La giramondo

  Ancora non so spiegarmi perché, invece del Po col Valentino, mi stamparono sulla facciata degli anonimi palazzoni di non so quale periferia torinese. Oltre che brutta, mi avevano confinata in un quartiere di scarso interesse turistico. E io che mi morivo dalla voglia di girare il mondo, di conoscere tante buche delle lettere, tanti postini, tanti CAP. E’ duro, per una cartolina ambiziosa, rassegnarsi ad un futuro anonimo, sepolta in una cartoleria di periferia.

  Sonnecchiavo tutto il giorno, per non pensare alla mio insulso presente, così quasi non mi accorsi che nel negozio era entrato un ragazzo, il quale scelse proprio me: perché, spiegò alla cartolaia, l’ufficio dove aveva trovato da poco un lavoro si trovava proprio dietro gli anonimi palazzoni riportati sulla mia facciata. Si fece anche prestare una biro, aveva fretta di spedirmi.

  Per prima cosa venni a sapere che sarei finita nelle mani di una tal Carissima Donatella. Ma dove? Avrei solcato mari, viaggiato in aereo, attraversato chissà quante città e magari continenti. Quando il ragazzo precisò la mia destinazione, mi sarei messa a piangere dalla rabbia: la carissima Donatella viveva in quel di Cuneo, una distanza risibile e mortificante rispetto alle mie alte aspirazioni. Poco m’importava l’affettuoso messaggio: “Ti amo tanto. Baci, baci dal tuo Ernesto”, la mia esistenza si sarebbe presto bruciata su un trenino locale, in un corto viaggetto, altro che rotte transoceaniche.

  Giacevo tristemente su un bancone di smistamento delle Poste Centrali di Torino, quando mi accorsi che la cartolina accanto a me era diretta a Parigi. Lei sì che era fortunata! Poiché di carattere non sono invidiosa, le feci i miei rallegramenti, ma la sua risposta mi lasciò sconcertata: “Mi hanno detto che viaggiare stanca. Sarei molto più contenta di andare a Cuneo al posto tuo”. Io la presi in parola e ci scambiammo le rispettive destinazioni.

  Che splendida città è Parigi, e come sono confortevoli i suoi uffici postali! Ero molto felice di aver messo una così grande distanza tra me e Cuneo, speravo di non doverci arrivare mai.

  Intanto, l’impiegato postale mi rigirava tra le mani, ripetendo perplesso: “Cuneò, Cuneò” (con l’accento alla francese), poi decise di mettermi insieme alla corrispondenza del Borneo (anzi, Borneò), perché aveva lo stesso dittongo di Cuneo. Ragazzi, quanto girai da quel momento! Mi facevano rimbalzare da un’isola all’altra dell’arcipelago indonesiano, e sono più di tredicimila, se solo conoscete un poco la geografia.

  Finii, per perdere la cognizione del tempo, ero tutta accartocciata per il clima torrido di quei luoghi e l’indirizzo oramai non si leggeva quasi più. Confesso che non vedevo l’ora di raggiungere la carissima Donatella per recapitarle i baci di Ernesto, ma dopo l’ultima isola del Borneo mi dirottarono a Montevideo, sempre per via del dittongo. Mi feci tutti i paesi dell’America Latina, compresa la Patagonia. Come finii a Potsdam, e di lì a Novosibirsk, non saprei dirlo.

  Mi lasciavo sballottare, ai limiti delle forze, finché un giorno mi arrivò all’orecchio la familiare parlata torinese. Pensai: “Sto delirando, tra poco sarò morta”. Invece, ero di nuovo alle Poste Centrali di Torino, circondata da un mucchio di funzionari che guardavano incuriositi i molti timbri che mi ricoprivano. Giunsi a Cuneo un’ora dopo, finalmente.

  La carissima Donatella, oramai sposata (ma non con Ernesto) e madre di cinque ragazzi già grandi, non finiva più di ridere e voleva gettarmi nella spazzatura, ma uno dei figli insisté per portarmi alla redazione del quotidiano locale, che il giorno dopo pubblicava a nove colonne il seguente titolo:

 

Sempre più scandaloso il disservizio postale

 Cartolina impiega 27 anni da Torino a Cuneo

Mamma Oca