Bernardo Bertolucci

di José de Arcangelo

Con Bernardo Bertolucci – morto ieri, 26 novembre 2018, a Roma a 77 anni – scompare un maestro della seconda generazione del dopoguerra, sceneggiatore, regista e produttore. Un autore con la A maiuscola che ha rivoluzionato il cinema mondiale, vincitore di nove Oscar con un solo film, “L’ultimo imperatore”, multi premiato in tutto il mondo, da Venezia a Cannes, firmando soltanto 20 film in oltre cinquant’anni. Un Maestro – anche se lui non amava la definizione – che da oltre quarant’anni ispira e influenza i giovani registi e non solo. Uno sguardo diverso della realtà dove ogni particolare ha la sua importanza dagli attori alla fotografia, dalla realtà alla poesia. Il suo cinema era universale perché partiva dal locale, dal pubblico al privato, dal politico al psicanalitico, dalla borghesia al mondo contadino. La sua visione era “una guida delle verità delle persone”.

Nato a Parma il 16 marzo 1941, Bernardo, figlio del poeta (scrittore e giornalista) Attilio, già nella sua opera prima rivela l’influenza e l’amicizia con Pasolini ne “La commare secca” (1962). Artista colto e intellettuale raffinato, il giovane Bertolucci partecipa nelle lotte che preannunciano il ’68 con “Prima della rivoluzione” (1964) – con cui inizia il sodalizio con il direttore della fotografia Vittorio Storaro e inizia una relazione con l’attrice Adriana Asti -, forse, il più personale, intimo e visionario, seguito dai documentari “Il Canale” (1966) e una serie per la tv “La via del petrolio” (1967). A questo punto arriva “Partner” (1968), su teatro e cinema, politica e rivoluzione, ispirato a Dostoevski e influenzato da Godard; e l’episodio di “Amore e rabbia” (Agonia). Ma è con “Il conformista” (1970), tratto dal romanzo omonimo di Alberto Moravia, che arriva l’affermazione internazionale, conquistando tra i molti premi una nomination all’Oscar per la sceneggiatura, il David di Donatello per il Miglior Film, e due Golden Globe italiani per il Miglior regista e il Miglior film.

Nello stesso anno, il giovane Bertolucci firma uno dei primi tre film prodotti dalla Rai “La strategia del ragno”, ispirato al “Tema del traidor e del héroe” di Jorge Luis Borges, mentre Federico Fellini realizza “I clowns” e i fratelli Taviani “San Michele aveva un gallo” (1972). E proprio nel 1972, per il regista già amatissimo in Francia, arriva il film ‘scandalo’ “Ultimo tango a Parigi”, sequestrato, condannato al rogo e riabilitato quasi vent’anni dopo, mentre aveva raccolto un inaspettato successo internazionale e dato celebrità all’autore. Il vero scandalo era quello di un censura da inquisizione che anziché criticare bruciava senza processo l’opera di un artista, sì trasgressivo, però mai volgare. Eros e Thanatos, solitudine e buio dell’anima (contemporanea).

Reduce del successo mondiale, Bertolucci affronta un progetto monumentale, scritto precedentemente per la televisione: “Novecento”, diviso per l’Europa in Parte I e Parte II, di 2 ½ ore ciascuna. Racconta quasi Settant’anni di storia italiana attraverso le vicende di due giovani nati lo stesso giorno del 1900, il figlio di una ricca famiglia di proprietari terrieri e il figlio dei contadini. Prima amici, poi nemici (di classe). Un affresco ambientato nella sua Parma, fra mélo e poesia, realtà e passioni, gioia e orrore, con un cast internazionale. Da De Niro a Depardieu, da Sandrelli a Sanda, da Lancaster a Sutherland. I produttori/distributori americani hanno preteso da Bertolucci una versione ridotta di 4 ore (c’erano persino le ‘bandiere rosse), ma il film non andò benissimo, al contrario dell’Italia e nel resto dell’Europa. Comunque, la versione originale è stata recuperata in occasione del restauro.

Dopo un film così impegnativo, il regista firma “La luna” (1979), ambientato a Roma, interpretato da Jill Clayburgh, reduce del successo di “Una donna tutta sola” (1978). Una sorta di vacanza fra melodramma e psicologia, amore e (quasi) incesto, musica (Verdi) e (romantica) poesia. Ritorno a Parma per “La tragedia di un uomo ridicolo” (1981), ritratto di un industriale (Ugo Tognazzi) in crisi e dell’ambiguo rapimento del figlio (Ricky) che, in un certo senso, ricrea le atmosfere degli anni di piombo, attraverso il rapporto padre-figlio. Interrotto brevemente il sodalizio con Storaro, stavolta la fotografia è firmata da Carlo Di Palma.

Ritorno di Storaro per il film da 9 Oscar (su 11 nomination) e il primo per la regia a un autore italiano: “L’ultimo imperatore” (1987). Il suggestivo ed emozionante ritratto dell’ultimo imperatore cinese, Pu Yi, interpretato da due star cinesi, John Lone e Joan Chen, e Peter O’Toole. Realizza due anni dopo l’episodio dedicato a Bologna per “12 registi per 12 città”, e nel 1990 il primo film interamente americano “Il tè nel deserto”, dal romanzo di Paul Bowles, con Debra Winger e John Malkovich. Road movie esistenziale e mentale di una coppia di intellettuali alla deriva nel deserto del Sahara che non riesce a trovare (vedere) l’anima del luogo, ma nemmeno la propria.

Il 1993 è l’anno del “Piccolo Buddha”, dove la storia di un ragazzino biondo, considerato la reincarnazione del nuovo lama, è il pretesto per raccontare la leggenda del principe Siddharta (Keanu Reeves), un percorso di avvicinamento alla morte, dove l’essenza delle cose è la transitorietà. E la filosofia diventa delicata favola poetica.

A questo punto le sue opere diventano man mano ‘indipendenti’, più ‘piccole’, in quanto a realizzazione, se vogliamo più intime ma sempre in bilico tra privato e pubblico, vita e morte, dove la sua cifra stilistica non viene meno, anzi. “Io ballo da sola” (1996) con Liv Tyler, è una sorta di romanzo di formazione di una diciottenne americana in vacanza nel Chianti. “L’assedio” (1998), storia di un pianista inglese a Roma che ospita una studentessa africana, in cambio delle pulizie, e se ne innamora. Ma lei ha lasciato in patria il marito, detenuto in carcere. Un mélo da camera sempre attuale e coinvolgente.

Nel 2003 arriva “The Dreamers” (I sognatori), rievocazione del ’68 parigino tramite la vicenda di tre giovani studenti, un americano e due francesi, fratello e sorella, e della loro amicizia. Un film che ha diviso la critica, infatti per alcuni, il ’68 di questi ragazzi è fuori dalla finestra, e non erano loro i ‘sognatori’ di allora. Bertolucci però gioca con l’ambiguità di altri (sognatori).

L’ultimo, sorprendente, lungometraggio è “Io e te” (2012), delicato e profondo ritratto di fratello e sorellastra, ispirato al romanzo di Niccolò Ammaniti. Un adolescente introverso finge di partire per una settimana bianca e si rifugia nello scantinato. Ma la sorellastra maggiore irrompe nel suo nascondiglio. E’ l’incontro di due solitudini provocate da ipocrisie e auto convincimenti, ma visto dal regista con lo sguardo dei giovani protagonisti, non di un settantenne.