Tra fiaba e memoria “Il bene mio” è un paese diventato fantasma dopo il terremoto: Provvidenza

di José de Arcangelo

Presentato alle Giornate degli Autori dell’ultimo Festival di Venezia, arriva in sala “Il bene mio” di Pippo Mezzapesa con Sergio Rubini e con Teresa Saponangelo. Un dramma sui toni della commedia fiabesca, ma ispirato alla realtà italiana e incentrato sulla memoria presto persa, quella che riguarda terremoto e terremotati.

“Elia non vuole abbandonare il suo paese – esordisce Rubini -, e passa le sue giornate a raccogliere piccoli oggetti che rappresentano la vita, un personaggio che lotta e combatte, non il solito eremita perché è a suo modo solare, un uomo che rifugge la morte”.

Infatti, Elia è l’ultimo abitante di Provvidenza, paese distrutto dal terremoto e rifiuta di adeguarsi al resto della comunità che, trasferendosi a ‘Nuova Provvidenza’, ha preferito dimenticare. Per Elia, invece, il suo paese vive ancora e, grazie all’aiuto del suo vecchio amico Gesualdo (Dino Abbrescia), cerca di tenerne vivo il ricordo.

Quando il Sindaco gli intima di abbandonare Provvidenza, Elia sembrerebbe quasi convincersi a lasciare tutto, se non cominciasse, d’un tratto, ad avvertire una strana presenza. In realtà, a nascondersi tra le macerie della scuola, dove durante il terremoto perse la vita sua moglie, è Noor (la parigina Sonya Mellah). Lei è una giovane donna in fuga e sarà questo incontro, insieme al desiderio di continuare a custodire la memoria di Provvidenza, a mettere Elia di fronte a un’inesorabile scelta.

“Mi piacevano i lavori precedenti di Pippo (dagli anti-documentari su Pinuccio Lovero a “Il paese delle spose infelici” ndr.) – riprende Rubini – e farne un personaggio vitale, molto fisico, tonico, indaffarato a recuperare oggetti e salvarli dall’oblio, e che ha dentro tanti registri. E’ stato la mia guida, ho lavorato bene, mi piace quel suo modo di fotografare non estetico, il suo sguardo di autentica dolcezza e saggezza nonostante sia ancora trentenne”.

“E’ il terremoto fisico e metaforico – afferma Mezzapesa – il crollo, i dolori, di cui ognuno ha le sue ragioni. Elia vuole restare, recuperare la memoria e la coscienza di sé. Ognuno ha ragioni comprensibili, vuole rimuovere quello lo Stato non riesce a sostenere, e a volte la reazione è diversa. Ritrovando la strada perduta, Elia è come un pastore di una comunità che ha perso se stessa. Non fugge dal dolore,  ha una sua idea di confine, limite  che non riesce ad abbandonare, nemmeno a superare la soglia della scuola. Due modi di elaborare il lutto si incontrano nella completa mobilità, fra oppressione e staticità”.

“Ho cercato la location ideale – precisa – fra tutti i paesi fantasma da Roma in giù, e ci sono apparse Apice vecchia e Gravina in Puglia, un paese chiuso, inagibile, dove girare è molto difficile; alla follia, luogo ideale fra il silenzio e la voce, dove ci sono elementi di una vita passata, ma impossibile da ricostruire”.

“E’ bello fare e trovare la connessione con altre storie – conclude -, in realtà questa sorta di fiaba nasce da tutto quello che ho visto e letto. Recentemente ho visto ‘Mortacci’ di Sergio Citti e ho notato che la scena in cui la guida accoglie i giapponesi è simile a quello che accade realmente in questi paesini fantasma e che racconta il passato senza mai vederlo. Ogni personaggio vuole portare giù Elia, ma lui resiste, contro tutto e contro tutti, con le sue ossessioni e i confini invalicabili, in nome di un amore che dà senso alla sua esistenza. Eppure è un essere umano e gli esseri umani cambiano e si evolvono, sempre grazie agli altri”.

Per l’anteprima, la scelta quasi naturale, è stata Amatrice, ed esclusivamente riservata ai loro abitanti, un evento e un messaggio di speranza.

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