro attirati dal successo avuto in patria di sceneggiature originali, tanto che sono solo alcuni titoli a duplicare e/o uguagliare quello del paese d’origine. E’ accaduto solo con “Benvenuti al Sud” e al successivo “Benvenuti al Nord”, entrambi diretti da Luca Miniero, rifacimento di “Giù al Nord” (Bienvenue chez les Ch’tis) di e con Dany Boon (2008); e poi quello de “Il nome del figlio” che Francesca Archibugi trasse con intelligenza e sapore tutto italiano dalla commedia “Cena con gli amici” (Le prénom, 2012), tratta dal testo teatrale di Alexandre de la Patellière & Matthieu Delaporte.

Ma quello che più sorprende è che fra dieci commedie nostrane uscite negli ultimi tre mesi la metà sono remake di pellicole, soprattutto, argentine e francesi, per non parlare di fiction televisiva. Infatti, “Ti presento Sofia” di Guido Chiesa con Fabio De Luigi e Micaela Ramazzotti (uscito il 31 ottobre scorso) è il rifacimento dell’argentino “Se permetti non parlarmi di bambini” (Sin Hijos – Senza figli, 2015) di Ariel Winograd, uscita anche nelle sale italiane nemmeno due anni prima.

 

 

E’ appena uscito nei cinema, invece, “10 giorni senza mamma” di Alessandro Genovesi, sempre con Fabio De Luigi e Valentina Lodovini, ispirato a “Mamà se fué de viaje” (t.l. Mamma è in viaggio), scritta da Juan e Mariano Vera, diretta dallo stesso Winograd (2017) e con lo stesso protagonista del precedente, Daniel Peretti. I cambiamenti sono stati pochi, e i figli sono 3 anziché 4. Ma il risultato stavolta è garbato e divertente.

Rifacimento del francese – nemmeno scoppiettante, nonostante l’enorme successo in patria – “Alibi.com”, scritto da Philippe Lacheau (anche regista), Julie Arruti e Pierre Dudan, è “L’Agenzia dei Bugiardi” di Volfango De Biasi con Giampaolo Morelli, Massimo Ghini e Alessandra Mastronardi. Un adattamento (quasi) in carta carbone dell’originale (si fa per dire) più vicino alla pochade – inventata oltre un secolo fa da Feydeau – che alla commedia degli equivoci, e forse meno volgare del film francese. Infatti, sono spesso le sceneggiature le più debole, sostenute il più delle volte dal lavoro degli attori.

Mentre “Compromessi sposi” (titolo internazionale “You Can’t Kiss the Bride”!, ovvero Non baciare la sposa) di Francesco Miccichè, con Diego Abatantuono e Vincenzo Salemme, se non è proprio un rifacimento, lo spunto e lo svolgimento ricordano tante altre commedie nostrane (da “A Natale mi sposo” di Paolo Costella con Boldi e Salemme, a “Puoi baciare lo sposo” di Alessandro Genovesi, ancora con Abatantuono), e simili, ma anche straniere. In sintesi, il solito confronto Milano – Napoli attraverso la rivalità e la diffidenza dei genitori di due giovani che decidono di sposarsi senza aver mai presentato a vicenda le rispettive famiglie.

Non meglio il ritorno di Luca Miniero con “Attenti al gorilla”, protagonista Frank Matano, che parte da un’idea diversa del solito e sui toni surreali  – più congeniale ad attore e regista – per poi cadere nella farsa e il nonsense, da risultare inutilmente ingarbugliata. Non a caso spiccano nel cast Lillo e Diana Del Bufalo.

Ma anche i cugini d’oltralpe rifanno spesso film argentini e non, tanto che “Un amore all’altezza” di Laurent Tirard (2016) con Jean Dujardin, è tratto nemmeno un anno dopo, da “Corazòn de leòn”, scritto da Marcos Carnevale e diretto da Emiliano T. Caballero, anche quando il risultato è buono e lo spirito francese doc. E non è tutto.

Infatti, è in arrivo – dal 28 febbraio – “Domani è un altro giorno” di Simone Spada con la coppia Valerio Mastandrea – Marco Giallini, remake del pluripremiato film ispano-argentino “Truman – Un vero amico” di Cesc Gay (2015), da lui scritto con Tomàs Aragay, interpretato da Ricardo Darìn e Javier Càmara.