Cosa sarebbe l’opera lirica senza dottori e farmacisti?

Di Ivana Musiani

  Sempre travolti da passioni estreme, facilmente può passare inosservato che i protagonisti della lirica debbano anche lavorare per vivere. Eppure gli esempi non mancano, anzi, alcuni mestieri sono abbastanza inusuali, come quello del portatore d’acqua, che dà il titolo a un’opera di Cherubini. Verrebbe persino da affermare che tutti i mestieri hanno un loro  rappresentante, dal momento che vi si ritrovano carrettieri,  vinai, giornalisti, aviatori, notai, erboriste, sigaraie, fabbri, carcerieri, killer, sarte, filatrici, toreri, consoli e, grazie a Wagner, persino calzolai (I maestri cantori di Norimberga). Alcune categorie sono tra le più numerose, come osti, ostesse, barbieri, ma la più folta è senz’altro quella dei dottori, come veniamo informati dall’inesauribile elenco  compilato da Giulia Vanoni in un libro dal titolo, preso da un verso famoso del Barbiere di Siviglia di Rossini, che promette raffinate piacevolezze: A un dottor della mia sorte (edizioni Pendragon, p. 188, € 15).

  E  già sarebbe interessante e godibile  scorrere l’elenco delle presenze di questi rappresentanti della medicina, cui sono aggregati anche i farmacisti,  dal dottore dalla diagnostica che spacca il secondo della Traviata (“La crisi non le accorda che poche ore”), al medico carogna del Wozzeck di Berg, a quello in crisi per l’incombente vecchiaia (Faust di Gounod), se non fosse che ai molti titoli musicologici l’autrice,  ne affianca di altrettanti scientifici. Da questa unitaria sovrapposizione di vedute, ne discende la constatazione di come, “nel lungo percorso del melodramma, i medici riescono a configurarsi ben presto non come ‘tipi’, ma quali personaggi dotati di una precisa e sempre più complessa fisionomia, destinata ad assumere contorni accuratamente definiti soprattutto durante la grande stagione ottocentesca (…) L’atteggiamento di compositori e librettisti, pur facendo ricorso a un’ampia varietà di registri, sembra accomunato dalla costante attenzione verso un’arte medica concepita come cura della persona e non solo della malattia. Si traduce così in elogi e riconoscimenti della professione dei dottori quando adempiono alle proprie mansioni con scrupolo ed empatia verso il paziente, ma anche con giudizi inappellabilmente negativi quando i medici svolgono con incuria e cinismo il loro compito. E in quest’ultimo caso, spesso, il melodramma diventerà fonte di sferzanti attacchi satirici”.

  Tra tutti, esemplare è la macchietta del farmacista, misconosciuto eroe della professione, messo in ridicolo fin dal nome – Annibale Pistacchio – protagonista della deliziosa operina  Il campanello dello speziale, di Donizetti, anche autore del libretto. “Inventor delle pillole famose / contro l’asma, la tosse e il mal di mare” (che Giulia Vannoni identifica in un composto a base di altea), Pistacchio ha appena impalmato la fresca Serafina, ma un suo spasimante, ovviamente ricambiato, non si

  rassegna, e la notte di nozze non fa che attaccarsi al campanello per richiamare lo speziale ai suoi doveri. E infatti lo speziale non ha esitazioni: si butta giù  dal letto matrimoniale precipitandosi in bottega. Richiesto d’un rimedio per la raucedine causata  dagli appostamenti sotto il balcone dell’amata, la cura prescritta non è soltanto farmacologica:

Se volete il mio giudizio,
per levarvi d’imbarazzo,
per fuggire  il precipizio,
e dei venti l’imbarazzo;
o al momento la lasciate,
o al momento la sposate.
Tal rimedio gola e testa
risanare vi potrà!

  La ricetta per un’immaginaria moglie assai malata è il pretesto per la successiva scampanellata:

La povera Anastasia
per cui v’ho incomodato,
è tisica e diabetica,
è cieca e paralitica,
patisce d’emicrania,
ha l’asma e sette fistole,
spine ventose e sciatica,
tumore nell’occipite;
ha il mal della podagra,
che unito alla chiragria
penare assai le fa.

  Nel libretto di Così fan tutte, da Ponte si avvale di una pseudo scienza che allora era sulla bocca di tutti, il mesmerismo, dal nome del suo inventore, il tedesco Mesmer. Anzi, viene addirittura praticata alla fine del primo atto dalla cameriera Despina per resuscitare i due innamorati che si erano finti morti:

Questo è quel pezzo
Di calamita,
Pietra mesmerica
Ch’ebbe origine
Nell’Allemagna,
Che poi sì celebre
In Francia fu.

  E infatti una calamita gigante era ingrediente specifico della cura, ma ci voleva una musicologa-scienziata a farci notare quello che la sublime musica di Mozart riesce a farci dimenticare.