Franca, volubile scultrice e il vecchio ulivo

di Celesta Liuti

  Non credo che esista al mondo qualcuno più felice di me: in questo momento me ne sto tranquillo, in mezzo al campo, guardando il panorama. Ora finalmente nessuno s’azzarda più a darmi fastidio: tanto per cominciare, le foglie hanno smesso da un pezzo di crescermi addosso, provocandomi pruriti indicibili… Ma pazienza le foglie, peggio di loro erano le olive, numerosissime, più di quante non producesse l’intero uliveto. Sarà per questo che sono precocemente defunto, ma a me non dispiace. Anzi, è una condizione così piacevole che consiglio vivamente a tutti. Adesso, per esempio il contadino non mi sbatacchia più rudemente per appropriarsi delle mie olive… E quelle signorinette, poi! Sempre lì a scambiarsi ricette di cucina, ma solo quelle dove c’entrassero loro. Le più snob aspiravano a venire incorporate nella maionese, ma la maggior preoccupazione di tutte era finire in una friggitoria.
Sole, vento, piogge poco a poco mi hanno privato della mia ruvida scorza grigia, levigandomi e mettendo in evidenza un color beige tendente al rosato sul quale i miei colleghi ancora viventi gettano sguardi d’invidia. Non dovrei essere io a dirlo, ma sono diventato molto bello. Il contadino lo sa e si guarda bene dal tagliarmi: la gente di passaggio non può fare a meno di fermarsi per fotografarmi, e lui ne approfitta per vendere a tutti il suo olio.
Giorni fa una macchina si è fermata nei miei paraggi con gran stridore di freni: “I soliti ammiratori”, ho pensato io. E infatti ne è uscita una signora molto elegante che si è diretta risolutamente verso di me, mentre dall’interno della vettura una voce piagnucolosa protestava: “Franca, perché ti sei fermata? Qui non c’è niente da vedere”. Stupida creatura! Al contrario, la Franca in questione sembrava che non si saziasse di guardarmi, poi cominciò a girarmi intorno senza mai staccarmi gli occhi di dosso. Avevo fatto una conquista!
Vidi Franca risalire a malincuore in macchina, ma il giorno dopo era già di ritorno, e il giorno dopo ancora. E non si limitava a guardarmi: aveva preso a lisciarmi e accarezzarmi in modo quasi imbarazzante. Il quarto giorno arrivò con un uomo armato di sega: doveva aver sborsato un bel po’ di soldi al contadino per avermi tutto per lei. Avrei dovuto essere orgoglioso di aver suscitato tanto interessamento, invece ero triste di dover lasciare la pace del mio campo, e anche abbastanza inquieto: dove mi avrebbe portato? Fui caricato sul tetto della macchina, così potei controllare il percorso: dopo aver attraversato pianure, boschi, fiumi e paesi, ci immettemmo in un’autostrada che ci portò dritti a Milano. Qui giunti fui depositato nello studio di Franca, uno stanzone luminoso pieno zeppo di rotoli di carta, un tavolo da disegno, matite e pennelli in gran quantità. Franca mi collocò al centro dello studio e di nuovo cominciò a girarmi intorno fino a farmi venire il mal di testa. Aveva ricominciato anche a palparmi e a darmi qualche aggiustatina con uno scalpellino, ma delicatamente, facendomi appena un po’ di solletico. I rotoli di carta, le matite e i pennelli, nottetempo mi dicevano di portare pazienza, che prima o poi Franca avrebbe tratto da me qualcosa di bello (ma io non lo ero già?), da esposizione.
Un giorno Franca arrivò allo studio accompagnata da un signore dall’aria distinta e mite (seppi poi che era il marito) e, indicandogli me disse: “Non assomiglia a un grosso gatto? Un cattivo Gatto Mammone”. E, additando quel che rimaneva d’un mio ramo: “Guarda qua: non ti sembra un orecchio di gatto?”.
Lui, gettandomi appena un’occhiata, rispose: “Non c’è dubbio. E’ proprio l’orecchio di un gatto”.
Non potei fare a meno di gridare la mia indignazione, ma purtroppo nessuno poteva sentirmi.
I giorni seguenti Franca lavorò molto su di me per rendermi il più possibile simile a un Gatto Mammone. Io cercavo di far resistenza, ma invano, perché lei si limitava a sbuffare: “Com’è duro, questo legno”, e raddoppiava i suoi sforzi.
Franca ce la mise tutta per farmi diventare un gatto, e io stesso avevo finito per rassegnarmi a quella destinazione, quando improvvisamente la vidi smettere di lavorare di scalpello e ricominciare a fissarmi come ai primi tempi della nostra conoscenza. Poi di colpo lasciò lo studio, dimenticando persino di infilarsi il soprabito. Io non sapevo cosa pensare, ma i rotoli di carta, le matite e i pennelli mi assicurarono che Franca non era insolita a quei comportamenti.
Il giorno dopo Franca si fece vedere prestissimo in compagnia del marito: “Per fortuna mi sono accorta in tempo del mio errore: come ho fatto a scambiare un orecchio d’asino per un orecchio di gatto?”, disse, sempre indicando il mio mozzicone di ramo.
Senza neanche rivolgermi un’occhiata, il marito di Franca rispose sospirando: “Hai ragione, è proprio un orecchio d’asino”.
La mia nuova personalità mi gettò nel più nero sconforto, ma di nuovo i rotoli di carta, le matite e i pennelli unirono i loro sforzi per consolarmi e convincermi che non c’era niente di disperante nel venir trasformato in asino, dal momento che Franca era un’artista molto stimata e, una volta esposto in una mostra, i giornali avrebbero tutti scritto di lei e di me.
Da quel momento, non so dirvi le trasformazioni che dovetti subire. Come asino ero durato meno d’una settimana. Ogni giorno Franca vedeva in me un soggetto diverso. Vi risparmio il lungo elenco: vi basti sapere che, tra i rischi che corsi, ci fu anche quello di diventare una sirenetta. Per onestà, mi corre l’obbligo di riconoscere che, con pochi tocchi, Franca riusciva davvero a farmi sembrare quello che le suggeriva la sua fervida immaginazione.
Una mattina, proprio mentre mi apprestavo a diventare una sirenetta, Franca arrivò in studio emozionatissima, insieme al marito: “Come ho fatto a non rendermene conto prima? Quello non è un orecchio di gatto e neanche d’asino… E’ la penna d’un alpino! E quel tronco, così dritto e affusolato, non è l’espressione della fierezza della gente di montagna?”.
“Sicuro, è proprio un alpino”, le fece eco il marito sbirciandomi appena.
Venni poi a sapere che il Sindaco del paese natale di Franca le aveva commissionato la statua d’un alpino, da erigersi nella piazza principale. Poco importava che il paese fosse al centro d’una regione piatta come un foglio di carta, il Sindaco andava pazzo per la montagna, e in verità avrebbe voluto che la scultura di Franca riproducesse le tre cime di Lavaredo, in ricordo delle sue scalate giovanili, ma lei lo convinse che non c’era niente di meglio d’un alpino per esprimere l’idea delle montagne.

  La mia situazione attuale è un po’ come quando mi trovavo nel vecchio campo e tutti si fermavano ad ammirarmi. Solo che allora ero il relitto d’un ulivo e qui sono la statua dell’Alpino. Curiosamente, però, i gatti del luogo vengono tutti a strofinarsi contro di me, e una volta che una scolaresca fu portata nella mia piazza per una esercitazione di disegno, uno dei bambini si mise a strillare: “Quella non è una penna d’alpino, è un orecchio d’asino!”. Con mia grande vergogna, tutti gli altri ragazzi gli fecero coro: “Orecchio d’asino! Orecchio d’asino!”.
Nei giorni che seguirono, avrei tanto voluto dimenticare quell’infelice episodio, invece non facevo che rimuginarci sopra. Oramai non sapevo più chi fossi. Non certo un alpino, ma neanche più un ulivo, e tanto meno un gatto o un asino. E poiché da dove mi trovo posso veder scorrere maestoso il Grande Fiume, come da queste parti chiamano il Po, sempre più spesso lo scruto con inquietudine: e se dalle sue onde saltasse fuori una Sirenetta e tutto il paese sentisse che mi apostrofa con un: “Ben trovata, sorella”?.