La realtà indicibile nel “Libro di sabbia” di Borges

di Marco Ferrazzoli

  Nel 1970, dopo un ventennio di produzione saggistica e poetica, Jorge Luis Borges torna alla narrativa con il ‘Manoscritto di Brodie’. Cinque anni dopo resta sul genere ma con un’opera nettamente diversa dalla precedente, ‘Il libro di sabbia’, dove impiega il registro fantastico che probabilmente gli è più proprio, come dimostrano numerose prove, da ‘Aleph’ alla ‘Biblioteca di Babele’. Va peraltro ricordato come lo stesso Borges, relativamente a questa sua cifra stilistica, si dichiari debitore di numerosi autori, da Chesterton a Wells, fino a Kafka (che appare il riferimento più convincente).

  Il racconto paradigmatico della raccolta, in tal senso, è quello di apertura: ‘L’altro’. Borges vi si raffigura come personaggio per raccontare lo straniante incontro, avvenuto nel 1969, con il proprio alter ego ventenne. Il secondo se stesso, così come quello anziano, siede su una panchina davanti a un fiume: uno sta però a Cambridge di fronte al Charles, mentre l’altro si trova a Ginevra, sul Rodano. Entrambi sono lì, si parlano, sono assieme pur essendo separati da una netta distanza spazio-temporale. L’onirico invade il reale, non si sa chi sogni chi, i due personaggi cercano di capirlo scambiandosi una moneta contro una banconota, ma tutto è inutile.

  La doppia faccia della realtà, cosmo e caos, il sogno e il doppio, non sono per Borges solo una scelta letteraria, tematica, l’idea di fondo è che l’ineffabile, l’indicibile sia un dato concreto, anche in senso sociale e politico. L’autore lo dice già al suo alter ego giovanile: “La tua massa di oppressi e di paria non è altro che un’astrazione. Esistono solo gli individui, sempre che qualcuno esista veramente”, esprimendo un dubbio più che comprensibile, vista la paradossale situazione. La provocazione esplode poi appieno nel racconto intitolato ‘Il Parlamento’, definito nell’epilogo come “la favola più ambiziosa del libro”.

  Oggetto della narrazione è un’assemblea che raccolga tutto il mondo: non una semplice caricatura, ripetizione o imitazione delle Nazioni Unite ma un parlamento in cui ciascun membro sia in grado di rappresentare – per esempio – “non solo i possidenti, ma anche gli uruguaiani, così come i grandi precursori e gli uomini dalla barba rossa e quelli che stanno seduti in poltrona”. Se ciascuno di noi è semplicemente un individuo, cioè, la deflagrazione identitaria è totale, poiché l’individualità si estrinseca in un’infinità di atteggiamenti, idee, comportamenti, posizioni: Borges vuole chiarire quanto tale caleidoscopio sia razionalmente ingovernabile. La rinuncia a qualunque “rappresentazione ordinata e semplificatoria dell’universo” è fatale, così come quella di “fissare il numero esatto degli archetipi platonici”.

  È un pensiero ovviamente rivoluzionario, in anni nei quali l’aggregazione in sistemi collettivi, ideologici, religiosi, geo-politici appare ancora granitica, che potrebbe aver forse giocato nella continuativa, quasi ostentata esclusione dell’argentino dal Nobel per la letteratura. Per quanto riguarda invece la valenza letteraria di questa specifica raccolta, una certa perplessità viene espressa dallo stesso Tommaso Scarano: alcuni testi “hanno minore spessore”, annota il curatore dell’edizione italiana de ‘Il libro di sabbia’, che esce per Adelphi con altri quattro racconti scritti tra il 1977 e il 1980 (172 pagine, 12 euro).

  In qualche caso, in effetti, Borges mette in bocca ai suoi personaggi pensieri e parole che nel tentativo di esprimere l’assoluto finiscono per banalizzarlo. Per esempio la frase del venditore di Bibbie, “Se lo spazio è infinito, siamo in qualunque punto dello spazio; se il tempo è infinito, siamo in qualunque punto del tempo”, non può non suscitare un sentore di deja vu a chi abbia anche solo qualche reminiscenza scolastica di Leopardi. Persino in un gigante come Borges il tentativo di una scrittura mistica e iniziatica, che trasmetta una “conoscenza che non può essere rivelata ma si ottiene solo attraverso un cammino di ricerca” (per usare le parole del curatore), talvolta rivela la sua intrinseca contraddittorietà.

Marco Ferrazzoli
  Capo ufficio stampa del Consiglio nazionale delle ricerche, docente di Teoria e tecnica della comunicazione della conoscenza all’Università di Roma Tor Vergata. Giornalista professionista, saggista, il suo ultimo volume è ‘Parola di scienziato. La conoscenza ridotta a opinione’ (con Francesca Dragotto, Universitalia). Un suo contributo compare nell”Annuario scienza tecnologia e società Observa 2018′.