“L’uomo che uccise Don Chisciotte”

di José de Arcangelo

A 25 anni dalla prima stesura della sceneggiatura, Terry Gilliam è riuscito finalmente a portare sul grande schermo – superando ogni ostacolo e problemi anche legali con i diversi produttori – la sua versione visionaria e contemporanea del classico dei classici, il capolavoro della letteratura universale di Miguel de Cervantes in “L’uomo che uccise Don Chisciotte” con il grande Jonathan Pryce (da “Brazil” a “I fratelli Grimm e l’incantevole strega”), la quarta volta con l’autore anche quando desiderava il ruolo fin dall’inizio, e – secondo il regista – l’unico Adam Driver (da “Hungry Hearts” a “Stars War”).

Infatti, scritto e riscritto tante volte (è lo stesso Gilliam a confessarlo) “è diventato qualcosa di mistico, tanto da pensare che si sia scritto da solo, anche se è uno scrittore molto lento”. Ma ci sono stati tanti intoppi, cambi di protagonisti (è dedicato ai precedenti John Hurt e Jean Rochefort, nel frattempo scomparsi) ma, forse, è rimasta “la versione più originale”, sempre suggestiva, coinvolgente, affascinante e, naturalmente, aggiornata negli ultimi tre anni, in cui si fondono e confondono passato e memoria, fantasia e realtà, sogno e incubo. Tanti i riferimenti e le citazioni, non solo letterari e cinematografici, ma piuttosto di cinema nel cinema e sugli effetti che esso provoca negli spettatori, nel bene e nel male.

Toby (Driver, nel precedente inizio riprese c’era Johnny Depp), cinico regista pubblicitario, si ritrova coinvolto e imprigionato nelle bizzarre illusioni di un vecchio calzolaio spagnolo (Pryce) che crede di essere Don Chisciotte. E, durante le loro folli avventure, pian piano sempre più surreali, Toby sarà costretto ad affrontare i tragici ‘effetti collaterali’ del film realizzato quando era un giovane esordiente e idealista, che ha inciso in modo indelebile sulle aspettative e sui sogni di un piccolo villaggio spagnolo (La Mancha?). Riuscirà Toby a farsi perdonare e a ritrovare la sua umanità, e anche la sua lucida follia? Riuscirà Don Chisciotte a sopravvivere alla sua follia e a salvarsi dalla morte annunciata? E riuscirà ancora una volta l’amore a trionfare su tutto? Forse sì, ma sempre in bilico fra realtà e (vera) fantasia, quella che ci porta a capire e sopravvivere in un mondo per niente ideale.

Già perché ci sono accenni all’attualità, come la dolce Angelica/Dulcinea (la portoghese Joana Ribeiro) – allora adolescente illusa di raggiungere il sogno di diventare star – che è diventata una sorta di escort/schiava di un mafioso russo multimilionario con la mania del produttore. E gli stessi contadini coinvolti, ignari, da un gruppo di terroristi, o forse no.

Un geniale e surreale viaggio che conquisterà soprattutto chi ama il visionario regista (da “Brazil” a “Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo” e “Tideland – Il mondo capovolto”; da “L’esercito delle 12 scimmie” a “The Zero Theorem – Tutto è vanità”), e i percorsi/riflessione sul dilemma arte e/o successo. Non a caso anche l’immenso Orson Welles si era imbattuto in un “Don Quixote” mai finito, però per lui le odissee cinematografiche erano all’ordine del giorno, da “Macbeth” e “Otello” all’ultimo capolavoro incompiuto, “The Other Side of the Wind” (L’altra faccia del vento). Gilliam testardamente ci è riuscito.

E il suo protagonista/regista è un uomo di talento che tradisce il proprio talento e non si rende conto dell’effetto che hanno i film sulla gente. E nemmeno sa di avere questa responsabilità.

“Tutto il grande cinema è basato sulla fantasia – sostiene Gilliam, autore anche di “Le avventure del Barone di Munchausen” -, Don Chisciotte è il sognatore e Sancho Panza quello legato intensamente alla realtà”.

“Ma per quanto mi riguarda il film è Don Chisciotte e io Sancho Panza, fantasia e immaginazione, sogno e realtà. Onestamente, Don Chisciotte non muore mai perché viene tramandato dall’arte, esisteva prima di noi e continuerà a vivere ancora una nuova vita e con una nuova voce”.

Ne “L’uomo che ha ucciso Don Chisciotte” – presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes e in anteprima italiana al Perugia Film Festival – recitano anche Stellan Skarsgard (il capo), Olga Kurylenko (Jacqui), Oscar Jaenada (il gitano), Jason Watkins (Rupert), Sergi Lopez (Il contadino), Rossy De Palma (sua moglie), Hovik Keuchkerian (Raul), Jordi Mollà (Alexei Mishkin). La fotografia – tutta in esterni in Spagna – è del fedele Nicola Pecorini che col regista è impegnato nel progetto da 15 anni; il montaggio da Lesley Walker e Teresa Font, e le musiche da Roque Baños.

Nelle sale dal 27 settembre distribuito da M2 Pictures