“La libertà non deve morire in mare”

di José de Arcangelo

Un documento scioccante e commovente, lucido e senza pregiudizi, “La libertà non deve morire in mare” – prodotto e diretto da Alfredo Lo Piero – soprattutto perché a parlare sono i testimoni diretti, vittime e soccorritori, spesso casuali, immigrati e italiani. Il titolo prende spunto dalla frase di uno dei superstiti: “La libertà non deve morire in mare. Anche se la mia era già morta in terra, la libertà non deve morire comunque”.

Infatti, si parla spesso di immigrazione in cifre: il computo statistico dei vivi e dei morti, chi ce l’ha fatta e chi no. Ma dietro l’asetticità dei calcoli ci sono le storie, le vite, i sogni spezzati e i sogni ancora da inseguire, e soprattutto le persone. Si parla e si scrive tanto di immigrati, ma al di là dell’abuso tematico (e mediatico) – e delle sue ricadute sul sociale – vogliamo continuare a pensare ai vissuti che stanno dietro le facce spaurite e le braccia tese delle foto sugli schermi e sui giornali.

“Vogliamo pensare alle lacrime e ai sorrisi – afferma il regista catanese -, alla speranza e alla paura dei migranti, spogliati dallo status di oggetto di cronaca. Il film nasce, in qualche modo, da questo pensiero. Dalla volontà di restituire voce a chi, sin qui, non l’ha mai avuta o ne ha avuta poca, con un intento meramente documentaristico, nel senso più spoglio, verista e autentico del termine”.

E, se ci troviamo apparentemente di fronte a un documentario tradizionale nella struttura (sequenze degli sbarchi, del recupero dei corpi, nei luoghi in cui vengono accolti e interviste inedite, di quelle che si vedono raramente in tivù), sono soprattutto i racconti preziosi delle persone di entrambe le sponde, gli abitanti di Lampedusa – tra i quali operatori sociali, medici e psicologi – e gli immigrati superstiti all’orribile odissea del mare, ma anche a quella precedente sotto le bombe, nei campi dei rifugiati e/o nella loro terra d’origine. Scappati da guerre e torture, miseria e violenza di ogni genere, si trovano ad affrontare un viaggio verso una libertà a loro negata.

Sono loro a rivivere le emozioni che trasmettono allo spettatore, fino alle lacrime dei migranti stessi e di quelli che hanno cercato di salvarli e aiutarli non più a sopravvivere ma a ‘vivere’ in un modo libero e degno di ogni essere umano. Infatti, tutti parlano e vogliono ‘casa’, quella casa che vuol dire famiglia, una vita serena, un lavoro dignitoso. E, come dice la psicologa, Caterina Famularo, spero che “Lampedusa sia una casa sul mare” per loro.

“Quell’anno avevo scelto Lampedusa come luogo d’ispirazione – scrive l’autore nelle note -. Ero certo che uno spaccato d’Africa nel cuore del Mediterraneo sarebbe stato l’ideale per completare la sceneggiatura su cui stavo lavorando, assieme a un amico. Con me soltanto una piccola macchina da presa, qualche microfono, un drone e una GoPro per immortalare i meravigliosi fondali del posto”.

“Una volta giunti sull’isola – confessa -, capimmo subito che le cose sarebbero andate diversamente… a poche centinaia di metri dalla costa, motovedette della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza erano impegnate nel recupero di oltre trecento migranti provenienti dall’Africa. Tutto visibile a occhio nudo. Una piccola macchia nera in un immenso e azzurro mare cristallino. È stato istintivo, forse naturale, e in pochi minuti ci catapultammo al porto. Erano oltre centocinquanta le persone già trasbordate a terra, centinaia di occhi spalancati e neri avevano invaso quel piccolo molo. Angoscia e paura si mischiava a speranza e illusione. Infreddoliti, nonostante i trenta gradi di temperatura, quelle anime avevano trovato assistenza tra le braccia di decine e decine di volontari, medici, carabinieri, Croce Rossa, uomini e donne straordinari che nonostante stessero seguendo un ‘protocollo’ non potevano fare a meno di mostrare la loro parte più umana, che per fortuna prendeva il sopravvento. Non ci pensammo su un attimo e con la nostra improvvisata e piccola attrezzatura battemmo subito il primo ciak”.

“Il mio non è un film politico – conclude -, lotterò sempre per non farlo strumentalizzare o percepire come tale. ‘La libertà non deve morire in mare’ è un film umano, realizzato in un periodo storico, se pur recente (2016/2017), differente da quello attuale: mai avrei immaginato che a distanza di appena due anni quegli stessi ‘eroi’, con e senza divisa, potessero essere additati, vincolati, obbligati a nuovi protocolli, drastici e fuori da ogni ragione”.

In effetti, il medico Pietro Bartolo – tramite vergognosa lettere (che legge nel film) -, è stato duramente insultato e minacciato. E, oltre i commossi testimoni, sono le immagine a ‘parlare’ allo spettatore, anche quando non c’è la voce narrante di Lo Piero a guidarci. Sono soprattutto i bambini a spezzarci il cuore perché non sanno dall’inferno da cui provengono né in quello in cui si sono avventurati al seguito dei genitori, e a cui spesso non riescono a sopravvivere.

“La libertà non deve morire in mare” è stato presentato alla 64.a edizione del Taormina Film Fest (14-20 luglio 2018) – Premio speciale Ferrari De Benedetti per il Miglior Documentario e – in concorso – al Cinema di Mare (12-16 settembre 2018).

Nelle sale italiane dal 27 settembre presentato da Distribuzione Indipendente. A Roma al Nuovo Cinema Aquila