Wim Wenders e il suo “Papa Francesco”, attraverso le sue parole, il suo messaggio, il suo lavoro di riforma e le sue risposte

di José de Arcangelo

Wim Wenders a Roma, alla Casa del Cinema, per presentare il suo film “Papa Francesco – Un uomo di Parola”, una lunga intervista docu-film che non è il tradizionale film biografico né tanto meno il solito documentario, ma “un viaggio personale con Papa Francesco – dice -, volevo che al centro ci fossero le idee del Papa e il suo messaggio, il suo lavoro di riforma e le sue risposte alle domande globali di oggi”.

“Non è stata una telefonata – esordisce il regista tedesco sulla nascita del progetto -, ma una lettera del Segretariato della Comunicazione del Vaticano. Dario Viganò non lo conoscevo e poi ho saputo che aveva studiato cinema. Non c’era nessuna idea, tanto che io accettai sempre che potesse scriverlo, produrlo e girarlo indipendentemente perché altrimenti non sarebbe stato credibile. Ci è voluto del tempo per trovare il ‘concept’ giusto perché non era facile fare un film con Papa Francesco”.

“Io sono cresciuto in una famiglia cattolica – confessa Wenders – e a 16 anni ho immaginato di diventare prete visto che ne conoscevo dei validi esempi, così come mio padre che era medico e mia madre insegnante. Poi i film e il rock’n’roll mi hanno allontanato e ho lasciato la Chiesa, ma ne sono tornato negli anni ’80 come protestante. Ne ho discusso a proposito del film perché sapessero che sono un cristiano ecumenico, e dato che il Papa è vicino soprattutto ai francescani e ai gesuiti, e ha anche tentato di riavvicinare i musulmani, non ci sono stati problemi. Comunque, dall’educazione cattolica non ci si libera mai. Sono cristiano ma non papista, in quanto protestante. Quello che mi aveva colpito è che abbia voluto chiamarsi Francesco”.

“Infatti, il 13 marzo 2013 – confessa – è stata una giornata molto emozionante. E’ stato eletto un nuovo Papa: il cardinale di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, è diventato il 266° pontefice della Chiesa cattolica, il primo Papa proveniente dalle Americhe, il primo dell’emisfero australe, il primo gesuita vescovo di Roma e, soprattutto il primo Papa ad aver scelto il nome di Francesco. San Francesco d’Assisi (1181-1226), da sempre uno dei santi più venerati della Cristianità, oltre che un grande ‘riformatore’, dedicò la propria vita alla povertà, e con il suo profondo amore per la natura e per tutti gli esseri viventi sulla Terra è ancora un esempio per tutti noi. Molte persone sul nostro Pianeta, e non solo io, riponevano grandi speranze nel Papa che aveva scelto un nome che di per sé era già una promessa”.

“Nel XXI secolo – prosegue – era estremamente coraggioso affrontare tutti i problemi del nostro tempo con un rapporto nuovo con la natura, con la povertà e le altre religioni. Ma non avevo mai immaginato di conoscerlo. Non l’avevo mai incontrato, solo nel 2016, quando mi ha colpito ancora di più di persona; se guardi qualcuno negli occhi vedi chi hai davanti, tutti possono guardarlo negli occhi. Avevo incontrato il grande Stefano D’Agostini, non sono stato assunto ma ho parlato con don Mario, capo del CTV, per poter utilizzare del materiale dei lori archivi sul papato, ma il film non è stato finanziato dal Vaticano, ed è stato fatto sotto un radar di poche persone. Della gravità della resistenza che deve affrontare, so più di prima, perché ha detto che per la pedofilia ci vuole tolleranza zero da tutto e da tutti, da tutto il corpo della Chiesa, e questo è mettersi nei guai, anche perché ha ereditato un problema enorme e mostruoso. Ma lui parla sempre di trasparenza, quella che la curia da oltre duemila anni sembra non sapere cosa sia”.

“Credo che le persone che l’attaccano e lo combattono – dichiara il regista – siano in gran parte conservatori, perché lui si spinge oltre nelle sua apertura verso altre religioni, ma secondo me è quello che ci vuole. Nessuno ha espresso uno scopo o obiettivo del film, mi hanno lasciato decidere da solo. Ma non è assolutamente per un pubblico cattolico, il suo pensiero è destinato a tutti gli uomini di buona volontà, ai giovani che hanno la capacità di connessione per arrivare agli altri, e tutto questo può venire fuori meglio in un film che in televisione. Permettergli di connettersi e arrivare alla gente in modo diverso, e tutto ciò dipendeva da me”.

“Ho chiesto tramite il produttore – aggiunge – se ci poteva essere qualcosa che non piacesse a loro, di essere più espliciti. Alla fine ho fatto pace col film ed è stato un bene che non abbiano mai interferito, mai mi hanno chiesto di togliere o aggiungere qualcosa, parola o fatto. Il mio documentario non ha nulla di diverso dal musicista cubano o di un fotografo come Salgado (accenna ai suoi due ‘biopic’ più famosi ndr.)”.

“Volevo esprimere la sua personalità e il suo carattere – precisa -, che un personaggio apparentemente piccolo sembrasse importante com’è. Durante una conversazione diceva ai genitori ‘giocate con i vostri bambini, perdete del tempo con loro, perché la tenerezza non è una debolezza ma una forza’. I politici non ci pensano mai, pensano ai soldi e al potere, hanno un atteggiamento cinico; ci vuole un’autorità morale. Volevo mostrare la forza di un uomo che ha il coraggio di chiamarsi Francesco”.

“Spesso lui parla alla gente dei problemi sociali ed ecologici, se non parla di Dio quando parla dei poveri è errato pensare di assenza di spiritualità; non  ho mai incontrato un uomo senza paura come lui, la presenza della spiritualità sa su cosa poggia, credo che la cosa più importante sia il fatto che non ha mai paura”.

“Non era mia intenzione fare un documentario moderno o contemporaneo, lo stile è venuto in modo spontaneo, altrimenti sarebbe stato come rivoluzionare quello che rappresenta Francesco, e non volevo un film costoso (non ci sono finanziamenti né pubblici né privati ndr.). Ho guardato tutti i film su Francesco d’Assisi che sono stati realizzati in passato; quello di Rossellini oggi si rivela troppo ingenuo, senza speranza visto oggi; usare il più moderno, quello della Cavani con Mickey Rourke non mi sembrava il caso perché pieno di tatuaggi. Così ho deciso di farlo per conto mio senza soldi”.

Infatti, a rappresentare il santo nel film è l’attore Ignazio Oliva che, oltre il fisico del ruolo, si rivela il più azzeccato a interpretarlo.

E aggiunge: “Ho utilizzato una macchina da presa degli anni ’20 perché Francesco è nell’anima dell’uomo. Tutto quello che ho girato sembra vecchio, il suo volto è l’unico valore eterno e Ignazio è diventato Francesco in sei giorni. E’ un attore che crede in quello che fa. Del resto ho usato tre costumi e tre frati, tanto che se ci fate caso potete vedere sullo sfondo le antenne e le macchine”.

“Volevo trovare il mio, anzi il nostro Francesco – ribatte Oliva -, anche quando ho interpretato altri personaggi veramente esistiti, tra cui Pertini, ho evitato di imitarli, di fare delle macchiette, cercavo l’anima e in questo caso ancor di più. E’ stata una grande responsabilità e un onore lavorare con Wim”.

“Viviamo un momento molto decisivo per l’umanità – riprende l’autore de “Il cielo sopra Berlino” – in cui può andare tutto storto, ci può essere un cambiamento se abbiamo tutti l’ottimismo e la forza per farlo. Francesco c’è per dare una svolta, guardandolo negli occhi vedi che è pieno di energia positiva per capovolgere la situazione, per farla arrivare allo spirito dell’uomo. Tante persone hanno già abbandonato la nave, però il suo messaggio è per tutte le persone di buona volontà, e se siamo in tanti ce la possiamo fare”.

“E’ importante leggere quello che il Papa dice nel film – conclude Wenders -, in Germania, dove il film era già uscito, ora c’è un Dvd con un libricino allegato su tutto quello che ha detto e la canzone (donata da Patti Smith ndr.). Ci siamo incontrati 5 minuti prima delle riprese (in totale quattro incontri), credevo di conoscerlo, lui invece mi ha detto ‘ho sentito molto parlare di te, ma non conosco nessuno dei tuoi film. Quindi, potevamo cominciare da zero, sguardo nello sguardo per otto ore. Credo di conoscerlo e lui me, ma non ho il numero del suo cellulare e lui non ha visto il film”.

“Ero d’accordo col Segretariato Vaticano su tre lunghe interviste – precisa – ma finita la terza mi sono accorto che mancavano delle piccole cose, soprattutto nel finale, perché di tutte le domande fatte non c’era una da poter usare come chiusura, e ho chiesto una quarta che mi è stata concessa. Lui mi ha detto ‘non posso salutare, dobbiamo trovare un vero finale, ma tu non chiedermi niente’. Così verso la fine ha cambiato argomento e disse ‘gli artisti sono un regalo della bellezza’, hanno l’abilità e il senso della bellezza, dell’umorismo e lui, con una risata, ha trovato quello giusto, ha persino salutato con la mano e offerto un bellissimo finale”.

“Papa Francesco – Un uomo di parola” è stato scritto e prodotto dallo stesso Wenders con David Rosier. Produttori: Samanta Gandolfi Branca, Alessandro Lo Monaco, Andrea Gambetta. Co-produttori Stefano d’Agostini, Massimiliano di Liberto, Uwe Kiefer, Stefano Bugliosi, Lelio Fornabaio. Il direttore della fotografia è Lisa Rinzler, le musiche composte da Laurent Petitgand e il montaggio da Maxine Goedicke. Focus Feature e The Palindrome presentano una produzione CTV – Centro Televisivo Vaticano, Célestes Images, Solares Fondazione Delle Arti, Neue Road Movies, Decia Films, Fondazione Solares Suisse, PTS Art’s Factory.

Nelle sale italiane in uscita evento dal 4 al 7 ottobre 2018 distribuito da Universal International Pictures in 350 copie