“Sembra mio figlio”

di José de Arcangelo

L’ultima fatica di Costanza Quatriglio, reduce di una calorosa accoglienza del pubblico e della critica internazionale, all’ultimo Festival Internazionale del Film di Locarno approda nei cinema: “Sembra mio figlio”. Scritto con Doriana Leondeff e in collaborazione con Mohammad Jan Azad, dalla cui storia vera è tratto il documentario, anzi il docu-film. Una storia uguale e al tempo stesso diversa su profughi e rifugiati che la regista racconta con intensa ed emozionante partecipazione, in raro equilibrio fra realtà e finzione.

Fuggito alle persecuzioni in Afghanistan fin da ragazzino – perché appartenente al popolo Hazara, vittima di un vero e proprio genocidio da oltre un secolo –, Ismael (Basir Ahang) vive in Europa con il fratello Hassan (Dawood Yousefi). La madre, che non ha mai smesso di attendere notizie dei suoi figli, oggi non lo riconosce. Dopo diverse e inquietante telefonate, inclusa l’amicizia con la volontaria croata Nina (l’attrice Tihana Lazovic) – che ha vissuto l’esperienza della guerra nell’ex Jugoslavia -, Ismail andrà incontro al destino (tra Pakistan e Afghanistan) della sua famiglia facendo i conti con l’assurdità della guerra e con la storia del suo popolo.

L’autrice ha privilegiato il punto di vista di un uomo che è stato strappato dalla propria madre e dalla propria terra. Un racconto epico che nasce dall’enigma esistenziale del chi sei e dal come ti definisci. Il suo è un racconto vero, sincero e intenso, perché i protagonisti sono dei giovani hazara, in Italia da tempo, Ahang è poeta e giornalista, laureato in Storia e Letteratura Persiana; Yousefi, frequenta l’università per stranieri Dante Alighieri, nel corso di laurea di Mediatori per l’Intercultura e la Coesione sociale in Europa, ed è anche interprete, assistente culturale, fotografo, animatore, volontario e attivista per i diritti umani. Entrambi hanno rivissuto nel film, la loro tragica esperienza di perseguitati e rifugiati nell’Europa Occidentale.

Una storia toccante e coinvolgente che inizia come un thriller per svelarci pian piano il destino di un popolo, sconosciuto ai più perché in genere si parla di afgani ma non degli hazara, nonostante siano stati pressoché sterminati proprio quando, nel 2001, sono state distrutte le due gigantesche statue di Buddha. Il tutto raccontato senza retorica né paternalismo, perché è una storia che parte dal personale per diventare universale perché non riguarda solo i popoli perseguitati ma tutti noi.

“Andare alla radice del racconto di Ismael – scrive nelle note l’autrice de “L’isola”  e “Triangle” – e della madre mi ha permesso di conoscere il contesto in cui la storia precipita: il popolo Hazara è oggi forse l’etnia più perseguitata al mondo, anche se di questa gente mite, originariamente buddista e oggi perlopiù di fede sciita, pochi sanno e vogliono sapere; chi conosce le vicende de ‘Il cacciatore di aquiloni’, il best-seller di Khaled Hosseini, si ricorderà, forse,  che il piccolo protagonista, vittima di ogni forma di odio e violenza, è di etnia Hazara”.

Nelle sale italiane dal 20 settembre distribuito da Ascent Film