Riflessioni estive su “Se questo è un uomo” di Primo Levi

di Gladis Alicia Pereyra

  Il mio approccio all’opera di Primo Levi fu deludente. Nel 1978 lessi “La chiave a stella” appena uscito per Einaudi e non mi entusiasmò, così il mio interesse per conoscere il resto dell’opera dello scrittore venne meno. Qualche mese fa, curiosando tra i tavoli di LaFeltrinelli, sono stata attirata dalla copertina di una recente riedizione di “La tregua”, edita sempre da Einaudi, e ho comprato il libro. La lettura mi riservava una sorpresa, il romanzo era ben diverso da come, non senza una dose di pregiudizio, mi aspettavo ed è riuscito a catturarmi fin dalle prime pagine. Ho deciso allora di spolverare “Se questo è un uomo” che era uscito anni prima per la Biblioteca di Repubblica. Lo avevo preso perché si vendeva con il giornale e d’allora sostava dimenticato su uno scafale della libreria.

 Non è mia intenzione soffermarmi sull’orrore che percorre l’intera narrazione. Orrore svelato in tutta la sua terribile realtà da una prosa essenziale, asciutta, a volte quasi cronachista, che non indugia mai sul patetico o sul particolare violento. Nella prefazione lo stesso Levi avverte “questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto ormai noto (…) potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano”

  Non voglio neanche soffermarmi su quell’aspetto del nostro animo, spesso chiamato inumano: la crudeltà gratuita che perseguita fini diversi dalla sopravivenza di chi l’esercita. Il sopraffare un individuo, annientandolo fino a togliergli ogni capacità di reazione, senza tuttavia ucciderlo, per poi utilizzarlo alla stregua di una bestia da soma e come tale inviarlo al macello quando fatica e stenti lo rendono inutilizzabile, è un comportamento che non si trova in nessun’altra specie del regno animale, peraltro all’occorrenza assai violento e crudele. Allora viene da domandarsi: perché chiamare inumana questa forma di violenza se solo a noi appartiene?

  Sulla vita nei lager nazisti si è parlato tanto, è indispensabile che si continui a parlare, a scrivere, che si tramandi la memoria dell’orrore alle nuove generazioni perché, attraverso quel tragico esempio, prendano coscienza di fino a quali abissi la parte più buia della natura umana si può spingere, sostenuta da deliranti ideologie fondate sull’odio. Oggi sembra che certe cose accadano unicamente fuori della civile Europa ma in un ieri, neanche tanto lontano, accadevano qui da noi e solo mantenendone vivo il ricordo saremo in grado di riconoscere e fermare ogni rigurgito di quelle, mai del tutto superate, ideologie. Per questo credo che sia una buona idea leggere o rileggere “Se questo è un uomo” e “La tregua” di Primo Levi.

  Nel racconto delle insostenibili condizioni di vita nel lager, mi ha colpito particolarmente la capacità degli individui di adattarsi, anche quando sopravvivere diventa una scommessa e per vincerla occorre avere la forza fisica e psichica di resistere, giorno dopo giorno, in una perenne sfida con la morte. Individui che non hanno più un nome ma un numero inciso sulla pelle, sottoposti a ogni sorta di vessazione e di arbitraria violenza e, tuttavia, capaci di organizzarsi e di riprodurre nell’abbietto microcosmo in cui sono costretti a convivere, una parvenza del civile macrocosmo da cui sono stati strappati. Mettere un qualche ordine nel caos è un compito impervio portato avanti dagli internati spontaneamente, per puro istinto di conservazione. Vista da fuori questa precaria organizzazione può apparire come un disperato tentativo destinato al fallimento e, invece, è il modo più efficace per resistere, nonostante nessuno s’illuda di uscire vivo dalla prigionia; in agguato ci sono sempre il deperimento fisico per mancanza di cibo, il freddo, la fatica eccessiva, le malattie e le selezioni che aprono ai più deboli le porte della camera a gas. Perciò la solidarietà è funzionale allo scopo di sopravvivere, l’altruismo quasi inesistente, le amicizie rare.

  Assuefatti alla sofferenza e tallonati dalla morte, i più si rinchiudono nell’indifferenza come in un guscio protettivo, unico modo di superare le terribili prove quotidiane. Se la giornata è dura e lenta da passare, la notte non concede la tregua sperata. Difficile conciliare il sonno in una cuccetta larga settanta centimetri da dividere con un altro, che magari russa o si prende troppo spazio e bisogna contrattaccare per non finire sull’orlo del giaciglio con metà del corpo fuori. Neanche quando il sonno finalmente arriva si trova riposo, in agguato c’è l’inganno del sogno che li riporta a casa tra le persone amate, facendo al risveglio più amara la solitudine. E quando prima dell’alba suona la campana, conviene essere subito svegli e pronti, perché se non si è abbastanza svelti nell’alzarsi e rifare il letto e passare grasso alle scarpe e spazzolare il fango dei vestiti, per poi precipitarsi a lavarsi con l’acqua gelata, si corre il rischio di non arrivare in tempo alla fila per ricevere la magra razione di pane nero che dovrà bastare fino all’ora della zuppa.

  Così, pungolati dalla fame e tremando sotto abiti logori e troppo leggeri per affrontare il rigido inverno polacco si avviano, accompagnati dal suono della banda, a lavorare alla Buna, la fabbrica di gomma sintetica di proprietà della famigerata IG Faben; per questo il campo si chiama Buna e, come viene spiegato ai nuovi arrivati, è un campo di lavoro. Che i tedeschi avessero bisogno di manovalanza non retribuita, ha garantito a loro una temporanea salvezza, altrimenti non sarebbero a Monowitz in questo campo, ma avrebbero percorso la strada che porta ad Auschwitz – Birkenau e al Camino, tragico eufemismo che sta per crematorio, insieme alle donne, ai bambini, agli anziani e a tutti gli altri non idonei al lavoro, con cui avevano diviso le traversie del viaggio. Sono stati fortunati.

  Vivono in un presente dilatato, il futuro è il giorno dopo e bisogna arrivarci, il passato è meglio dimenticarlo perché il ricordo fa troppo male. In condizioni del genere le preoccupazioni principali sono due: la prima è avere più cibo per saziare la fame e mantenersi forti abbastanza da evitare la selezione e la seconda è ottenere altri abiti che li tengano caldi. E’ necessario arrangiarsi, il che vuol dire procurarsi il necessario con lo scambio. E’ così prende piede un rudimentale e molto attivo commercio che si svolge in un vero mercato chiamato la Borsa, situato nell’angolo nord-est del campo, scelto perché opposto alle baracche delle SS. Le transazioni, che si tengono all’aperto durante l’estate e all’interno di un lavatoio d’inverno, iniziano non appena gli internati tornano dal lavoro. Gli organizzatori sono ebrei greci di Salonicco, mercanti di professione, rappresentanti di un’antica tradizione del commercio nel Mediterraneo. Intorno a loro, che attendono accovacciati dietro a gamelle colme di zuppa densa, si aggira una folla di affamati in cerca di un litro di zuppa da scambiare con la metà del pane ricevuto al mattino. Con uno di questi greci, Levi formerà una breve e surreale società dopo l’arrivo dei russi, come racconta nel romanzo “La tregua”.

  Per rifornire il mercato esiste una vasta organizzazione, sempre gestita dai greci, che si serve della corruzione e del furto -attività fiorente nel lager-, delle amicizie che contano e della solidarietà tra connazionali.

  Oltre al pane, per lo scambio è possibile offrire una camicia. Ogni prigioniero è responsabile dell’unica camicia che fornisce il lager e in caso di smarrimento si viene frustati. Al colpevole, dopo la punizione, gli si consegna un’altra camicia e il gioco ricomincia. I più scaltri si procurano una camicia di scorta rubandola o barattandola con il pane, qualche fortunato la riceve in dono da un civile. Ma la vera moneta in circolazione nella Borsa, sono i buoni-premio che la fabbrica distribuisce teoricamente tra i migliori lavoratori, ma che in realtà finiscono in mano ai Kapos o ai loro protetti.

  Nel lager, come nella società civile, il valore delle merci fluttua in relazione alla loro disponibilità sul mercato e gli speculatori, molto attivi, si mantengono sempre bene informati. In virtù di questa legge, la quotazione dei buoni-premio può arrivare a valere una razione e mezza di pane o precipitare a mezza razione.

  Con i buoni – premio si compra nella kantine il Mahorca, un tabacco molto scadente che pochi internati fumano; è ricercato per introdurlo di contrabbando nella Buna e offrirlo ai lavoratori civili in cambio di una quantità di razioni di pane che consenta un certo margine di profitto. Lo speculatore si mangia le razioni investite e reinveste il guadagno. Quando a Cracovia ci fu penuria di tabacco il prezzo del Mahorca ebbe un notevole rialzo, aumentando di conseguenza le quotazioni dei buoni-premio. Al contrario, il loro valore precipitò nel momento in cui venne sospesa la vendita di Mahorca alla Kantine.

  Fuori dalla Borsa, si traffica anche con merce rubata nei cantieri della fabbrica. Alla Buna si ruba di tutto: chiodi, fil di ferro, vernice, grasso per lucidare le scarpe. Levi riuscì persino a rubare una scopa e, nell’impossibilità di nasconderla tra gli abiti, la tagliò in tre pezzi e in questo modo la portò al campo. La merce trafugata si vende di norma ai capi-baracca che ne hanno sempre bisogno, perché il rifornimento che arriva dalla direzione del lager è insufficiente. Il furto in fabbrica è consentito e persino fomentato, al contrario è severamente punito rubare nel campo per barattare in fabbrica, è ugualmente punito portare qualsiasi prodotto fuori dal campo; perciò il baratto di Mahorca o camicie in buono stato con i civili alla Buna, deve lasciare un margine di guadagno tale da compensare i rischi che si corrono.

  Il furto non si compie soltanto a danno della Buna ma tra gli stessi internati e, per evitare di venir derubati, ognuno è costretto a portare sempre con sé tutti i suoi averi. Nei lavatoi i prigionieri devono tenere i vestiti stretti tra le gambe, mentre si lavano e la notte nascondono sotto il cuscino persino le scarpe. La cosa rubata non sempre è destinata all’uso personale del ladro, ma spesso diventa merce di scambio.

    Ho scelto di parlare del commercio nel lager perché, fin dalla preistoria, lo scambio di mercanzie ha dato impulso a una vasta serie di attività umane e alla conseguente evoluzione dei rapporti tra individui. Anche nelle allucinanti condizioni del campo, il commercio svolge il suo ruolo di motore sociale, contribuendo a mantenere vive nei detenuti molte capacità che altrimenti correrebbero il rischio di atrofizzarsi, con effetti più devastanti ancora della libertà perduta, della fame e delle quotidiane violenze. Alla base di ogni attività umana si è sempre trovato l’istinto primario di sopravvivenza che ha stimolato lo sviluppo dell’ingegno, della creatività, del continuo accrescimento della coscienza. Nella società civile questo istinto si manifesta nella sua schietta essenza soltanto nei momenti di grave pericolo individuale o collettivo, normalmente si nasconde avviluppato dalle mille occupazioni della gente. Nel lager la situazione di pericolo è la norma e l’individuo regredisce allo stato di dover lottare per il bisogno primario di nutrirsi a sufficienza e di proteggersi alla meglio dalle condizioni climatiche per sopravvivere e, in questa lotta, ritrova la sua dimensione umana con tutte le implicazioni che comporta, dimensione che i suoi carnefici con il loro devastante potere non sono riusciti ad annientare.

  Dal campo Buna usciranno vivi in pochi. Usciranno i più forti, che non vuol dire necessariamente i più robusti, i meglio dotati fisicamente per resistere alla penuria alimentare, alla fatica stremante e alla rigidità dell’inverno passato alle intemperie lavorando sotto la neve, con i piedi sprofondando nel fango ghiacciato e una camicia e una giacca come unici indumenti per ripararsi dal freddo.

  Si salveranno quelli che meglio sono riusciti a adattarsi e a trovare il modo di evitare, con mille espedienti, che il deterioramento fisico li condannasse alla camera a gas o alla morte per malattia o denutrizione e per sopravvivere hanno utilizzato l’intelligenza, l’astuzia, l’ingegno, la capacità di sfruttare ogni occasione favorevole e la lungimiranza che gli impediva di commettere l’errore fatale. Perché un solo errore, un solo calcolo sbagliato poteva fare la differenza tra la vita e la morte.

  Nel lager Buna ogni giorno si combatte una silenziosa battaglia tra la civiltà e la barbarie, tra la difesa della dignità umana e della vita portata avanti dai prigionieri e l’oscuramento della ragione e la dissennata volontà distruttiva dei loro carnefici. Vinceranno i primi. Anche nel lager Buna il nazismo sarà sconfitto.

registro di immatriolazione del campo di Auschwitz III
Registro di immatricolazione del campo di Auschwizt III – il nome di Primo Levi compare alla settima riga