Un inquietante soggiorno a Salsomaggiore

di Celesta Liuti

  Ancora non so spiegarmi perché ho ceduto. Era da tanto che Paola me ne parlava, forse anni: un luogo magico e benefico, da cui si torna risanati nel corpo e nello spirito. In effetti, Paola scompariva sempre, per non meno d’una decina di giorni, in tarda primavera e all’inizio dell’autunno, e tornava tutta euforica: era stata in quel luogo che non finiva di decantare. Io promettevo, mi mostravo compuntamente partecipe dei suoi entusiasmi, ma poi all’ultimo momento trovavo scuse, imprevisti cui non potevo, con mio grande rammarico, sottrarmi. Non so nemmeno io perché. O forse sì: mi pareva, se fossi andata, di rompere una sorta di incantesimo, e che tutti i bei racconti che ascoltavo dalla bocca di Paola si trasformassero in una realtà  non più magica, anche se piacevole. Ma questa volta decisi di andare. Avevo passato un inverno tra ricadute d’influenza, a Paola non fu difficile convincermi.

  In un primo momento, il luogo e le persone da cui dovevo ricevere le cure decantate da Paola non mi delusero. Una gentile dottoressa s’interessò ai miei problemi, soprattutto delle vie respiratorie, e mi affidò a una simpatica signora dai tratti bonari tipicamente emiliani, che aveva appuntato sul camice bianco il  nome di Mirella. Costei mi face entrare in un’ampia anticamera, dove mi colpì una porta sormontata da una scritta che non mi piacque: “Zerstäubrungen”. Ero sicura che fosse una parola tedesca, anche se la lingua non la conosco. Tutte quelle consonanti stavano lì come un’oscura minaccia, neanche mi curai di chiederne il significato.

  Mirella mi mise una mantellina sulle spalle e una cuffia in testa, poi mi sospinte gentilmente proprio dentro la porta con la scritta tedesca, rimanendone però fuori. E fu così che venni proiettata nella magia. Quanto fosse grande l’ambiente non era percepibile, avvolto com’era da una fitta polvere bianca in sospensione, come quella che si lasciano dietro le valanghe al loro passaggio. Intravvidi a stento una fila di poltroncine di plastica e mi sedetti su una di esse. Una luce rossa alla parete d’entrata sembrava avvertire di un pericolo incombente, ma poi mi resi conto che stava a indicare l’uscita, altrimenti invisibile in tutta quella nebbia lattiginosa. Non vedevo l’ora che trascorressero in fretta i venti minuti di permanenza che mi erano stati prescritti, cercando di non farmi prendere dall’ansia.

  A un certo momento vidi la forma indistinta d’un uomo entrare dalla parte della luce rossa, ma subito dopo lo perdetti di vista, come dissolto (per sempre? Oddio, no!) in quell’assurdo fittume biancastro. Avrei voluto saperne di più, ma il mio tempo era scaduto, non potevo aspettare che si rifacesse vivo. Ma l’avrebbe poi fatto?

  Il giorno dopo ero preparata a quell’incredibile spettacolo,  anche perché avevo letto su un depliant i procedimenti di tutto quel fluttuare come di polvere di neve, nonché i benefici effetti. Non ci avevo capito molto, ma non me ne davo pena: le spiegazioni tecniche mi hanno sempre annoiata. Giusto davanti alla mia solita poltroncina si ergeva uno strano muro luminescente: mi si mozzò il fiato quando il signore del giorno prima lo oltrepassò come un fantasma. Dopo qualche attimo di sbigottimento, avanzai una mano tremolante verso il muro e mi accorsi che anche la mia mano era penetrata in quel muro, e il mio povero braccio era ridotto a un moncherino. Mi affrettai a ritirare la mano per riprenderne possesso.

  Era dunque l’effetto della condensa  a erigere un muro con tutti quei fittissimi atomi bianchi, o il signore era effettivamente un fantasma che passava attraverso i muri? Oppure si diventava tali se solo ci si  fosse spinti al di là di quel compatto biancore?  Però la mia mano era rimasta intatta quando aveva attraversato quel muro, ma forse era ancora troppo presto perché divenissi anch’io incorporea, come quel signore di cui aspettai invano la ricomparsa, allungando di parecchio il tempo stabilito di permanenza.

  Il terzo giorno di cura (?), alzando distrattamente l’occhio all’antipatica scritta tedesca, mi accorsi che sotto ce n’era un’altra in italiano, certamente la traduzione. Diceva la scritta: “Polverizzazioni”. Questa era ancora più inquietante, anche perché mi sembrò di aver trovato la soluzione alla scomparsa del signore del giorno prima. Si era polverizzato! E magari ora stava galleggiando intorno alla mia poltroncina in ogni suo corpuscolo bianco. Quella mattina uscii con grande anticipo, in preda al panico. Per fortuna Mirella era da un’altra parte.

  Il giorno successivo ero molto più tranquilla, oramai sapevo come andavano le cose. Anzi, mano a mano che passavano i giorni, ero sempre più incuriosita: sarà oggi oppure domani, mi dicevo, che mi polverizzerò anch’io in tanti atomi bianchi, rollando mollemente e felicemente in quell’atmosfera? Perché è noto che gli atomi sono immuni da pensieri, preoccupazioni, rimpianti…

  Oramai frequento la sala “Polverizzazioni” ogni giorno dell’anno, anche quelli di festa. Per maggior comodità, ho affittato una casa nei dintorni. Naturalmente non ne ho fatto parola a Paola, ma sono certa che prima o poi mi polverizzerò. L’attesa non mi dispiace, tanto più che mi è passata la tosse e dalle diverse epidemie d’influenza che finora si sono succedute ne sono uscita immune. Per non parlare dell’ottima cucina dell’hotel dove sono alloggiata.