Il Pinocchio di Lucia Ronchetti conquista adulti e bambini

di Ivana Musiani

  Per chi va ancora dicendo che la musica contemporanea è roba per pochi, la smentita arriva da Pinocchio, l’immortale burattino che ha sempre qualcosa di nuovo da dire a chi gli si rivolga, bambini o adulti che siano: perché, quello di piacere a tutte le età, è il segreto delle  favole riuscite bene. E c’è subito da dire che molto bene è riuscita anche la “Commedia strumentale per soprano en travesti e strumenti solisti” che  Lucia Ronchetti ha tratto dal capolavoro di Collodi, insieme all’Ensemble Intercontemporain e la direzione di Matthieu Roy.

  Concepito come teatro povero, stretto parente dell’Histoire du soldat di Stravinskij per la sua mancanza di scene e la possibilità di essere rappresentato ovunque, preferibilmente fuori dagli ori e dai velluti dei teatri, la tappa romana di Pinocchio (patrocinata da Romaeuropa e dal Teatro dell’Opera capitolino), ha trovato nella Sala Ottagona delle Terme di Diocleziano, dove un tempo i romani andavano a guardare le stelle, il più superbo dei contenitori. Metà scarsa dell’ampia sala circolare era occupata da sedie e strapuntini (dove i bimbi si sono immediatamente fiondati senza che nessuno glielo dicesse). Sul fondo i musicisti: un contrabbasso, un corno, il violino, il violoncello, le percussioni. Al centro, come unico attrezzo di scena, un vecchio bauletto sul quale, appena si sono accese le luci, dormiva la ragazza-Pinocchio del sonno vegetale da cui stava per risvegliarla Geppetto, che poi altri non era  che il violinista, successivamente anche Grillo Parlante e Balena, così come il marcantonio barbuto al contrabbasso, con palandrana nera fino ai piedi, non poteva essere che il terribile Mangiafuoco, oltre che Lucignolo e il Pescatore Verde. E anche agli altri strumentisti  erano stati distribuiti i  ruoli dei vari personaggi che popolano le vicende del burattino, in una partecipazione non solo musicale, ma anche fisica e vocale.  La ragazza-Pinocchio era la giovane soprano en travesti (ma giustamente non troppo), Juliette Allen, che per interi novanta minuti ha tenuto la scena senza un attimo di pausa, sempre in movimento, interagendo con gli strumentisti-personaggi ma anche interpellando il pubblico    ora con la parola ora con il canto, quando non iniziando con la parola per concludere con il canto. Non una sola stazione del  lungo percorso tracciato da Collodi, dal risveglio del burattino  fino al momento della metamorfosi umana (che Lucia Ronchetti interpreta come un viaggio di formazione) è stata dimenticata,  sempre comprensibile nonostante i pochi mezzi a disposizione: mettere in movimento la fantasia è  la grande risorsa del teatro povero.

  E infine, a supporto di quanto detto sopra, la raffinata, godibilissima musica che calza come un guanto ogni episodio del testo collodiano, un “teatro acustico”, come lo chiama l’autrice nel programma, dove con molta diligenza ripercorre  il complesso lavoro svolto, con un’infinità di rimandi ad altri autorevoli musicisti di diversa estrazione, anche se nel risultato è soltanto lei a rimanere sovrana. Il pubblico adulto (i bambini sono stati in totale silenzio per tutto il tempo, con gli occhi  sgranati sino all’inverosimile), ha dimostrato di apprezzare, con tutto il resto, anche la musica, senza rendersi conto che di musica contemporanea si trattava, un po’ come il personaggio di Molière che parlava in prosa senza saperlo. Successo pieno e prolungato, per tutti gli interpreti, ma specialmente per la ragazza-Pinocchio dagli splendidi occhi azzurri. Molto festeggiata anche l’autrice.

  Le scarse notizie dello spettacolo, la sua freschezza rappresentativa,  il  gioco vivace degli interpreti, tutto faceva credere che questo Pinocchio fosse una novità. La sua creazione  risale invece al 2015, e da allora ha molto viaggiato;  dopo la tappa romana, continuerà i suoi giri, a dimostrazione che, quando uno spettacolo riesce bene, non perde mai d’attualità. Lunga vita al Pinocchio di Lucia Ronchetti.