All’Opera di Roma la magia del cinema per Il Flauto Magico

di Ivana Musiani

  Quando Mozart si emancipò da qualsiasi tutela e affrontò gl’incerti della libera professione, da Vienna informava il padre d’aver composto i primi Concerti per pianoforte e orchestra, descrivendoli come: ”un’esatta via di mezzo tra il troppo difficile e il troppo facile (…) Qua e là dovrebbero soddisfare gli intenditori , ma sempre in modo che i non intenditori possano rimanerne soddisfatti, pur senza saperne il perché”. Ecco, all’ultima recita domenicale – esauritissima – al Teatro dell’Opera di Roma del Flauto magico, l’affermazione  di Mozart  mi sembrava più che pertinente. La raffinatezza della messinscena non poteva che deliziare tutti quelli che ne intendevano i riferimenti culturali, l’altra parte non poteva che intuire e apprezzare i reconditi messaggi, ma senza, per l’appunto, “saperne il perché”. Questa diversa partecipazione era  percepibile alla fine della prima parte, ma al termine, afferrato o meno il perché, è stata un’unanimità di applausi, prolungati, reiterati, per tutto e tutti: la musica, la scena, il canto, la regia, oltre alle strabilianti animazioni.

 

  Il flauto magico non ha precise collocazioni, né di luogo né di tempo, ed è anche una favola. Con la sua brava moralità, come in tutte le fiabe: Perrault, non fidandosi dei lettori, ce l’aggiungeva in versi, per non parlare della psicanalisi, capace di far arrossire con le sue rivelazioni. In sintesi, descrive le peripezie di due coppie costrette a superare infiniti ostacoli per potersi ricongiungere. In breve, chi vuol mettere in scena lo singspiel mozartiano non ha le mani legate, anche se la tendenza è sempre stata quella di conferirle un tono ieratico. Tutto il contrario nel Flauto magico che si è visto all’Opera: qui, grazie al cinema d’animazione, tutto era magico: elefanti rosa volanti, farfalle d’ogni misura e colore, mostri sputafuoco d’ogni genere, neri cagnacci ringhiosi contro il povero Tamino, però confortato da un simpatico gattone nero, polli suicidi che entrano spontaneamente nel microonde e da arrostiti si piazzano sotto il naso di Pappageno per indurlo in tentazione, uno svolazzante Campanellino impudico nella sua nudità; lo stalker Monostato ha la maschera del Nosferatu di Murnau,  il sacerdotale Sarastro è un pomposo signore con la barba e la tuba in testa , Pamina ha il taglio alla maschietta della Louise Brooks dei film di Pabst, e le Tre Dame impiccione si direbbero altrettanti figurini usciti da una rivista di moda tedesca fine anni venti. Perché quella è l’epoca, e precisamente l’anno  il 1927,  scelta non a caso dal regista e dai suoi stretti collaboratori (indispensabili per una siffatta complessa operazione). Il cinema era alla vigilia dal prendere la parola, ma qui ci muoviamo in quello ancora muto, e coerentemente il parlato (dal momento che lo singspiel alterna appunto musica e parlato) è sostituito da vistose didascalie. In quel periodo il cinema non aveva ancora una propria fisionomia,  lo si riteneva un succedaneo del teatro d’incerto avvenire, ma non per tutti. Il francese Mélies vide nel nuovo mezzo la possibilità d’esercitare le più sfrenate fantasie, come già il primo René Clair.  E dalle altre cinematografie del momento prese le distanze il filone che fu chiamato espressionismo tedesco, che con i film di Murnau, Wiene, Pabst, Lang  seppe esplorare i più torbidi sentimenti umani, oltre che esprimere presentimenti e inquietudini d’una minaccia di cui pochi avvertivano i segni.

 

  Lo spettacolo arriva fresco, anzi freschissimo dal Komische Oper di Berlino, eppure sono anni che gira per il mondo, l’hanno già visto a migliaia e migliaia  in tre continenti: qualcosa come già avvenne per il nostro intramontabile Arlecchino servitore di due padroni  siglato Strehler. Alla geniale regia di Burrie Koskie e Suzanne Andrade si affianca l’altrettanto geniale contributo di Paul Barrit per la filmografia. Impeccabile, ma non di più, la direzione  di Henrik Nànàse. Per vedere di persona la cattivissima Regina della Notte – lame di ghiaccio i suoi acuti – Olga Pudova è dovuta scendere dall’alto, levarsi la maschera da teschio, il corpo di ragno nonché le  zampe che arrivavano minacciose sino al palcoscenico; molto applaudita Amanda Forsyte, soavissima Pamina; ottimo Juan Francisco Gatell come Pamino. Al canto ineccepibile di Alessandro Arduini, nel ruolo di Papageno, mancava quel tocco di comicità indispensabile al personaggio. Gli altri bravi interpreti erano Antonio Buratto (Sarastro), Marcello Nardis (Monostato), e poi Julia Gebel, Louisa Kwong, Irida Dragoti, Sara Rocchi, Andrii  Ganchk, Domingo Pellicola, Timofei Baranov, Giulia Peverelli, Ercole Cortone, Bianca Ragozzini.

Successo grande e meritatissimo.