Sulla mia pelle – Gli ultimi sette giorni di Stefano Cucchi

di José de Arcangelo

Presentato in apertura e in concorso nella sezione Orizzonti – nell’ambito della 75.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia -, e prodotto da Netflix, con Cinemaundici e Lucky Red, il film di Alessio Cremonini, con un sorprendente e credibile Alessandro Borghi (come i colleghi americani ha perso circa 18 chili), “Sulla mia pelle” ovvero ‘Gli ultimi sette giorni di Stefano Cucchi’, arriva anche nelle sale.

Un potente e solido dramma che ricostruisce un episodio terribilmente assurdo della recente storia italiana, tra ingiustizia e privazione della libertà, negazione dei diritti umani e indifferenza, menefreghismo e irresponsabilità delle forze dell’ordine e delle istituzioni, dei funzionari e dei medici e assistenti sanitari, delle autorità e delle persone. Il tutto raccontato in modo sobrio e lucido, senza retorica, senza emettere giudizi, ma ricostruendo minuziosamente una settimana oscura in cui perse la vita un giovane, vittima del pregiudizio e dell’abuso di potere.

“Quando Stefano Cucchi muore nelle prime ore del 22 ottobre 2009 – ricorda Cremonini, già sceneggiatore e co-regista tivù  e autore di “Border” -, è il decesso in carcere numero 148. Al 31 dicembre dello stesso anno, la cifra raggiungerà l’incredibile quota di 176; in due mesi trenta morti in più”.

“Nei sette giorni che vanno dall’arresto alla morte – prosegue -, Stefano Cucchi viene a contatto con 140 persone fra carabinieri, giudici, agenti di polizia penitenziaria, medici, infermieri e in pochi, pochissimi, hanno intuito il dramma che stava vivendo. E’ la potenza di queste cifre, il totale dei morti in carcere e quello del personale incontrato da Stefano durante la detenzione che mi ha spinto a raccontare la sua storia: sono numeri che fanno impressione, perché quei numeri sono persone”.

Un quadro duro e toccante che ci spinge a riflettere sulla reazione di tutti (e di ognuno di noi), tanto di quelli del personale delle forze dell’ordine quanto dei rappresentanti degli organi di stato, e persino dei familiari (il padre si fida ciecamente della legge, la sorella all’inizio pensa ingenuamente a una ricaduta nella droga del fratello, ma poi instaurerà una battaglia per far venire a galla la verità), e soprattutto del silenzio intorno all’intera vicenda. E quello che più sorprende che non sia stato permesso ai genitori di vedere il figlio prima in carcere, poi ospedale, persino nell’obitorio.

“Di tutte le parole che negli anni sono state spese sul suo caso – conclude il regista – queste sono per me, le più illuminanti: ‘Non è accettabile, da un punto di vista sociale e civile prima ancora che giuridico, che una persona muoia non per cause naturali mentre è affidata alla responsabilità degli organi dello stato (Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica di Roma)”.

Nel cast Max Tortora (Giovanni Cucchi, il padre), dopo “La terra dell’abbastanza” ancora in un ruolo drammatico; Jasmine Trinca (Ilaria Cucchi, la sorella), Milvia Marigliano (Rita Cucchi, la madre).

Nelle sale italiane e su Netflix dal 12 settembre 2018