Terry Gilliam presenta il suo visionario e immortale “L’uomo che uccise Don Chisciotte” con Jonathan Pryce e Adam Driver

di José de Arcangelo

Terry Gilliam è riuscito, oltre 25 anni dopo, a portare sullo schermo la sua versione visionaria e contemporanea del classico dei classici, il capolavoro dello spagnolo Miguel de Cervantes in “L’uomo che uccise Don Chisciotte” con Jonathan Pryce (da “Brazil” a “I fratelli Grimm e l’incantevole strega”), la quarta volta col regista e Adam Driver (da “Hungry Hearts” a “La truffa dei Logan”). Sarà nelle sale italiane dal 27 settembre.

“Adam – esordisce il regista alla conferenza stampa – veramente l’ho incontrato in un pub a Londra ed era totalmente differente dal personaggio che avevo immaginato, ma è unico, un bravo attore e una persona ‘very good’ (15 anni fa quando erano iniziate le riprese e poi fermate, c’era Johnny Depp ndr.). Non avevo visto nessuno dei suoi film e telefilm precedenti, era un nuovo inizio perché Driver non sembra una star, non si muove neanche come un attore. Perciò ho scelto lui”.

“Jonathan, invece, voleva fare il film da 15 anni (“Don Chisciotte” era il rimpianto Jean Rochefort ndr.) e non l’avevo mai preso. E’ fantastico, si è divertito e ha aggiunto delle cose, è stato come una sorta di compendio di tutti i personaggi shakespeariani che ha interpretato durante la sua carriera”.

“Tutto il grande cinema è basato sulla fantasia – prosegue il sempre visionario ed entusiasta autore di “Le avventure del Barone di Munchausen” -, Don Chisciotte è il sognatore e Sancho Panza quello legato intensamente alla realtà, ci vogliono sempre entrambi i mondi. Negli “Avengers” (tirato in ballo da un giovane collega ndr.) invece si tratta sempre del mondo delle fantasie giovanili, affrontano solo l’aspetto fantastico. Forse sono solo realistici i film che non hanno molti soldi da spendere, perciò sono realistici e, spesso, addirittura banali”.

“Abbiamo girato sempre in esterni – aggiunge – e sebbene la storia è ancorata nella fantasia, il mondo reale si può sentire, odorare, toccare, tanto da avere la sensazione di avere i piedi per terra. Anche se questo fatto ha un po’ ha limitato le idee”.

“Più che limitare le idee – ribatte il direttore della fotografia Nicola Pecorini coinvolto nel progetto dall’inizio – ha limitato le possibilità. Quando non ci sono soldi né mezzi ci si deve adattare alla realtà, come fa Don Chisciotte che deve affrontare pericoli e ostacoli reali, così quando la scelta è minore è più facile scegliere”.

Raccontare la genesi del suo progetto sarebbe impossibile. Infatti, Gilliam chiede ironicamente: “Avete a disposizione trent’anni? La prima volta che ho letto il libro nel 1989, ho pensato che non sarebbe stato possibile farne un film perché è un’opera enorme, gigantesca, ricchissima. L’idea di partenza somigliava a “L’ultimo urrà” (di John Ford, dal libro di Edwin O’Connor ndr.), dove c’erano un vecchio, col suo giovane scudiero, che diceva ‘se avessi fatto questo, se avessi fatto quello’, e alla fine diceva ‘basta lamentarsi’ e finalmente decideva di fare qualcosa e moriva. Ma negli ultimi tre anni il cambiamento maggiore è stato quello di fare di Toby/Sancho Panza un regista che, dieci anni prima, aveva fatto un film su ‘Don Chisciotte’ e sul come la realizzazione di un film si ripercuote nelle persone che ne sono state coinvolte. E’ un po’ quello che era successo al protagonista del libro che aveva letto tante storie e avventure di cavalieri erranti che l’avevano fatto diventare pazzo. Anche i film possono provocare questo nella gente. E mi sono chiesto cosa possa essere capitato alle persone del villaggio? E il film diventava molto più interessante e, forse, sono rimaste le idee più originali”.

“L’aver scritto e riscritto il film tante volte – continua – è diventato un fatto mistico, tanto da pensare che si sia scritto da solo, soltanto che è uno scrittore molto lento. Prima aveva bisogno di molti soldi perché il protagonista, dopo aver ricevuto un colpo alla testa, si ritrovava nel XVII secolo di fronte al vero Don Chisciotte. Ora invece assomiglia di più a Frankenstein perché si tratta di un uomo di talento che tradisce il proprio talento e non si rende conto dell’effetto che hanno i film sulla gente. Molti di noi non accettano questa responsabilità e invece dovrebbero farlo. Ma i film sono importanti perché possono spingere le persone a comportarsi in modo corretto o incorretto che è molto più interessante”

“Toby è diventato Sancho Panza fin dall’inizio, l’opera è interessante perché l’ha lanciato in un’avventura dove scopre cose che non conosceva, per vedere se fallirà ancora. Io non sono riuscito, dovrò continuare, questa è la ragione per cui mi sono incaponito con l’idea del film, mentre tutte le persone ragionevoli mi dicevano di fermarmi. Io credo nelle cose irragionevoli. Don Chisciotte è molto pericoloso, ti avvicini così tanto da finire come lui, con la morte. Io ho fallito per poco (ha avuto un malore ndr.). Non ho un altro progetto del genere, la mia vita è vuota, ‘sono un morto vivente! (in italiano ndr.) “.

Sui Monty Python, l’inimitabile gruppo in cui ha iniziato la carriera, conclude, “Eravamo sei persone che si erano riunite e tra cui era nata un’alchimia irrepetibile. Anche oggi ci sono molte persone di talento in giro. Ci sono tante anche in Gran Bretagna, ma allora c’erano solo 3 canali televisivi. Oggi ci sono migliaia di persone che fanno comicità ma, secondo me, sono più timidi, perché allora non esisteva nemmeno il ‘politicamente corretto’, un gruppo così non potrebbe esistere. Ci sono più persone come Sancho, più rigide che preferiscono un mondo più tranquillo, altri più fantasiose, noi siamo entrambi, è la vita che ti porta a essere più fantasioso o più triste”.

“Io amo i miei sogni – chiude – e ne sono aggrappato, perché la vita può essere più ripetitiva. Onestamente Don Chisciotte non muore mai perché lo tramanda l’arte, l’ha fatto prima di noi e continuerà a vivere una nuova vita e con una nuova voce”.