Les mariés de la Tour Eiffel

di Mamma Oca

“Annick, tu voli troppo alto”, mi ripeteva sempre la mamma. E aggiungeva, preoccupata: “Finirai per farti male”.

  Io le rispondevo che era più pericoloso passare a volo radente sopra i tetti di Parigi, dove si addensava lo smog, mentre in alto l’aria era azzurra e pura e gl’insetti più saporiti. Ma la mamma continuava a scuotere la testa: “Lassù non circola nessuno, non troverai marito. Guarda le tue sorelle, hanno già tutte un loro nido”.

  Bell’esempio, le mie sorelle: sempre indaffarate a  sfamare i loro piccoli e a bisticciare con i loro mariti. Ero una rondine libera e felice, io, tutto lo spazio mi apparteneva, e quando guardavo in basso stentavo a credere che sotto di me ci fosse una metropoli.

  Un giorno mi accorsi con piacere che qualcun altro condivideva la mia passione per le altitudini. Era un rondone giovane ed elegante, che per un po’ si tenne a rispettosa distanza, ma quando si accorse che lo avevo notato cominciò a sfrecciarmi sempre più vicino.

  “I miei omaggi, signorina”, mi disse al volo.

  Dopo un po’ era di ritorno: “Anche a lei non piace mescolarsi alla folla? Il mio nome è Michel”.

  A mia volta, tra un passaggio e l’altro, gli dissi di chiamarmi Annick, ma per un più tranquillo scambio d’informazioni Michel mi diede appuntamento in un ristorante che si trovava nientemeno che a trecento metri d’altezza. Io non riuscivo a crederci: “Come, signorina Annick, non ha mai sentito parlare della Tour Eiffel?”.

  Confessai la mia ignoranza, non avevo mai volato da quelle parti. Michel invece ne era entusiasta. Per farmela conoscere meglio, le girammo intorno in lenti cerchi, attirando l’attenzione dei turisti, che ci scattarono molte foto ricordo.

  Anch’io mi innamorai subito della Tour Eiffel, così snella ed elegante, ma anche così forte e sicura. Durante la cena, tra una portata e l’altra, Michel mi rivelò d’esser nato all’ultimo piano della Tour. E aggiunse: “Sarei felice se ci crescessero anche i nostri rondinini”. Era una domanda di matrimonio! Per la prima volta in vita mia mi precipitai con gioia verso il basso, per dare il lieto annuncio alla famiglia.

  La nostra fu una bella cerimonia nuziale ma, appena terminata, Michel e io ci congedammo dai parenti per installarci nella nostra nuova abitazione. Mia madre si raccomandò: “Scendi tu, ogni tanto, a darmi tue notizie: non posso venire a trovarti,  lo sai che soffro di vertigini”.

  Come vivevamo felici, in cima alla Tour! Così felici che eravamo sempre l’ultima coppia di rondini a lasciare Parigi in autunno e naturalmente la prima a rientrarvi in primavera. Era già il terzo anno che tornavamo al nostro nido panoramico ed eravamo indaffaratissimi a nutrire la nostra ultima covata – due maschietti che avevamo chiamato Ivan e Thierry – quando arrivò trafelata mia sorella Moune con un giornale sotto l’ala: “Una notizia terribile! In prima pagina è riportato che casa vostra sarà presto demolita”. Pallidi e senza fiato, leggemmo che in seguito alla denuncia del critico d’arte Rovidini, secondo il quale la Tour Eiffel deturpava l’estetica del panorama parigino, la municipalità ne aveva deciso l’abbattimento.

  “Lo conosco, quel mascalzone!”, esclamò Michel indignatissimo: “L’estetica non c’entra. A  lui la Tour piaceva come a tutti sino a quando non vi è andato a sbattere contro con la sua nuova autovettura. Ho assistito all’incidente: la macchina era ridotta a un rottame”.

  Sopraggiunse anche mia madre, nonostante le vertigini. La situazione stava precipitando: “Mettetevi in salvo, stanno arrivando le gru, le ruspe e la televisione”.

  “Non abbandonerò mai la mia casa, piuttosto morirò insieme ai miei rondinini”, dissi bellicosa, ma Michel mi calmò: “Venite tutti dietro di me e fate quello che vi dirò io”. Seguendo le sue direttive, ci disponemmo in formazione e planammo verso il basso, dov’erano schierati oltre mille operai armati di gigantesche chiavi inglesi che dovevano servire a sbullonare la nostra amatissima Tour. C’era il Sindaco con gli Assessori, c’erano le reti televisive di mezzo mondo, c’erano i parigini rattristati e, naturalmente, il gongolante Rovidini.

   Il nostro arrivo suscitò la sorpresa generale, ma ancora di più le parole di Michel, pronunciate con voce terribile: “Signor Sindaco, avrebbe lei il coraggio di privare del loro alloggio una famiglia di rondini?”.

  Il Sindaco era sconcertato e imbarazzato: “Mi dispiace”, rispose gentilmente, intanto che Rovidini si sbracciava con gli operai: “Non è niente, cominciate il vostro lavoro”. Poiché la folla stava rumoreggiando in nostro favore, il Sindaco si affrettò a offrirci un’altra abitazione, a spese della Francia: “Che ne direste dell’Eliseo?”:

  “No, a noi piace la Tour Eiffel, e inoltre l’informiamo, signor Sindaco, che Rovidini l’ha fatto per vendetta personale. In ogni caso, se non darà ordine di sospendere la demolizione, io e la mia famiglia le rovineremo per sempre la sua bombetta nuova”, e per convincerlo che facevamo sul serio, Michel diede ordine a me e ai ragazzi di stringere il nostro volo sopra la testa del Sindaco.

  Tutti sapevano che il Sindaco teneva moltissimo alla sua nuova bombetta, era di quelle d’una volta, come oramai non se ne fabbricavano più: “Per carità, non precipitiamo le cose, ci si può sempre mettere d’accordo. Rovidini, è vero quel che dice questa famiglia di rondini?”.

  Rovidini taceva confuso, ma si fece avanti un flic: “E’ la verità. Io stesso ho steso il verbale per eccesso di velocità”.

  “Insomma, Rovidini, si decida a parlare come critico d’arte e non come automobilastro: la Tour Eiffel è bella o no?”.

  “Bella, molto bella, anzi bellissima”, balbettò tra i singhiozzi Rovidini.

  “Sembrava anche a me”, osservò il Sindaco.

  “Anche a noi, anche a noi”, gli fecero eco i parigini.

  “E allora andiamocene e lasciamo in pace la Tour e questa coraggiosa famiglia di rondini”. Tutti sfollarono e noi risalimmo stanchi ma felici al nostro nido.