C’è un messaggio in ogni racconto e poesia di Rosellina

di Ivana Musiani

  Alzi la mano chi non ha mai sognato di essere qualcuno o qualcosa che non è. Tuttavia, nella maggioranza dei casi, se il genio di una lampada miracolosa si offrisse di realizzare quei sogni sospirati, con ogni probabilità il sognatore si tirerebbe indietro ringraziando sentitamente.  Perché i veri sogni sono  quelli irrealizzabili, altrimenti non sarebbero più sogni. Immaginiamo che così si comporterebbe anche Rosellina Oddo dinanzi alla possibilità di diventare quello cui aspira, riportato dal titolo che campeggia sulla copertina della sua recente raccolta di racconti e poesie: Se fossi viale (Pioda Edizioni, p. 118, 14 euro). Così, perentoria, senza puntini di sospensione che ne rivelino la vaghezza del sogno, ed è  nell’ultima poesia della raccolta che l’autrice si spinge a rivelarne il motivo, che noi qui ci guardiamo bene dall’assecondare, perché sarebbe come spiattellare, in un libro giallo, che l’assassino è il maggiordomo.

  Non sempre però Rosellina Oddo sogna, anzi, lo fa soltanto nell’ultima pagina. Più spesso, come afferma nella prefazione, si serve di una lente “dalla quale osservare un piccolo mondo in movimento (…), scatti di vita quotidiana, personaggi di multiforme umanità”. Non c’è dubbio che in tutti i suoi racconti, come anche nelle poesie, l’autrice mantenga le premesse-promesse. Però poi si arriva ogni volta in fondo con la sensazione che non ti abbia detto tutto, limitandosi a porgerti un immaginario specchio che tu lettore dovrai attraversare, come Alice.

  Il posto, che dà inizio alla raccolta, è  abbastanza inquietante, con la gente che si cura di null’altro che la memoria dei tempi passati. La raccomandazione finale per chi  dovesse capitare da quelle parti è: fuggire, fuggire.

  E poi c’è Tutto bene, che a ben considerare è tutto l’opposto, ma non per la protagonista, che vive in una sorta di apatia morale che le illumina di riflessi positivi ogni accadimento. Si direbbe persino un caso clinico raccontato sotto metafora. C’entrerà qualcosa il fatto che l’autrice è anche psicologa e psicoterapeuta, e sarà anche per questa ragione che i suoi racconti sembrano non terminare con il punto, anche quando lo svolgimento, come dicevamo sopra, ha trovato una sua conclusione?

  Ci sono anche tre gatti, protagonisti di altrettanti racconti, che per ritrovare la libertà non esitano a lasciare i loro comodi alloggi. Ce n’è uno che trova in un cespuglio il luogo più adatto per schiacciare un pisolino. A rincasare, ci penserà. Dopo.

  Per ogni racconto un messaggio, specialmente quando scendono in campo le donne, anzi, le madri con il loro accecante carico d’amore, le loro decisioni errate per il bene dei figli, come la madre povera de La foto,  trasferisce uno dei figli dalla zia ricca, così avrà una stanza tutta per sé, ma lui ama la sua casa e i suoi fratelli, e odia la zia. In quello intitolato Rotaie, una madre e la sua bambina sono su un treno, e anche se il paesaggio non è  gran che, per la piccola ogni albero che le si para davanti in corsa è un scoperta, ma la madre la gela: “Ma che fai? Che guardi? Non c’è niente fuori”. L’autrice conclude così il suo racconto, lasciando ai lettori i commenti: “… il treno corre”.