Dal Festival di Locarno alle sale italiane “Sembra mio figlio” di Costanza Quatriglio che racconta una storia e un popolo che non tutti conoscono

di José de Arcangelo

Accolto con entusiasmo al Festival di Locarno arriva nelle sale italiane, dal 20 settembre, “Sembra mio figlio” di Costanza Quatriglio, scritto dall’autrice con Doriana Leondeff in collaborazione con Mohammad Jan Azad. Una storia uguale e al tempo stesso diversa sui profughi e immigrati clandestini e non. Sfuggito alle persecuzioni in Afghanistan – perché appartenente al popolo Hazara, vittima di un vero e proprio genocidio fin dall’800 – da quando era ancora bambino, Ismael (Basir Ahang) vive in Europa con il fratello Hassan (Dawood Yousefi). La madre, che non ha mai smesso di attendere notizie dei suoi figli, oggi non lo riconosce. Dopo diverse e inquietante telefonate, Ismail andrà incontro al destino della sua famiglia facendo i conti con l’insensatezza della guerra e con la storia del suo popolo.

“Tutto è cominciato dall’incontro per il documentario ‘Il mondo addosso’ (2006) – confessa Jan Azad che ha conosciuto allora la Quatriglio – e le ho raccontato la mia storia”.

“Non sapeva nulla della sua famiglia – ribatte la regista – e anni dopo ha ritrovato la madre. Mi raccontava e raccontava la sua storia e così è nata l’idea di farne un film. Volevo trovare una chiave che fosse naturale, il punto di vista di un uomo che è stato strappato dalla propria madre e dalla propria terra. Un racconto possibile dalla struttura gigantesca, il punto finale è la chiave dei grandi racconti classici, dall’archetipo epico, e nasce da chi sei, come ti senti e ti definisci”.

“Il film apre tantissime domande – prosegue – ma non imbocca risposta, ma è l’unico modo di raccontare tutte le storie possibili sulle tante madri possibili. La vicenda umana e personale che, per fortuna prende una strada di certezza e armonia, di cui ogni ragazzo afghano che incontravo mi diceva ‘è anche la mia storia’. La scena del funerale, nella fossa comune, del lutto, rappresenta quelle di tutti i rifugiati dalle guerre e in cui tutti quelli che hanno partecipato avevano perduto i loro cari in attacchi e attentati”.

“All’inizio è stato difficile rivivere di colpo quello che avevo vissuto – confessa il poeta e giornalista Basir Ahang, il protagonista -, ma ho cercato di immaginare quello che io stavo vivendo dentro di me, e non è stato più difficile”.

“Mia madre non la vedo da oltre 15 anni – ribatte Dawood Yousefi, in Italia dal 2006, in perfetto italiano – nel ruolo del fratello – questo è un racconto vero che potrebbe essere la mia storia e dietro c’è tanto lavoro e un’emozione molto forte perché ci sono momenti che ho vissuto. E quello che mi ha più colpito è che tratta di un genocidio che colpisce una minoranza e va avanti da oltre cent’anni. Spero che serva a far cambiare le cose, perché tutti hanno diritto di vivere. Essere Hazara non è un crimine (come è considerato in Afghanistan e Pakistan ndr.) e non me ne vergogno. E non riesco più a piangere da quando avevo 10 anni”.

“Spero cambi la situazione di un popolo perseguitato da secoli – aggiunge Ahang -, ignorato dai media e dalla politica internazionale. E non viene rispettata, anzi viene nascosta, la convenzione internazionale sul diretto all’identità di un popolo. Ho conosciuto Costanza durante un casting a Milano, ed è stato come un sogno entrare in una storia che era anche la nostra, da dieci anni non vedevo mia madre; è stato come una rinascita, anche se non per dimenticare del tutto il passato, ma poter avere un po’ di felicità”.

“Un figlio si rivolge alla madre creduta morta fino a quel momento – scrive nelle note Quatriglio -, ma lei non lo riconosce. Da quell’istante una forza misteriosa lo porta alla ricerca del modo per ricongiunsi a lei. Il corpo di Ismail, la mitezza del suo viso, la sua voce sospesa tra gli angoli più angusti dell’Europa, ci conducono in un altrove che ci appartiene molto di più di quanto siamo disposti a immaginare: dall’evocazione di posti lontani nel tempo e nello spazio a una concretezza fatta di carne e sangue, il film viaggia alla ricerca di risposte che non esistono; ad esistere è la possibilità per Ismail, di prendersi la parola, quella parola negata perché nessuno, fino a quel momento, l’ha ascoltata. Nella lingua madre riconosciamo la lingua del mondo, della pietà antica che non ha patria né paese né confini né frontiere”.

“Quando ho letto la sceneggiatura – dichiara l’attrice croata Tihana Lazovic, nel ruolo di Nina che cura l’accoglienza dei migranti – ho pensato sarebbe stato un incubo recitare in una lingua che non è la mia, dopo l’audizione a Roma ho capito che era un suolo straordinario perché si trattava di recitare le emozioni, all’inizio Nina è coperta e pian piano fa vedere se stessa in modo molto sottile. Non è stato difficile identificarsi nel vissuto dei personaggi perché nell’ex Jugoslavia anch’io ho vissuto l’esperienza della guerra e della disgregazione familiare”.

“Quando Costanza ci ha proposto il film qualche anno fa – afferma Matteo Rovere, produttore con Andrea Paris – sapevamo che non sarebbe stato facile trovare un budget adatto, ma dopo l’intervento di Eurimages è nata una coproduzione che sfuggiva alle mode, non disdegnava gli argomenti scomodi né le storie considerate non ‘commerciali’. Poi a Locarno mi hanno colpito le calorose reazioni segno che il film affronta una storia di casa nostra e al tempo stesso universale”.

“E per la prima volta abbiamo avuto anche un co-produttore iraniano – ribatte Paris -, era dal 1976, con ‘Il deserto dei tartari’, che non si girava un film italiano in Iran (per ovvie ragioni era impossibile farlo in Pakistan ndr.), perché ogni volta hanno da ridere, tanto che dopo lunghe attese era stato accettato un documentario inglese, addirittura dopo tre anni. Stavolta per noi il permesso è arrivato prima del previsto”.

Prima dell’uscita nelle sale il 20 settembre ci saranno tre anteprime a Milano (il 17), a Palermo (il 18) e a Roma (il 19).

NOTA SUL POPOLO HAZARA

Il popolo Hazara conta oggi quasi otto milioni di persone. Gli Hazara sono vittime di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità sia in Afghanistan che in Pakistan, dove la comunità è ciclicamente colpita da attacchi di gruppi terroristici sunniti. Originariamente buddisti, gli Hazara vivono perlopiù nelle zone centrali dell’Afghanistan dove le due enormi statue di Buddha, simbolo della loro storia e cultura, sono state distrutte dai Talebani nel marzo 2001. A causa dei tratti somatici mongoli, si dice discendano dall’armata di Gengis Khan che invase l’Afghanistan nel tredicesimo secolo; alcuni storici, al contrario, sostengono che gli Hazara siano il popolo autoctono dell’Afghanistan. Il primo tentativo di genocidio risale al 1890, ad opera del re dell’Afghanistan Abdul Rahman Khan che riuscì a sterminare il 62% della popolazione. Un secolo dopo, a partire dalla fine degli anni Novanta, i talebani hanno dato il via a una serie interminabili di violenze. Solo nei primi cinque mesi del 2018, nelle aree abitate dagli Hazara, quasi mille persone sono state uccise in attacchi suicidi e attentati.