Micol e il suo piatto

di Mamma Oca

“A noi non piace la minestra di zucca”. Il braccio del pastorello non cingeva più teneramente la spalla della pastorella, ma puntava dritto contro Micol.

  Micol si guardò attorno, per vedere se a parlare erano stati la mamma, il babbo o la nonna Nuccia in visita, ma nessuno di loro aveva aperto bocca: “Non può essere stato il piatto. I piatti non parlano”, pensò, ma per maggior sicurezza diede una sbirciatina  al piatto nel quale la mamma, col mestolo in mano, stava  per versare  la minestra di zucca.

   “A noi non piace la minestra di zucca”, riprese il pastorello con voce  di minaccia.

  La pastorella aveva smesso di fissare con occhi innamorati il  pastorello. Il suo sguardo ora non prometteva niente di buono ed era rivolto verso Micol: “A noi non piace la minestra di zucca”, disse con tono iroso la pastorella.

  Guardando di sottecchi ora la mamma ora i due pastorelli, Micol fece eco debolmente: “A noi non piace la minestra di zucca.

   “Sempre nuove storie a tavola”, sbuffò la mamma.

  “Sono sicura che i pastorelli che hai nel piatto hanno tanta fame. Mangia, Micol, fallo per loro”, cercò di blandirla nonna Nuccia, che proprio quel giorno aveva regalato all’amata nipotina un bellissimo piatto del ‘700 appartenente alla famiglia da molte generazioni. Sperava, nonna Nuccia, che le pastorellerie finemente dipinte sul piatto avrebbero indotto Micol a mangiare con più appetito.

  Il babbo cercò di fare la faccia severa e disse alla mamma: “Non importa, versale lo stesso la minestra di zucca”, ma la bambina aveva incrociato le mani sul piatto e la zuppiera fu riportata in cucina.

   “Meno male che per secondo ho preparato la cotoletta come piace a Micol”, disse la mamma. La notizia rese felice Micol, ancora a digiuno dopo aver visto gli altri consumare la minestra di zucca, però guardò con ansia le figurine riprodotte sul piatto. I due pastorelli ora si scambiavano di nuovo  tenerezze, ma vicino a loro i vendemmiatori avevano smesso di pigiare l’uva nei tini e uno di essi teneva minacciosamente sollevato  un piede reso violaceo dal mosto, come se volesse sferrare un calcio alla povera Micol: “A noi non piace la cotoletta”, sibilò il vendemmiatore.

  Come se l’avessero ipnotizzata, Micol ma non poté impedirsi di ripetere: “A noi non piace la cotoletta”.

  A tavola scoppiò il finimondo: strillava la mamma, strillava il babbo, strillava nonna Nuccia cercando di riportare la calma.

   Il babbo era esasperato: “Perché  non fai che ripetere a noi non piace, a noi non piace? Chi sono gli altri?”,  ma Micol rimase zitta,  a testa china.

  Arrivò il budino di cioccolato, solo che la mamma aveva deciso che per punizione Micol non doveva avere la sua parte.

   “Almeno il dolce”, supplicò nonna Nuccia, “altrimenti dovrà andare a letto senza cena”. A malincuore la mamma aderì alla richiesta della nonna.

   Intanto, Micol guardava con ansia le figurine del piatto: erano tutte intente alle loro occupazioni, ma d’un tratto il cacciatore che teneva puntato il fucile contro un coniglio che cercava di nascondersi dietro un albero, fece un giro su se stesso prendendo di mira Micol: “A noi non piace il budino di cioccolato”, disse. Il coniglio, invece di approfittare della distrazione del cacciatore per  correre  alla sua tana, uscì allo scoperto per cantilenare: “A noi non piace il budino di cioccolata”.

  Senza avere il coraggio di alzare lo sguardo dal piatto, Micol ripeté con un filo di voce: “A noi non piace il budino di cioccolata”. Dalla contentezza, le figurine del piatto si misero a intrecciare danze, ma Micol non poteva vederle perché aveva gli occhi pieni di lacrime. A testa bassa, senza aspettare che le venisse ordinato, si avviò verso la sua cameretta. Al buio s’infilò sotto le coperte, mettendosi il cuscino sulla testa per non sentire le voci concitate che venivano dalla sala da pranzo, tutte molto scontente nei suoi confronti.

  Il giorno dopo e quelli successivi, a tavola si ripeterono le medesime scene. Il babbo e la mamma, preoccupati, avevano smesso di sgridare Micol e l’avevano portata dal medico che però, avendola trovata sanissima, non era riuscito a suggerire alcun rimedio.

  A forza di non mangiare, Micol diventava sempre più magra, ma non poteva fare a meno di obbedire alle ingiunzioni del piatto, sul quale ultimamente avevano fatto la loro comparsa due  cosacchi dall’aspetto terribile che l’avevano minacciata di venirla a trovare di notte con le loro lunghissime fruste se avesse permesso che una sola cucchiaiata di cibo fosse caduta nel piatto.

  In casa però non c’erano soltanto i genitori di Micol ad essere preoccupati: tutto il servizio di piatti era seccatissimo delle prepotenze dell’ultimo arrivato sulla bambina.

  “La farà morire di fame”, andava dicendo con voce tragica il piatto più anziano.

  “Quel malvagio l’ha ipnotizzata”, sosteneva la salsiera.

  “Se non ci decidiamo a fare qualcosa, finirà davvero che Micol morirà di fame”, osservò la caraffa,

  “Ben detto! Ci dobbiamo coalizzare per metterlo fuori combattimento”, propose il piatto più giovane.

  “Sì, sì, uniamo le nostre forze e buttiamolo giù dalla scansia”, gridarono tutti.

  “Eh, no!”, disse il piatto con sussiego: “Come vi permettete? Non sapete chi sono io”.

   “Fossi anche il piatto su cui mangiava la Grande Caterina”, disse la zuppiera che aveva un debole per la storia, “ non ci sono scuse per il tuo comportamento. Sappi che la piccola Micol si trova sotto la nostra protezione”.

  Ma il piatto sotto accusa confermò: “Hai indovinato: da giovane ero il piatto preferito della Grande Caterina”.

  Dalla scansia dei piatti si alzarono fischi e proteste: “Sbruffone! Non penserai che ti crediamo”.

  “Non avete che da controllare sul mio retro il marchio delle imperiali  manifatture della Grande Caterina”, disse lui con una dignità che finì per convincere tutti.

  “Allora è per snobismo che ti rifiuti di far mangiare Micol! I cibi che cucina la sua mamma non sono abbastanza raffinati per i tuoi  gusti?”.

  “Al contrario. La Grande Caterina mangiava solo patate. Ne andava pazza”.

  Tra lo stupore di tutti, il piatto della Grande Caterina scoppiò in singhiozzi dirompenti: “Vi prego di perdonarmi. Non è stato per cattiveria se ho fatto digiunare la piccola Micol. Anzi, ne ero molto addolorato, ma mi terrorizzava l’idea di venire di nuovo sottoposto alle tremende torture che dovevo subire dopo che la Grande Caterina aveva banchettato su di me”.

  “A quali torture ti riferisci?”.

  “Innanzi tutto i calli delle lavapiatti. Ne avevano le mani piene, poverette. Erano così grossi e duri che ogni volta che mi afferravano per mettermi nel mastello mi facevano vedere le stelle”:

  “Di che mastello parli?”.

“Quello con cui mi portavano sulle rive della Neva”.

“Cos’è la Neva?”:

“Un grande fiume. Era là che mi portavano per lavarmi. Ancora sento i brividi di quando d’inverno mi tuffavano nelle sue gelide acque. E non era tutto: prima di sciacquarmi, mi scorticavano in lungo e in largo con la sabbia… Ero sempre pieno di graffi”.

  “Che qualcuno gli allunghi un canovaccio per asciugarsi le lacrime”, disse pietosa la salsiera.

  “Non ti hanno mai informato dell’esistenza d’un elettrodomestico chiamato lavastoviglie?”, chiese la zuppiera.

  “Lavastoviglie? Questo nome mi è nuovo”, osservò sorpreso il piatto della Grande Caterina.

  “Sei rimasto indietro di molti secoli!”, osservò il piatto più anziano: “Adesso non veniamo più portati in riva ai fiumi per venire lavati,  perché l’acqua arriva direttamente in tutte le case. Invece che nel mastello ora veniamo sistemati nella lavastoviglie e al posto della sabbia ci sono i detersivi”.

  “Che cosa sono i detersivi?”, chiese sempre più stupito il piatto della Grande Caterina.

  “Sono liquidi che esercitano su di noi un’azione pulente, ammorbidente, sciacquante, lucidante, brillantante…”

  “Oh, come brillavano i gioielli della Grande Caterina!”, rievocò nostalgico il  piatto che le era appartenuto. “Ma… quei liquidi di cui parlate… fanno male?”.

  “Al contrario, scivolano sulle nostre superfici come carezze, producendo nuvole di bollicine che ci solleticano piacevolmente. In seguito l’acqua, calda al punto giusto, ci massaggia energicamente con i suoi continui passaggi. Siamo sempre felici quando la mamma di Micol, che non ha davvero i calli alle mani, ci introduce nella lavastoviglie”.

“Se tutto quello che  dite è vero, non vedo l’ora di entrarci dentro anch’io”

  Quella sera, il pastorello e la pastorella, i vendemmiatori, il cacciatore, il coniglio e persino i due cosacchi erano tutti un sorriso con Micol: “Abbiamo tanta fame”, le sussurravano.

  “Abbiamo tanta fame”, ripeté Micol. Al babbo e alla mamma non sembrò vero. La mamma non finiva di versare cibo nel piatto della Grande Caterina, il babbo telefonò a nonna Nuccia per informarla del miracolo.

  Quando fu nella lavastoviglie, il piatto della Grande Caterina constatò  che rispondeva al vero tutto quello che gli avevano anticipato sui piaceri che era capace di procurare, e non riuscendo a trattenere la sua contentezza strillava a squarciagola: “Evviva! Evviva! Guardate come sono lucente e  brillantante!”.

  La mamma, sentendo strani rumori provenire dalla lavastoviglie,    pensò che si fosse guastata.

  “No, mamma, è il mio piatto che canta”, disse Micol.

  La mamma alzò le spalle e chiamò il tecnico della lavastoviglie, che la smontò pezzo per pezzo senza trovare guasti,  però ogni volta che vi veniva introdotto il piatto della Grande Caterina, i rumori si ripetevano.

  “E’ il mio piatto che canta”, sosteneva Micol. La mamma continuava a scuotere la testa, ma poi finì per convincersi che se la lavatrice continuava a funzionare e Micol a mangiare, non c’era più niente di cui  preoccuparsi.