A proposito de “La mite” di Fedor Dostoevskij e della sua riscoperta

di José de Arcangelo

Una vera (ri) scoperta ‘il racconto fantastico’ di Fedor Dostoevskij “La mite”, ripubblicato ora in modo indipendente da Adelphi nella Piccola Biblioteca (721), a cura di Serena Vitale. Comparso la prima volta nel 1876 sulle pagine della rivista che Dostoevskij pubblicò mensilmente nel 1876-1877, “Diario di uno scrittore”, di cui era unico autore e redattore, il racconto era stato edito in Italia una prima volta nel lontano 1919, e successivamente (dal 1946 al 1966) in diverse raccolte di racconti, forse, più noti (“Il romanzo del sottosuolo”, Feltrinelli, 1974), e messo in primo piano dall’adattamento cinematografico dal maestro francese Robert Bresson “Così bella così dolce” (Une femme douce, 1969) con un’esordiente Dominique Sanda; e ha avuto diversi titoli, anche nelle edizioni straniere.

Infatti, come afferma la curatrice Vitale nella ricca Nota al testo, il termine ‘krotkaja’ in russo è ricco di significati. “E’ la forma singolare – dice -, al caso nominativo, dell’aggettivo ‘krotkij’ che ha più sfumature di significato: dolce, mansueto, mite, remissivo, pacifico, umile, paziente, rassegnato, ecc”. E poi dall’inglese “Gentle Spirit” e “A gentle creature” al francese “La douce”, dal tedesco “Die Sanfte” allo spagnolo “La sumisa”, “La dulce” o “La mansa”.

Tanto che l’abbiamo ripreso in mano soprattutto perché non ricordavamo quel titolo, ma poi pagina dopo pagina abbiamo ricordato di aver letto e ‘visto’ quella storia molti anni fa, riscoprendo quell’uomo che cerca di capire il perché della morte della moglie. Un uomo come tanti, né giusto né peccatore, ma pieno di contraddizioni che, fra rabbia e delirio, ricostruisce il loro rapporto e ritrova-scopre se stesso. Perché è lui a raccontare nei minimi particolari, a ricostruire la (sua) storia attraverso quella della ‘mite’ compagna e del loro rapporto fatto più di silenzi che di parole.

Un monologo struggente e lacerante, coinvolgente e toccante, che Leonid Grossman ha definito “… una delle storie di disperazione più potenti nella letteratura universale”, e narrativamente  “… forse il più riuscito saggio di monologo interiore di tutta l’opera dostoevskiana”. Una sorta di confessione, una seduta di psicoanalisi in cui tornano a galla avvenimenti e fatti di un passato rimosso però mai completamente dimenticato.

E’ Dostoevskij alla massima potenza, diviso come i suoi personaggi fra bene e male, senso di colpa e/o superbia, che spinge il lettore a fare da giudice o avvocato alla ricerca di una spiegazione e di una verità che non è (e non sarà mai) univoca. Cronaca di un rapporto minato da antica emarginazione e rifiuto, istinto e vendetta. E ciò non solo lo rende universale ma anche attualissimo perché riguardo a sentimenti e relazioni, forse, stiamo tornando indietro.

José de Arcangelo

Fedor Dostoevskij

LA MITE

A cura di Serena Vitale

Adelphi

Piccola Biblioteca 721

130 pagine

Euro 11,00