Notte di paura al Museo degli Strumenti Popolari

di Mamma Oca

  Nella grande sala del Museo degli Strumenti popolari di cui era direttrice, Roberta non finiva più di esaminare l’ultimo arrivato, un voluminoso esemplare di bidofono, il cui buffo nome aveva fatto sganasciare dalle risa Giuseppe, custode del museo ma con  diverse altre mansioni, di cui molte volontarie. Meno male che adesso si era assentato per incombenze di cui solo lui sentiva la necessità.

  Ogni volta che una donazione – gli acquisti erano divenuti oramai un ricordo – recapitava al museo un nuovo strumento, Roberta non riusciva a sottrarsi a un’emozione di cui, quando s’era attenuata, si vergognava sempre un poco. E, anche se sapeva che quel suo accurato esame non le avrebbe rivelato né il nome dell’artefice e tanto meno l’anno della creazione, Roberta continuava a passare le mani sulle superfici del bidofono, ripetendo a bassa   voce quella parola che faceva sorridere anche lei. Era uno strumento tra i più poveri, come  povero doveva esser stato  colui che l’aveva costruito per intrattenere gente povera anch’essa, e di sicuro non sapeva scrivere neanche il suo nome. Le incisioni delle  firme e delle date appartenevano   agli artigiani colti, orgogliosi degli strumenti usciti dalle loro mani e destinati a grandi esecutori.

  D’improvviso il museo piombò nell’oscurità. Roberta non ne fu sorpresa, le capitava spesso, specie con i nuovi arrivati, di perdere la nozione del tempo, ma guardando a fatica l’orologio al polso vide che mancava un’oretta buona alla chiusura. Era arrivato l’autunno, i giorni si stavano rapidamente accorciando, non veniva più luminosità neanche da fuori.

  Muovendosi con cautela tra teche e piedistalli, sempre col bidofono tra le braccia, Roberta si diresse verso l’interruttore della luce. L’unica lampadina ancora funzionante della sala si accese e spense tre o quattro volte di seguito, poi fu di nuovo tutto buio. Giuseppe ne aveva predetto la fine imminente.

  L’uscita era a pochi passi, ma in quel momento una corrente d’aria proveniente dalle ampie fessure delle finestre fece chiudere di colpo  la porta, alla quale  da tempo mancava la maniglia.

  “Eccomi prigioniera e al buio. Speriamo che Giuseppe torni presto”,  si augurò Roberta posando  con precauzione  il bidofono sul pavimento. Adesso si pentiva amaramente  di  non aver permesso a Giuseppe di portarsi da casa sia la lampadina che la maniglia: “Il regolamento dice che deve pensarci la Sovrintendenza”, non faceva che ripetergli.

  Chissà poi se sarebbe tornato, pensò con un brivido. Spesso, quando era in giro e mancava poco  alla chiusura del museo, Giuseppe andava direttamente a casa.  Roberta si figurava già i suoi sarcasmi quando il giorno successivo l’avrebbe liberata.

  “Dottoressa”, diceva sempre lui, “perché  rimanere al buio quando una lampadina costa così poco?”.  Ma lei ogni volta ribatteva: “Non è per la spesa: se continuiamo ad arrangiarci, la Sovrintendenza  ci darà sempre meno soldi”.  Anche il commento di Giuseppe era sempre lo stesso: “Come se non lo facesse già”.

  Oramai Roberta cominciava  ad abituarsi al buio e a distinguere i diversi contorni degli strumenti, quando l’arpa tripla gallese si mise a suonare. Era lo strumento più importante della collezione, nessuno era ancora riuscito a far vibrare le sue numerosissime corde: al mondo esisteva una sola persona capace di cavar suoni da quell’arpa particolare, ma nonostante i ripetuti inviti, non aveva mai dato risposta. Adesso, al buio e senza nessun altro presente che lei, mani invisibili pizzicavano agilmente  le corde dell’arpa tripla gallese. Spaventatissima, Roberta ripensò a tutte le volte che con l’immaginazione aveva collocato, accanto agli strumenti del museo, i loro esecutori nei diversi abbigliamenti d’epoca. E se invece fosse stata realtà, e di notte la nostalgia di quei suoni un tempo così familiari attirasse irresistibilmente in quella sala i loro defunti esecutori? Per non svenire, Roberta si lasciò scivolare per terra, mentre le emissioni dell’arpa tripla gallese si facevano sempre più forti e minacciose, sembrava addirittura che stessero marciando  su di lei.

  In quel momento, le tre corde della domra si misero a vibrare con suoni brevi,  secchi e aggressivi. Liuti e ghironde, insieme agli altri strumenti a corda si unirono all’improvvisato concerto  tintinnando dolcemente una mesta melodia.

  In coda agli altri s’inserì un nuovo strumento, che Roberta  riconobbe  subito: “Ci  mancava solo il mandoloncello”, singhiozzò istericamente turandosi le orecchie, ma un rumore di ferraglie di latta dietro di lei la fece scattare in piedi. Era il bidofono, tutto fremiti e scossoni.

  “Ho un’orchestra che suona tutta per me, ma non ci sono i suonatori”, non faceva che ripetere tra pianti e risa, finché la voce le andò via. Fu così che riuscì a sentire quella di Giuseppe che la chiamava.

  Quando il custode aprì la porta, questi si limitò a commentare”: “Lo dicevo io che quella lampadina stava per andarsene. Per fortuna ne ho fatto una bella scorta”, ma quando  si accorse della faccia stravolta di Roberta evitò di fare altre osservazioni.

  “Domani avrò parecchio lavoro: oltre alle lampadine e alla maniglia, ho preso un  bel po’ di feltrini”.

  “Feltrini?”, ripeté Roberta senza capire.

  “Per le finestre. Non si è ancora accorta, dottoressa, che quando c’è vento tutti gli strumenti si mettono a suonare?”.