I ritirati sociali: cronaca di un disagio diffuso

di Valentina Di Paola

  In ‘Generazione hikikomori. Isolarsi dal mondo fra web e manga’ (Castelvecchi), la giornalista Anna Maria Caresta racconta una particolare realtà, quella degli hikikomori, giovani che “hanno perso ogni contatto con la società e trascorrono le loro vite isolati nelle loro stanze”. L’etimologia del termine – dal nipponico ‘hiki’, “ritiro” e ‘komori’, “essere rinchiuso” – racconta il disagio di chi decide di estraniarsi dalla vita sociale per rifugiarsi in un’esistenza alternativa, ovattata, isolata.

  Il fenomeno, spiega l’autrice, pur essendo ormai diffuso in tutto il mondo, trova il suo epicentro proprio in Giappone, terreno fertile per il malessere che affligge chi è troppo fragile per contrastare la morsa di una società in cui la mancata realizzazione di un individuo, in ambito economico, professionale e familiare, viene percepita come una sconfitta personale.

  Il testo si articola poi in una serie di interviste a ragazzi hikikomori e a personaggi di rilievo nell’ambiente come Tamiki Saito, “lo psichiatra che per primo ha lanciato l’allarme sulla sindrome da ritiro sociale”, Hino Toru, il vicedirettore del dipartimento del Benessere di Tokyo, e Federico Tonioni, psichiatra e psicoterapeuta responsabile dell’unica struttura in Italia che si occupa di tale sindrome. In Italia, però, il fenomeno ha una portata diversa, in parte perché “il ritiro nel proprio guscio viene evidentemente attutito dalle reazioni della famiglia, struttura indubbiamente solida nel Bel Paese”, ma anche la maggior parte degli hikikomori comprende “individui che hanno perso il lavoro e probabilmente non lo troveranno mai più” , come evidenziano i dati a disposizione, e mentre in Giappone la disoccupazione viene percepita come il fallimento sociale di un individuo, in Italia forse siamo più abituati a considerare chi occupa una posizione stabile come un’eccezione privilegiata.

  L’autrice insiste poi sulla frequente associazione mediatica hikikomori-videogiochi-violenza, ribadendo che, nonostante ci siano casi in cui il disturbo si manifesta con un’esplosione di violenza, come attesta la serie di delitti perpetrata in Giappone nei primi anni del nuovo millennio da parte di giovani autoreclusi, la maggior parte dei ritirati sociali non manifesta comportamenti aggressivi, preferendo, anzi, l’isolamento al confronto. Nelle ultime pagine l’autrice esamina il problema dell’associazione tra hikikomori e manga: il capitolo si arricchisce di un’intervista a Giorgio Tinchero, sceneggiatore di fumetti che si occupa di un laboratorio per ragazzi con difficoltà, secondo il quale la penna è un veicolo più efficace e più diretto delle parole e il fumetto forma di espressione di ciò di cui non si riesce a parlare. Secondo il disegnatore, “nelle storie disegnate dai ragazzi fanno più paura i normali che i mostri”.