Fiorentina e il finlandese

Prima parte: IL FINLANDESE

  Ero l’albero più alto d’una foresta finlandese di cui non si vedeva la fine, e non fu certo per ricavare fiammiferi che mi tagliarono. Dopo avermi privato dei rami e della corteccia, mi adagiarono su tre carri merci, per quanto misuravo in lunghezza. Viaggiai per molti giorni e molte notti, chiedendomi quale sarebbe stata la mia destinazione. Finalmente, fui scaricato su un ampio spiazzo circolare, poco fuori d’una graziosa cittadina di provincia. Dopo che molti uomini riuscirono, non senza fatica, a issarmi al centro dello spiazzo, fui ricoperto con un telone a strisce gialle e rosse: ero diventato il palo di sostegno di un circo.

  Questa graziosa cittadina non fu la mia destinazione definitiva perché, come certo saprete, i circhi si spostano in continuazione, ma nei giri del mio non era compresa la Finlandia: troppo lontana, purtroppo. Così, ho dimenticato la lingua nativa ma, in compenso, sono diventato poliglotta: parlo correntemente il francese, l’inglese, il tedesco, e anche un poco l’italiano.

 Voi direte: beato lui, non fa che viaggiare, vede gente, e la sera si gode gratis lo spettacolo.

  Non invidiatemi: i trasferimenti sono scomodissimi, anche perché il padrone del circo, uno spilorcio della peggiore specie, mi costringe a spenzolare nel vuoto in quanto, per il mio trasporto, acquista un biglietto valido per un solo carro merci anziché tre. E le recite, che monotonia! Gli acrobati fanno sempre gli stessi esercizi, gli scherzi dei clown li conosco tutti a memoria e inoltre ho il mio bel da fare per tenermi in equilibrio quando gli elefanti mi si appoggiano addosso. Ho nostalgia della foresta, del vento, degli uccelli che nidificavano tra i miei rami.

  Mi compiangete? Non fatelo, non sono stato del tutto sincero. C’è qui nel circo una fanciulla deliziosa, per la quale valeva davvero la pena di venire tagliato e scorticato per diventare un nudo palo di circo. Si chiama Fiorentina, è la cavallerizza del circo. Sapeste con quale grazia cavalca, tutta sorridente e vestita di rosa: non mi stanco mai di guardarla. Trattengo il respiro ogni volta che si mette in punta di piedi sulla sella, ma non c’è pericolo che cada, è troppo brava.

  Io l’amavo, ma non sapevo come attirare la sua attenzione.

  Le nostre peregrinazioni ci avevano riportati nella cittadina dove aveva avuto inizio la mia carriera di palo del circo, e dove avevo visto per la prima volta Fiorentina, il che mi sembrò di buon auspicio. E, infatti, una sera dopo lo spettacolo lei mi venne vicino. Il pubblico era ormai tutto sfollato, la pista era sgombra: quale occasione per dichiararmi!

  Purtroppo, Fiorentina non era sola: la seguiva il domatore del circo, impettito come al solito nella sua divisa di panno rosso con gli alamari d’oro e la lunga frusta in mano. E, come la raggiunse, sapete cosa fece? La baciò, senza neanche posare la frusta.

  Ero sicuro che Fiorentina avrebbe schiaffeggiato quel tanghero baffuto, sedicente ungherese, capace solo d’incutere paura a un leone cieco e a una tigre sdentata. Invece lei ricambiò il suo bacio. Allora il domatore tirò fuori un coltellaccio che teneva sempre in tasca – anche per quest’abitudine il giovanotto non mi piaceva – e con esso incise sul mio fusto un cuore con dentro le loro iniziali. Fiorentina ne fu così estasiata, che prima baciò lui e poi baciò me.

  Oh, da quali ineffabili sensazioni fui pervaso, dopo quel bacio! Era come un gran rimescolio che mi correva per tutte le fibre, era un senso di vertigine che non avevo provato neanche quando mi avevano abbattuto sul suolo ghiacciato della foresta finlandese, era un prurito strano, specie là dove il domatore aveva praticato l’incisione. E proprio da quel cuore intagliato, per l’emozione incontenibile, cominciai a gettare una profusione di ramoscelli che diventavano subito robusti rami, e decine e decine di gemme che in un momento erano già foglie, mentre in basso una spinta irresistibile mi portava ad affondare nella terra lunghissime radici.

 Non ero più un palo, ero ridiventato albero.

  Il padrone del circo ero furibondo perché non ero più in grado di sostenere il suo tendone. Voleva tagliare con l’accetta i rami spuntati e piallarmi la corteccia, ma Fiorentina corse a chiamare gli ambientalisti e fui salvo. Il circo però fu costretto a trasferirsi perché ormai tutto lo spiazzo l’occupavo io con le mie fronde, ma prima della partenza fu celebrato, proprio ai miei piedi, il matrimonio tra Fiorentina e il domatore. Le mie pene d’amore erano state a tal punto cancellate dalla felicità d’aver ripreso il mio antico aspetto, che accettai con sincero piacere l’offerta di Fiorentina di farle da testimone.

  Credetemi, ora sono completamente felice, e anche un tantino superbo. Giornalisti e scienziati arrivano da tutte le parti del mondo per scrivere articoli e trattati sulla miracolosa vicenda che mi ha visto protagonista, i miei folti rami ospitano numerose famiglie d’uccelli e d’estate regalano l’ombra agli abitanti della cittadina che oramai è diventata anche la mia. Del circo non sento nostalgia, ma ogni tanto penso a Fiorentina. Sarà felice?

Seconda parte: FIORENTINA

  Giorni fa stavo dando la pappa al mio quinto bambino, quando mi sembrò che qualcuno facesse il mio nome: “Fiorentina… Fiorentina”. Fiorentina sono io. La voce chiamava da fuori. Mi affacciai alla finestra e mi accorsi che era il vento, che ripeteva come un’eco: “Fiorentina… Fiorentina… sarà felice Fiorentina?”.

  “Certo, che sono felice”, strillai indispettita al vento: “Mio marito, il domatore, non mi fa mancare niente. Anzi, ora è anche il proprietario del circo, e io ne sono sempre l’attrazione principale, quando mi presento in pista nel mio bel costume rosa da cavallerizza, seguita dai miei cinque bambini, tutti vestiti di celeste, in sella a cinque cavallini pony”.

  Ma il vento non si stancava di rinnovare in continuazione i suoi dubbi sulla mia felicità. Una gran seccatura, anche perché tutti in città avevano ascoltato il vento e ad ogni spettacolo il pubblico mi chiedeva in coro a gran voce: “Fiorentina, sei felice?”.

  Alla fine, non potendone più, decisi di seguire la voce del vento per scoprirne la provenienza. Dopo alcune ore di cammino, arrivai a uno spiazzo che mi sembrò vagamente familiare. Al centro si ergeva un grande albero carico di rami, il cui frenetico agitarsi provocava l’incessante domanda che tanto mi aveva indispettita quando il vento me l’aveva portata fin dentro casa. Io, quell’albero lo avevo conosciuto quando era il palo di sostegno del nostro circo, ma nonostante il tempo trascorso e il nuovo aspetto, qualcosa aveva conservato della vecchia fisionomia.

  Lo interpellai rudemente: “Senti un po’, Finlandese – ai tempi del circo lo chiamavamo così perché diceva d’esser nato in Finlandia – perché disturbi il vento con i tuoi dubbi sulla mia felicità?”.

  Da come dibatteva i suoi rami, capivo che il Finlandese era molto confuso. Voleva parlare, ma riusciva solo a balbettare: “Cara Fiorentina, come sono contento di rivederti. Il fatto è che … insomma, ecco… quel domatore, con i suoi baffi finti e quel coltellaccio che teneva sempre in tasca… Ero preoccupato per te, perché ti sono affezionato, anzi…”.

  Lo interruppi infuriata: “I baffi di mio marito sono autentici, e ricordati che con quel suo coltellaccio ti ha aiutato a ridiventare albero”.

  “No, no, è stato il tuo bacio”, protestò il Finlandese.

  “Dì la verità, sei ancora geloso di lui. E allora, sappi che è un ottimo marito e padre, che ha fatto carriera ed è diventato il padrone del circo. Abbiamo cinque bei bambini, che quando faccio i miei esercizi in pista cavalcano dietro di me, tutti vestiti di celeste, su cinque cavallini pony”.

  Il Finlandese si lasciò convincere dalle mie spiegazioni, e non faceva che ripetere: “ Che bello, che bello! Oh, come sono contento che tu sia felice!”.

  La rabbia mi era passata, ed ero un po’ pentita d’aver strapazzato il mio vecchio ammiratore. Parlammo ancora un poco dei tempi passati e ci lasciammo con molta tenerezza.

  Credete che le mie seccature siano finite? Neanche un po’. Nelle giornate di vento sono costretta a tenere le finestre chiuse per non sentire la sua eco che ripete all’infinito: “Fiorentina, come sono felice che tu sia felice!”. E’ un tormento entrare ogni sera in pista, con gli spettatori che commentano in coro a gran voce: “Come siamo felici, Fiorentina, che tu sia felice!”.

  Però, debbo riconoscere, è la verità.

Parte terza: CELESTINO

  E’ bello esser figli di artisti di circo. Mio padre, che una volta faceva il domatore, adesso ne è il proprietario. La mamma, che si chiama Fiorentina, continua a fare la cavallerizza: e guai se smettesse, perché il pubblico viene quasi esclusivamente per lei. Sapeste con quanta grazia, al termine dei suoi esercizi, fa il giro della pista in piedi sulla sella, nel suo bel costume rosa. Da quando ci siamo anche noi, i miei quattro fratellini e io, che le cavalchiamo dietro su cinque cavallini pony, il numero della mamma piace ancora di più.

  E’ bello stare sotto i riflettori, fa piacere sentirsi ammirati e ricevere gli applausi del pubblico, però ci sono anche gli inconvenienti. A scuola, spesso mi addormento sul banco perché la sera prima ho lavorato sino a tardi e i compagni che mi hanno visto al circo mi chiamano Celestino, per il colore del costume che indosso nello spettacolo. Il mio nome però è Giacomo.

  L’altro giorno ho sorpreso mamma e papà che parlottavano a proposito del palo di sostegno del tendone. I tarli se lo sono mezzo mangiato, e occorre sostituirlo prima che ci caschi in testa.
“Mettiamone uno di ferro, così non avremo più problemi”, propose la mamma.
Il babbo le obbiettò: “Sarebbe la soluzione più pratica, ma stonerebbe con lo stile vecchiotto del nostro circo”
“Sì, ma…”.
“Quando la smetterai di vedere il Finlandese in ogni palo?”, sbuffò il babbo.
“Ma cosa vai dicendo”, protestò offesa la mamma.

  Dovete sapere che la mamma ha avuto una storia interessantissima, che tutti conoscono e noi bambini sappiamo a memoria, con un albero di provenienza finlandese, che per un certo periodo fu il palo di sostegno del nostro circo, ma poi tornò a essere albero per amore della mamma.

  Quando arrivò il nuovo palo, levigatissimo come l’aveva ordinato il babbo, e ancora odoroso di legno, la mamma non faceva che guardarlo,  toccarlo, e continuare a ripetere: “No, non può essere. Eppure…”.
“Fiorentina”, le disse il babbo, “cerca di non pensare sempre al Finlandese”.
“Hai ragione”, ammise la mamma, “la mia dev’essere una fissazione. Pensa, mi pareva proprio lui”.

  Mamma e papà se ne andarono, ma io non li seguii, perché da qualche tempo mi allenavo di nascosto per diventare trapezista. Che scossone provai quando, a metà arrampicata del nuovo palo, percepii una sorta di rantolo profondo, un gorgoglio indistinto, però vicinissimo a me. Per poco non persi l’equilibrio, ma mi ripresi subito: i figli del circo non conoscono la paura. Guardai da tutte le parti, ma non vidi nessuno. Allora appoggiai l’orecchio al palo e, non senza difficoltà, riuscii a decifrare quei suoni strani che mi avevano impaurito: “Fiorentina… Fiorentina!”, dicevano, “Aiuto… aiuto…”.

Era davvero il Finlandese!
“Coraggio”, gli sussurrai. “Corro subito a chiamare la mamma”.

Lei accorse, emozionatissima: “Finlandese, sei proprio tu?”.
“Sì, purtroppo”, piangeva il palo.
“Che cosa ti è successo?”.
“Mi hanno tagliato di nuovo”, singhiozzò.
“Non sei contento di ritrovarti ancora una volta con me?”.
“No, mi piaceva di più quando ero un albero”.
“Vuoi che tentiamo col vecchio sistema?”, propose la mamma: “Io ti do un bacio, tu ti emozioni e ributti radici e rami”.
“Fiorentina”, si scusò il Finlandese, “non ho più l’età, non credo che funzionerebbe”.
“E allora, è inutile riprovarci”, ribatté la mamma, e se ne andò:

 Povero palo, che pena mi faceva. Corsi ad abbracciarlo, dicendogli: “Finlandese, sono Giacomo, il figlio più grande di Fiorentina, ma se ti fa piacere puoi chiamarmi Celestino. So tutto di te. Ora ti faccio conoscere i miei quattro fratellini”.

  Quando loro arrivarono, unimmo le nostre mani e facemmo un allegro girotondo intorno al Finlandese. Poi, sempre con l’intenzione di fargli dimenticare le sue disgrazie, lo decorammo da cima a fondo con i nostri pennarelli colorati. Ora il palo non piangeva più, anzi, non la smetteva di ridere per il solletico che gli facevamo. A forza di dipingerlo, lo solleticammo a tal punto che cominciò a buttare rami e foglie in tutte le direzioni, e il terreno intorno a lui si sollevò per l’irrompere di robuste radici.

  Per poco il Finlandese non impazzì di gioia: “Sono di nuovo un albero, non sono più un palo”, urlava a squarciagola. Lo sentirono anche mamma e papà, che corsero trafelati a constatare il  miracolo.

  Te l’avevo detto”, commentò la mamma rivolgendosi al babbo, “che era meglio prendere un palo di ferro”.
Il babbo le rispose: “Corro subito a ordinarlo”.

Parte quarta: GIACOMO

  L’altra sera il babbo, che ha il brutto vizio di leggere il giornale a tavola, esclamò: “Sentite cosa dice la cronaca: dice che il sindaco ha promesso alla cittadinanza l’albero di Natale più alto del mondo”. Gli fecero eco un urlo e uno schianto: era stata la mamma a urlare, e anche a far cadere la zuppiera. Pallida da far paura, balbettava tra i singhiozzi: “Oddio, lo sento, il Finlandese è in pericolo. Conoscete forse un albero più alto di lui?”.

  Dovete sapere che la nostra famiglia è legata all’avventurosa esistenza di un albero nato in Finlandia, che fu il palo di sostegno del circo nel quale la mamma (che faceva la cavallerizza), e papà – a quei tempi domatore – si conobbero. Per ben due volte il Finlandese, benché ridotto a palo, era riuscito a ributtare rami e foglie, tornando a essere albero.

  Senza neanche darci il tempo di finire di mangiare, la mamma obbligò papà e noi cinque ragazzi a saltare in macchina per correre sul luogo dove il nostro amico, per la seconda volta, era riuscito ad affondare le radici sul terreno. Quando arrivammo al grande spiazzo dominato dal Finlandese, lo vedemmo affollato da una moltitudine di uomini armati di seghe elettriche: eravamo giunti appena in tempo.

  Il babbo scese dalla vettura impugnando la sua vecchia frusta di domatore, che teneva sempre sotto il sedile in caso di contestazioni stradali, e la roteò minacciosamente, come quando entrava nella gabbia dei leoni. Noi ragazzi ci attaccammo ai polpacci dei taglialegna, mordendoli ferocemente. Come se la diedero a gambe, intanto che la mamma prestava i primi soccorsi al Finlandese.

  Passammo il resto della notte facendo girotondo intorno all’albero, un po’ per impedire che tornassero gli uomini con le seghe, ma anche per scaldarci. Il giorno dopo ci organizzammo con sacchi a pelo, panini e thermos, e lì trascorremmo il Natale, con i regali ai piedi del Finlandese. Anche se non mancò il panettone avrei preferito trovarmi nella calda e confortevole roulotte del circo. Ce ne andammo per l’Epifania, quando per il Finlandese l pericolo era completamente scongiurato.

  Per cinque anni le nostre feste le passammo così, facendo la guardia al Finlandese. Io ero diventato grande, oramai avevo l’età delle discoteche e delle ragazze: invece no, sempre intorno al Finlandese, tanto che avevo quasi finito per odiarlo. Infatti, per ragioni di sicurezza, ogni anno anticipavamo il nostro arrivo. Ma non servì a niente: arrivando una vigilia di Ferragosto, non trovammo più il Finlandese. Lo avevano tagliato, questa volta, per usarlo non come albero di Natale, ma come legno pregiato per mobili.

  Che brutto colpo fu per la mamma! Per poco non impazzì. E come ci metteva in imbarazzo. Quando andavamo in visita, se le offrivano una sedia che non fosse d’antiquariato, lei rimaneva in piedi. In casa, era vietato persino introdurre stuzzicadenti, nel timore che provenissero dal defunto Finlandese.

  Mi dispiace per la mamma, ma com’è migliorata la mia esistenza! Per esempio, in questo momento sono al mare e sto facendo il surf. E’ l’ultima quindicina d’agosto: gli altri anni, di questi tempi, eravamo già a fare la guardia al Finlandese, bivaccando e dividendoci i turni di notte. Ora posso abbandonarmi al piacere di farmi trasportare dalle onde bianche e spumose, su e giù, ascoltando distrattamente le urla dei gabbiani, il soffio del vento, la voce… Oddio, questa voce non è quella del mare, io la conosco, l’ho già ascoltata! Per essere esatti, è un gemito straziante, un gorgoglio indistinto… e proviene dal mio surf! Ora riesco a comprenderla, sta articolando faticosamente al mio indirizzo: “Giacomo, carissimo… sono io, il Finlandese! O, per meglio dire, solo una piccola parte di lui… Per favore, riportami a riva e corri a chiamare la mamma, il babbo e i fratellini: ho tenuto sotto controllo tutti i pezzi in cui sono stato smembrato, vi dirò come fare per recuperarli e…”.

Ma il Finlandese ormai parlava solo alle onde. Io mi ero tuffato e nuotavo più veloce che potevo verso la riva.

Mamma Oca