Torna sul grande schermo il capolavoro di De Sica-Zavattini “Ladri di biciclette”

di José de Arcangelo

Torna nelle sale dal 4 febbraio 2019, nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna, “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica (1948), sinonimo di Neorealismo italiano, capolavoro di un grande attore che passò alla regia (con “Rose scarlatte”, 1940) sorprendendo un po’ tutti, addetti ai lavori, critica e pubblico, e dimostrando di avere delle qualità insospettate di osservatore della gente e dei suoi problemi; di fotografo del dolore e delle piccole gioie.

Uno dei pochi autori che riuscì a dare una struggente umanità all’occhio freddo della cinepresa. Insieme a Cesare Zavattini (che firmò l’adattamento del libro di Luigi Bartolini e poi la sceneggiatura col regista, Suso Cecchi d’Amico, Oreste Biancoli, Adolfo Franci e Gherardo Gherardi), De Sica  affronta temi, allora, di scottante attualità (che ben si collegano alla crisi internazionale attuale, fra disoccupazione e nuova povertà) proponendoli al pubblico e cercando di attirare l’attenzione del governo su questioni urgenti: l’infanzia abbandonata e gli istituti di reclusione in “Sciuscià” (1946, per cui è stato assegnato un premio Oscar speciale, successivamente diventato al Miglior Film Straniero); la disoccupazione, appunto, e il diritto al lavoro, proprio in “Ladri di biciclette”; l’abbandono a cui vanno incontro gli anziani in “Umberto D” (1952).

“Ladri di biciclette” fu un vero avvenimento per il cinema mondiale e conquistò ancora Hollywood, mecca incontrastata della celluloide, che allora (come oggi) dominava gli schermi italiani. Tanto che il regista, diceva del precedente “Sciuscià”: “Era costato un milione di lire, ma in Italia praticamente non lo vide nessuno”. Intellettuali, registi e pubblico riconobbero stavolta nel film di De Sica – Zavattini il vero capolavoro.

“Nutro grande ammirazione per il film di De Sica – affermava nel 1956, Jean-Paul Sartre – ‘Ladri di biciclette’ è, secondo me, uno dei film più importanti che siano stati realizzati dal 1945 ad oggi”.

E anche il filosofo Lukàcs disse: “ricordo ‘Ladri di biciclette’ quale film capace di esprimere, nella natura particolare della visibilità del cinema, una ricca scala di sensazioni, dalla tristezza opprimente fino al riso liberatore, in fatti della vita del tutto semplici, del tutto quotidiani, ai quali altrimenti non si presterebbe attenzione”. (in ‘Tutti i De Sica’, a cura di Orio Caldiron – E. Carpintieri Editore, da Guido Aristarco “Il Manifesto” 17-11-74).

Ma c’è chi allora gridò che “i panni sporchi si lavano in casa”, a proposito non solo di “Ladri di biciclette”. Era stato Giorgio Andreotti, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ma di tutta la scuola neorealistica, e – in gran parte – il pubblico disertò le sale cinematografiche, alla ricerca di un distensivo di marchio americano per dimenticare i problemi. Più tardi Andreotti si giustificava con una lettera pubblica all’autore: “il neorealismo era per me giustissimo, solo non ritenevo che l’Italia fosse composta unicamente da pensionati che muoiono di fame (‘Umberto D’) o di Ladri di biciclette”.

 

Però De Sica era soprattutto un autore attento alla realtà del momento e, non a caso, successivamente cambiò registro, proprio perché la società italiana, fra confusione e contrasti, stava cambiando.

Le contraddizioni dell’uomo si specchiano nelle opere dell’autore. Quale regista compie una ‘radiografia’ migliore della condizione umana, nonostante la profonda crisi del mondo occidentale? I suoi film e soprattutto “Ladri di biciclette”, al di là del suo protagonista, offre un quadro dell’intera società, di quella maggioranza silenziosa più colpita dalla guerra e dalle sue conseguenze. ‘Neopopulismo’? Forse ma nel miglior senso del termine: ricordare a chi soffre, ma anche a chi è in grado di migliorare la società, cos’è e cosa produce una crisi di tali dimensioni. E gli interpreti, presi dalla strada (come si diceva allora), rafforzano l’emotività del racconto.

I numerosi premi e riconoscimenti ricevuti ovunque dal film elevarono la cinematografia italiana ai primi posti della scala mondiale e “Ladri di biciclette” compare in ogni classifica tra i primi film della storia del cinema, e altri suoi film (vedi “Umberto D”) anche in quelle dei film da salvare. Negli ultimi trent’anni, forse, non c’è sempre nella lista, però sempre ritorna ed è in buona compagnia, fra Chaplin ed Eizensteijn.

Le questioni poste dal film sono sempre attuali – fatte le dovute considerazioni – e vanno bene anche oggi e non solo per il cosiddetto terzo mondo. Il problema della disoccupazione nell’ultimo decennio è tornato ad essere il fantasma della società del consumo; il diritto al lavoro pian piano sta scomparendo. I giovani e gli ultra trentacinquenne ne sanno qualcosa, e non solo in Italia ma nel mondo intero. Certo, non c’è la miseria che attanagliava gli italiani nel dopoguerra, ma la precarietà continua a fare scuola.

LA STORIA

Un disoccupato (Lamberto Maggiorani) trova impiego come attacchino municipale, ma ha bisogno della bicicletta che è al monte di pietà. La moglie (Lionella Carell) impegna le lenzuola e la riscatta, ma il primo giorno di lavoro un ragazzo gliela ruba. Incomincia per lui un’odissea lunga l’intera domenica (da Piazza Vittorio a Porta Portese) a cercarla, aiutato dal figlioletto (Enzo Staiola) e da uno spazzino, ma non riesce a ritrovarla. In preda alla disperazione, cerca di rifarsi rubandone un’altra.

Nelle sale italiane dal 4 febbraio 2019 distribuito da Cineteca di Bologna

TUTTI I PREMI

6 Nastri d’Argento ’49 per film, regia, soggetto, sceneggiatura, fotografia, musica.

1 Premio Oscar al Miglior Film Straniero

1 Globo d’oro

Premio Speciale della Giuria al IV Festival di Locarno

Premio Saint Michel al Festival di Knokke Le Zoute

Gran Premio al Festival del Belgio

National Board of Reviewers New York

Premi al Miglior Film Straniero a Londra, California, Danimarca e Irlanda

Certificato al Merito dell’India

British Film Academy (1950)

Associazione dei critici giapponesi (1950)

2° Miglior Film (ex aequo) alla Confrontation di Bruxelles (1958)