“Il professore cambia scuola” di Olivier Ayache-Vidal ci mostra come studenti e insegnanti possono cambiare

di José de Arcangelo

Il cinema francese si è sempre occupato di tematiche scolastiche, didattiche ed educative in modo serio e critico, (ma apparentemente leggero), dal capolavoro “Zero in condotta” di Jean Vigo (1933) a “La classe” di Laurent Cantet (2008) e, in ambiente universitario, “Quasi nemici – L’importante è avere ragione” di Yvan Attal (2017), mentre da noi in commedie puntate soprattutto su adolescenti e primi amori, tranne in “La scuola” di Daniele Luchetti e tratto dal libro di Domenico Starnone. Ora arriva nei cinema italiani l’opera prima “Il professore cambia scuola” (Les grands esprits, 2017), scritta e diretta da Olivier Ayache-Vidal, con Denis Podalydès della Comédie Française, assecondato da veri studenti non professionisti, in uscita dal 7 febbraio 2019.

Il professore François Foucault insegna nel più prestigioso liceo della Parigi bene, l’Enrico IV. Per farsi bello con una funzionaria ministeriale lancia una malaugurata battuta finisce per un anno nella più disagiata scuola delle banlieue, ovviamente multietnica. Una realtà che tenta di dominare con i suoi metodi completamente inadeguati e fallimentari. Finché non capisce che deve rovesciare il suo punto di vista da severo e irremovibile insegnante. E, attraverso l’empatia e la comprensione, il maturo François riesce a far breccia sui ragazzi e il suo ruolo d’insegnante riuscirà ad affermarsi e a fare di lui un nuovo ‘capitano, mio capitano…’. Alla fine dell’anno scolastico, tra successi, sconfitte, momenti bui e felicità, i suoi sono cambiati e lui di più. Vince la sfida in cui era stato incastrato grazie alla sua infelice dichiarazione.

“Non sono un professore – esordisce il regista alla presentazione romana – e affronto un argomento che il cinema francese racconta spesso. Sono stato sempre interessato, sicuramente per via del mio ambiente familiare, all’educazione, al settore dell’istruzione scolastica, alle questioni relative alla pedagogia e all’uguaglianza di opportunità all’interno del sistema educativo. Sono stato, quindi, portato naturalmente a lavorare su un soggetto che affrontasse questi. E in seguito, ho sentito il desiderio di raccontare lo scontro tra due mondi, due realtà sociali”.

“Avevo detto al produttore – prosegue – che volevo andare oltre il cliché ed essere credibile perciò ho fatto una full immersion in una classe e, nel girovagare per le scuole ho fatto scouting, visitato tanti istituti tecnici e professionali, incontrato insegnanti e associazioni finché un preside non si è innamorato dell’idea”.

“Mi sono reso conto – aggiunge – che i problemi più importanti per gli studenti erano relativi alle scuole superiori come cerniera tra l’infanzia e l’età adulta. E’ durante questi quattro anni che avviene una mutazione, si forma il carattere e prende il via un orientamento personale e professionale. Ho vissuto al ritmo di cinquecento studenti e quaranta professori dell’Istituto Maurice Thorez de Stains per più di due anni, il tempo necessario ad osservare questo universo così complesso”.

“Ma questo processo di transizione non è a senso unico – continua – perché anche il professore cambierà. Non succede sempre ma la situazione in cui si trova lo strappa dal suo mondo. L’atto d’accusa però è contro lo Stato che non affronta l’educazione in maniera adeguata, e la maggior parte dei professori mi ha detto di riconoscersi abbastanza nel ruolo. Io non punto il dito contro nessuno, ci sono quelli che si adattano e altri no”.

“E’ troppo difficile, faticoso, evitare di cadere nel cliché – confessa – perciò il lavoro di sceneggiatura è stato lungo e complesso, e l’osservazione in campo si è rivelata preziosa per andare oltre il bene e il male, in fondo sono tutti esseri umani con i difetti e le virtù del caso. Ho lavorato sulla coralità conversando con i professori stessi e alla fine ho fatto 15 versioni della sceneggiatura per liberarli dai cliché e ho assistito persino ai Consigli Disciplinari, e nella realtà l’allievo viene espulso sul serio. La scuola in Francia è molto più rigida, tanto che ci sono 17.000 studenti espulsi in un anno”.

Mentre il professore Enrico Castelli Gattinara – che ha accompagnato gli studenti di un liceo romano alla proiezione – spiega come in Italia non esista a quei livelli, ma il fenomeno viene sostituito spessissimo dall’abbandono volontario e dall’incapacità della scuola di tenerli. Naturalmente i ragazzi protagonisti sono stati scelti tra gli allievi della scuola in cui Olivier Ayache-Vidal ha fatto la sua esperienza, anche quando ha fatto ugualmente un casting tra migliaia.

Eccoli: Abdoulaye Diallo (Seydou), Tabono Tandia (Maya), Pauline Huruguen (Chloé), Alexis Moncorge (Gaspard). Gli attori professionisti: Léa Drucker (Caroline), Emmanuel Barrouyer (il preside), Zineb Triki (Agathe), della serie “Le Bureau – Sotto copertura”, François Petit-Perrin (Rémi), Marie Remond (Camille), Charles Templon (Sébastien), già visto in “Lola + Jeremy”, e Mona Magdy Fahim (Rim).

Nelle sale italiane dal 7 febbraio distribuito da PFA Films ed Emme Cinematografica