“El Potro – Lo mejor del amor”

di José de Arcangelo

Anche in Argentina vengono rievocate sul grande schermo vita e carriera di popolari cantanti e musicisti e, in attesa di “Bohemian Rhapsody” (su Freddy Mercury in sala oggi), è uscito nelle sale a ottobre “El Potro – Lo Mejor del Amor” (t.l. Il puledro – Il Meglio dell’Amore”) che ricostruisce vita, carriera e morte di Rodrigo ‘El Potro’ Bueno, firmato dalla stessa Lorena Muñoz che già aveva portato al cinema la storia di “Gilda, no me arrepiento de este amor” (t.l. G. non mi pento di questo amore), nota cantante ma dalla provenienza, formazione e ritmo diversi.

Però ‘El Potro’ (dato il personaggio può essere stesso a ‘stallone’) era soprattutto un personaggio mediatico, alimentato soprattutto da polemica e gossip scandalistico, fatti che l’autrice accenna senza dilungarsi troppo, privilegiando il ritratto intimo, quotidiano e familiare degli esordi – dalle balere di Cordoba alle mille luci di Buenos Aires (si è esibito nel mitico Luna Park, regno della boxe internazionale, non solo) e della tivù -, così come fa da cornice la musica popolare, il cosiddetto ‘cuarteto’, sorta di mix fra il liscio (importato dagli immigranti dell’Emilia-Romagna nelle campagne argentine), ritmi sudamericani tropicali (vedi cumbia e simili) e, se vogliamo, persino il melodico meridionale.

Infatti, il film – scritto dall’autrice con Tamara Viñez -, ambientato negli anni Novanta, a metà strada perde un po’ l’equilibrio, perché riassume la parte dell’inaspettato successo musicale e quella del donnaiolo (naturale, visto il suo aspetto fisico, le migliaia di fan), e riduce la galleria delle sue donne (anche famose in patria) a tre o quattro, inclusa la compagna Patricia, da cui ha avuto un figlio. Certo, la regista per evitare polemiche, ha sentito le testimonianze dei principali protagonisti della storia e dichiara che “la biografia autorizzata è ispirata a fatti realmente accaduti’, anche se la madre del cantante ha rifiutato il film, mentre il figlio ventunenne Ramiro l’ha sostenuto.

Quindi, un ritratto forse troppo rispettoso e persino pudico, nonostante le scene-flash di sesso, di un personaggio pubblico che la morte prematura in un incidente stradale (nel 2000) ha trasformato in un mito del grande pubblico. D’altra parte ci sono poche ombre per quel che riguarda i personaggi che gli giravano intorno, dal paterno manager (Fernàn Miràs) agli amici e le amanti, tra cui spunta il ‘cattivo di turno’, sorta di demonio tentatore chiamato Angel (Diego Cremonesi), che lo spinge sulla strada della droga.

Meglio il binomio dramma e musica che ripropone le atmosfere di “fuego e pasiòn” (passione e fuoco), come recitava il cantante stesso dal palcoscenico. E secondo gli intenditori questo Rodrigo è più dolce e tenero di quello vero, picaro e graffiante; mentre il riferimento – tra piani ravvicinati e camera a mano, luce e ombre – è il regista-autore Leonardo Favio. Oltre la somiglianza, l’esordiente e omonimo protagonista Rodrigo Romero è credibile e lontanissimo dalla macchietta, assecondato da un corretto cast: Florencia Peña (Betty Olave, la madre), Malena Sanchez (Patricia Pacheco), Daniel Aràoz (il padre), Jimena Baròn (Marixa Balli).