Le Nozze di Figaro con zampe d’elefante e colf stressate all’Opera di Roma

di Ivana Musiani

  Chissà come sarebbe stato lo svolgimento delle Nozze di Figaro, in corso al Teatro dell’Opera di Roma, se qualcuno avesse rammentato a Graham Vick, un big degli allestimenti lirici, l’esistenza della lucidatrice, elettrodomestico di provata indispensabilità persino nelle abitazioni di poche stanze. Se così fosse stato, probabilmente il famoso regista inglese non avrebbe messo a ginocchioni una poveraccia a lustrare con l’unto di gomito lo sterminato pavimento marmoreo che ricopriva tutto il palcoscenico.

  Era questa la visione che si presentava al pubblico che entrava per prendere possesso del posto: sipario alzato, con a vista la  lucidatrice umana, alla quale via via venivano ad unirsi altre dieci umane lucidatrici che, dopo un  poco, mollavano lo straccio per buttarsi a terra e contorcersi come in preda a crisi epilettiche, o più semplicemente esasperate da quel faticoso monotono lavoro, che le portava a fini tristissime: due di loro, non più abili,  le trovavamo in un secondo tempo appese inerti a una parete, mentre un’altra veniva portata in scena in barella, nuda, e scaricava come un oggetto inservibile.

  Il fatto è che, in ogni suo allestimento, Graham Vick non può fare a meno di mettersi dalle parte del più debole, che qui sono colf e badanti, denunciandone gli sfruttatori, vuoi singoli o componenti d’una società di cui intende denunciarne le ipocrisie. Ecco perciò la presenza di quattro zampe d’elefante così enormi da sembrare baobab, e così alte da non vederne la fine. Il regista s’è rifatto a un proverbio inglese che suona come: “C’è un elefante in salotto”, a indicare che le cose non stanno esattamente come vorrebbero i benpensanti. Sono profondamente persuasa che Vick abbia introdotto questa massima di casa sua in totale buona fede: avendo letto sui nostri giornali articoli con titoli e testi zeppi di termini inglesi, avrà pensato che tutti gli italiani, oltre  conoscere a menadito la sua lingua, ne condividano anche i proverbi.

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  Come si sarà compreso, la vicenda di Figaro e compagnia è stata trasposta ai giorni nostri, con la scusa che anche Mozart aveva dato vita a personaggi del suo tempo. E tanto peggio per le incongruenze. Per esempio quel Conte che, volendo a tutti i costi Susanna, la cameriera della moglie, non trovava di meglio che appellarsi allo jus primae noctis.  Del tutto incredibile la medesima pretesa da parte di  un borghese arricchito (chissà come), quasi sempre scalzo e in vestaglia, così come il Conte viene presentato. E la moglie, la Contessa, forse per ridare un po’ di sprint al loro stanco matrimonio, s’aggira in jeans con ampi tagli che mettono a nudo, oltre al ginocchio, parte della gamba e della coscia. Cherubino è un capellone con occhiali scuri, per non parlare di Don Basilio, dal caschetto ossigenato, pantaloni neri a tubino, giacchetta sgargiante: religiosi così conciati ancora non se ne vedono in giro. Chissà dove li avrà incontrati il regista inglese.

  Tutta la vicenda poi si svolge in un clima esagitato, nel quale è stata trascinata anche la musica, con i tempi veloci impressi all’orchestra dal direttore Stefano Montanari. Buone le voci, anche se su tutte è prevalsa quella robusta Andrey Zhilikhovski nel ruolo Conte, mentre la coppia proletaria Figaro-Susanna (i pur bravi Vito Priante e Elena Sancho Pereg), non gli ha tenuto testa con sufficiente energia. Bella voce, ampia e calda quella della Contessa, Federica Lombardi, mentre  Miriam Albano era Cherubino e Matteo Falcier Don Basilio.

  La rappresentazione cui abbiamo assistito, non un posto vuoto, era l’anteprima riservata agli studenti dei licei, che hanno tutto e a lungo applaudito, mentre alla prima i più scafati abbonati non hanno risparmiato qualche buu. Per riprendere i ragazzi con la macchina, i genitori hanno creato un ingorgo colossale che dalla piazza Beniamino Gigli si snodava per le  vie adiacenti al teatro, portando alle stelle i livelli dello smog.

  Ora Graham Vick è atteso all’Opera con Don Giovanni, per completare la trilogia mozartiana iniziata con  Così fan tutte, anche questa d’esito non esaltante. Mentre il Don Giovanni del regista inglese  che vedemmo pochi anni fa a Iesi, sempre in abiti moderni,  era semplicemente geniale, con trovate irresistibili. Non rimane che augurarsi che così possa avvenire anche per quello che vedremo presto a Roma.