Roma capocciata

di Lorenzo Stella

  Regione Lazio e Ater hanno riconsegnato a Ernesto Sanità le chiavi della casa popolare dove era vissuto dal 1970 fino a quando, sette anni fa, fu “sfrattato” dai Casamonica, che pretesero l’appartamento come presunto “risarcimento” per un debito contratto dal figlio con il clan. Che al legittimo inquilino sia servito tutto questo tempo per tornare a casa sua, trascorso tra minacce di morte e denunce cadute nel vuoto, rientra probabilmente nelle lungaggini croniche della nostra giustizia.

  Sempre nei giorni scorsi, si è poi saputo che la nuova spiaggia in stile parigino sotto ponte Marconi, strombazzata con grande clamore mediatico dalla sindaca Virginia Raggi ma accolta con non poco sarcasmo, sarebbe controllata da una sorta di servizio di vigilanza affidato agli stessi rom che stazionano abusivamente nella zona in alloggi di fortuna. Una delle responsabili del progetto dello stabilimento “Tiberis” ha esplicitamente parlato di un accordo con un capo rom chiamato Zorro, alias C. Z., inquilino abusivo ma indisturbato da vent’anni di una casetta comunale in zona (un mancato sgombero che fa il paio con la tardiva restituzione della casa al signor Ernesto). Zorro ha orgogliosamente confermato al Messaggero di aver assicurato la sua protezione al Comune di Roma per evitare che la spiaggia sia disturbata da incursioni dei nomadi, poiché l’idea è tanto “bella” e “caruccia”. Lo ha ripetuto più volte, in un’intervista surreale, grottesca, che ricorda la sociologia di Ernesto de Martino: il pensiero magico, arcaico, tribale che sopravvive nelle società moderne in una sorta di dimensione parallela.

  Viene dire che la Capitale è all’ultima spiaggia, che si tratti del Tevere o del mare di Ostia. La battuta è d’obbligo dopo che il decimo municipio di Roma, per pubblicizzare le iniziative estive, ha prodotto e diffuso un video con lo slogan: “Un’estate senza testate”. Lo spot ha scatenato una bufera inevitabile, visto che ironizza sull’aggressione compiuta nel novembre scorso da Roberto Spada ai danni del giornalista Rai Daniele Piervincenzi e del suo operatore Edoardo Anselmi. Spada, membro della famiglia considerata il clan dominante su Ostia, ha subito una recente condanna a 6 anni di carcere per l’aggressione e per la testata con cui ha rotto il naso al giornalista, con l’aggravante del “metodo mafioso”. Pochi giorni prima, ricordiamo, era iniziato il maxiprocesso al clan al quale nessuna vittima si è costituita parte civile, tale è il clima di paura.

  La concessione dell’aggravante è significativa. Ricordiamo che nei cinquant’anni trascorsi da quando sono arrivati a Roma, i Casamonica non sono mai stati indagati né tanto meno condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso, nonostante che la famiglia zingara sia sospettata di intrattenere rapporti con ’ndrangheta e camorra per business quali abusi edilizi, furti d’auto e traffico di droga. Così come non ci sono a loro carico processi o sentenze per omicidi e neppure per reati commessi con armi da fuoco: non si sa quanto per una sorta di loro improbabile codice d’onore o quanto, più probabilmente, perché abili a passare a loro esecutori i lavori sporchi che in certi affari sono inevitabili.

  Nello scorso maggio era accaduto un altro triste e grave fatto, il pestaggio compiuto in un bar da alcuni esponenti dei Casamonica ai danni del barista e di una cliente disabile. Nelle convulse ore successive all’episodio, alcuni parenti degli aggressori si sono presentati nel locale con un tono tra il contrito e l’intimidatorio, facendo capire che avrebbero gradito il ritiro della denuncia e che erano molto irritati con i loro congiunti: l’episodio, in effetti, ha attirato ulteriori riflettori sulla famiglia già tanto attenzionata. Spregevole che sia, il discorso ha una sua logica: chi vuole controllare le attività criminali in un territorio serve un clima tranquillo, deve assolutamente evitare spacconate superflue.

  Lo stesso ragionamento potrebbe però essere applicato a Spada, che ha compiuto la sua aggressione in favore di telecamera, senza curarsene minimamente, quasi ci tenesse a farsi riprendere. “Spada ha agito da boss, ha usato una violenza ostentata, plateale. Cosa c’è di meglio di una telecamera”, ha osservato al riguardo il pm Giovanni Musaró, “per acquisire prestigio. Avrebbe potuto chiudersi dentro la palestra e non ricevere il giornalista oppure picchiarlo all’interno. Invece ha voluto rivendicare il territorio”.

  Il pensiero del magistrato, però, non convince del tutto. Il mafioso dovrebbe abbinare comportamenti pubblici apparentemente impeccabili alla perpetrazione occulta dei peggiori reati: è anche per questo che forze dell’ordine e magistratura incontrano grandi difficoltà nella loro azione di contrasto. Spada ha agito esattamente all’opposto, rovinando la sua condizione di incensurato per mostrarsi nei tg e nei talk show a tutta l’Italia. Con la sua “ostentata brutalità”, per citare la motivazione dell’arresto, non rientra tanto nel “contesto mafioso” quanto nello stereotipo del coatto (nella periferia capitolina si dà del “coatto” a qualcuno spavaldo, mentre con “burino” si definisce un tipo ignorante e sottomesso).

  Dovremmo parlare quindi di “aggravante coatto”, più che mafiosa. Il prefetto Domenico Vulpiani, già commissario del municipio capitolino, ha giustamente ricondotto l’episodio al modello proposto da fiction quali ‘Gomorra’ e ‘Suburra’: narrative efficacissime ma, proprio per tale ragione, capaci di ammantare i clan criminali di un appeal pericolosissimo, soprattutto per le giovani generazioni che possono essere indotte a processi emulativi. Il fascino del male è un processo ben noto, ma forse si potrebbe provare a investire nella produzione di fiction altrettanto impattanti di cui siano protagonisti gli uomini dello Stato e non boss, come ‘Sotto copertura’, il seriale dedicato dalla Rai alla squadra di polizia che catturò il superlatitante Michele Zagaria, un successo da oltre quattro milioni di spettatori (ottenuto riunendo nel cast attori collaudati in fiction popolari come ‘Non uccidere’, ‘I bastardi di Pizzofalcone’, ‘Don Matteo’).

  C’è insomma un aspetto estetico, stilistico, di immagine da tenere in considerazione. La reiterazione ossessiva del video della testata di Spada a Piervincenzi, accolta infatti da parecchie perplessità, potrebbe aver indotto un effetto diverso da quello apotropaico che si intendeva ottenere. Spada è diventato un ‘meme’. E invece, sul piano dell’immagine, l’iconografia criminale andrebbe sminuita, ridicolizzandone gli aspetti più pacchiani: automobili e orologi di lusso, completi da cerimonia in satin e donne ingioiellate, matrimoni con fuochi d’artificio e concerti neomelodici, ville con rubinetti d’oro e capitelli… Quelli che sono stati confermati a livello di cronaca dal famigerato funerale-show del boss Casamonica o dalla recente retata di arresti e sequestri immobiliari (tra cui quelli di quattro case popolari occupate come restituzione di debiti) compiuta dai Carabinieri ai danni degli Spada.

  I romani hanno l’impressione di vivere una situazione di degrado crescente, lo lamentano relativamente a problemi quali buche stradali, immondizia non raccolta, lentezza e inefficienza dei trasporti pubblici: fatti concreti e reali, sicuramente preesistenti all’attuale giunta, che però non sembra in grado di risolverli. Anche sul tema della sicurezza pubblica e della legalità istituzionale alcune lamentele sono dovute a percezione, suggestione collettiva, chiacchiere da bar o chat da social. Ma ci sono elementi oggettivi e gravi che fanno temere si sia oltrepassato il limite di guardia e perfino sospettare combine tacite sottobanco che ricordano il cosiddetto accordo “Stato-mafia”.

  Perché l’indignazione si trasformi in una presa di coscienza civile, però, è indispensabile che si superino la faziosità e dalla malafede che a livello amministrativo, istituzionale e politico ostacolano l’applicazione di misure efficaci. L’ideologizzazione con cui si analizza il problema della criminalità romana, collocando “a destra” i clan, mentre la “sinistra” tende a maggior indulgenza per i microcriminali stranieri, va superata. Le persone per bene dovrebbero aborrire in egual modo tutta la malavita: romana, nomade italiana, rom, straniera, immigrata ed extracomunitaria. Senza alcuna distinzione o distorsione, forcaiola o buonista, cerchiamo quindi di analizzare e comprendere anche le sfumature culturali della sua diffusione.