In uscita evento oggi e domani “Il saluto” che – a 50 anni dalle Olimpiadi di Città del Messico – ricostruisce il gesto contro la segregazione razziale negli Usa

A 50 anni dalle Olimpiadi di Città del Messico del 1968 esce nelle sale italiane distribuito da Viggo, in due giornate evento il 16 e il 17 ottobre, “Il saluto” (Salute), film documentario di Matt Norman che racconta di un gesto che costò un prezzo altissimo in termini sportivi e umani agli atleti Tommie Smith, John Carlos e, soprattutto, a Peter Norman. Tutti presenti, con George Foreman, nel documentario.

16 ottobre 1968, Città del Messico, Olimpiadi, premiazione della finale dei 200 metri piani maschili. Sul podio salgono gli atleti afroamericani Tommie Smith e John Carlos – medaglia d’oro e di bronzo – e l’australiano Peter Norman medaglia d’argento. Alle note dell’inno americano Smith e Carlos chinano il capo e alzano al cielo il pugno guantato di nero, simbolo del Black Power, per protestare contro la segregazione razziale negli Stati Uniti e rendere nota al mondo intero la lotta degli afroamericani per l’eguaglianza.

Un segno di protesta eclatante, inimmaginabile, fissato nella storia dell’umanità da una foto divenuta icona del 20° secolo. Una foto che ha fissato per sempre un saluto divenuto gesto di libertà toccante, ineguagliabile. Un gesto lungamente meditato e costato caro ai due atleti afroamericani che – oltre ad essere espulsi dalla federazione di atletica statunitense – vennero perseguitati lungamente e videro le loro vite rovinate.

In quella foto – così forte ed emblematica – si nasconde una storia: quella dell’atleta bianco,  l’australiano Peter Norman, e di come fu decisa e preparata la protesta di Smith e Carlos. Norman, che nella foto quasi scompare oscurato dalla potenza del gesto dei due atleti afroamericani, porta al petto una coccarda identica a quella che portano i due atleti neri: è la coccarda dell’Olympic Project for Human Rights, l’associazione promotrice della clamorosa protesta di Smith e Carlos. Un gesto di condivisione e solidarietà vissuto con impassibile quiete che costerà a Norman – atleta bianco di una nazione in cui la segregazione razziale è altrettanto forte – oblio e carriera, conseguenza di una condanna politica e sportiva che durerà sino alla sua morte.