Lina, anticonvenzionale e coraggiosa regista da Oscar, compie 90 anni

di José de Arcangelo

Lina la ribelle, Lina l’innovativa, Lina l’autrice, Lina la Wertmuller. Regista anticonvenzionale e coraggiosa, Arcangela Felice Assunta Wertmuller (vero nome) compie oggi 90 anni – Roma, 14 agosto 1928 – ma è sempre vivace e ironica, e ricorda che la vita va vissuta lavorando e divertendosi. La prima donna candidata all’Oscar per la regia (con “Pasqualino Settebellezze”, nomination anche per la sceneggiatura, Miglior film straniero e attore protagonista) è una delle prime autrici ad imporsi contemporaneamente sia sul piccolo che sul grande schermo firmando film e commedie che allora (nei primi anni Sessanta) erano privilegio dei maschi. L’unica compagna italiana d’avventura era allora, forse, Liliana Cavani.

Armata di una grinta e di una personalità forte, ‘la signora con gli occhiali bianchi’ è riuscita a debuttare – dopo aver collaborato, tra gli altri, con Federico Fellini -, con “I basilischi” (1963), una commedia ambientata nel paese d’origine del padre, di lontane radici svizzere (la madre era romana), rivisitato in una satira grottesca e al tempo stesso affettuosa, sorta di ‘vitelloni’ lucani.

Il primo successo arriva però sul piccolo schermo (dove già collaborava per i testi, da “Canzonissima” a “Studio 1”) e segna il sodalizio con Rita Pavone che per lei diventa Gian Burrasca ne “Il giornalino di G.B.” (1964-65), seguito da due film con la stessa irrefrenabile cantante e il giovanissimo Giancarlo Giannini: “Rita la zanzara”(1966), firmato con lo pseudonimo George H. Brown, e “Non stuzzicate la zanzara” (1967), in cui fondeva magistralmente commedia sofisticata, musical e spettacolo tout court. La ‘mamma’ di Rita era niente meno che Giulietta Masina.

Nel frattempo, per il grande schermo, aveva girato “Questa volta parliamo di uomini” (1965) che, in un certo senso, era la risposta a “Se permettete parliamo di donne”, opera prima di Ettore Scola, dopo una lunga gavetta come sceneggiatore. E uno spaghetti western in pieno 1968, “Il mio corpo per un poker”, co-diretto con Piero Cristofani e firmato da entrambi sotto lo pseudonimo maschile Nathan Wich.

Ma la consacrazione arriva con “Mimì metallurgico, ferito nell’onore” (1972), presentato al festival di Cannes, dove senza vincere venne acclamato da pubblico e critica. Inizia così la collaborazione con la coppia protagonista, lanciata nel panorama internazionale al loro primo film. E saranno loro a vincere, infatti, i riconoscimenti più prestigiosi dal David di Donatello al Golden Globe, mentre Lina – forse a causa del suo sarcasmo e la sua cruda sincerità – non verrà ancora presa in considerazione.

Amata e odiata con la stessa intensità, accusata di essere una dittatrice sul set (ma allora ci voleva, soprattutto per una donna) e di misoginia, la Wertmuller sfornerà ancora altri corrosivi quadri dell’Italia di ieri e di oggi, fra satira grottesca e corrosiva ironia, tutti contrassegnati da titoli lunghissimi: “Film d’amore e d’anarchia,  ovvero stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…” (1973), “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” (1974).

Breve intervallo nello stesso anno con “Tutto a posto e niente in ordine”, dedicato agli emigrati meridionali nella periferia milanese, per riprendere con “Pasqualino Settebellezze”, e Giannini protagonista assoluto. Ma, dopo il successo internazionale e le 4 nomination del film, la regista viene notata a Hollywood e firma il suo film ‘americano’ “La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia” (1977), in cui Giannini è affiancato da Candice Bergen, allora star reduce del successo di “Soldato blu”, “Vivere per vivere”, “Conoscenza carnale” e “Stringi i denti e vai”.

Il sodalizio con la coppia Giannini-Melato non si è ancora concluso del tutto quando la regista inizia un’altra lunga collaborazione, stavolta con Sophia Loren, protagonista accanto a Mastroianni e Giannini, di “Fatto di sangue fra due uomini a causa di una vedova. Si sospettano moventi politici” (1978).

Seguito da altre tre pellicole diverse per tematiche e interpreti, dove l’autrice perde un po’ della sua eversiva carica: “Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada” (1983) con Ugo Tognazzi e Piera degli Esposti, “Sotto… sotto… strapazzato da anomala passione” (1984) con Enrico Montesano e Veronica Lario, futura signora Berlusconi. Ma è, forse, con “Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti” (1985), che ritrova la sua vena più satirica e graffiante, grazie a un’ambientazione napoletana davvero esplosiva e con una giovane e strepitosa Angela Molina, assecondata da Harvey Keitel e Francisco Rabal. Premiato a Berlino, ex aequo con “La storia ufficiale”.

L’ultimo film con la rimpianta Mariangela Melato è “Notte d’estate con profilo greco, occhi a mandorla e odore di basilico” (1986), dove l’attrice è protagonista accanto a Michele Placido, in una commedia sulla scia di “Travolti…”.

Nell’89 realizza quello che resta il suo unico film veramente drammatico e ispirato a un fatto di attualità, “In una notte di chiaro di luna” con Rutger Hauer e Nastassja Kinski, in cui un giornalista americano sta preparando un servizio sulla reazione della gente comune al fenomeno dell’Aids, senza sapere di esserne affetto lui stesso.

L’anno successivo ritorno sul piccolo schermo, senza mai lasciare quello grande, con un tv movie realizzato per Mediaset – per cui aveva fatto l’anno prima “Il decimo clandestino” – e interpretato dalla diva Sophia Loren: “Sabato, domenica e lunedì” (1990), seguiti poi a distanza da “Francesca e Nunziata” (1999), di nuovo con Giannini co-protagonista; “Peperoni ripieni e pesci in faccia” (2004).

Per il cinema gira nel 1992 “Io speriamo che me la cavo”, dal romanzo di Marcello D’Orta, con Paolo Villaggio, sempre in bilico fra commedia e dramma, con cui si consolida ormai l’abitudine di tradurre in immagini storie non sue, anche se continua a partecipare alla sceneggiatura. Infatti, “Ninfa plebea” (1996) è tratto dal romanzo di Domenico Rea, sceneggiato con Ugo Pirro; mentre “Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica”, realizzato subito dopo, è una storia scritta e sceneggiata con Leo Benvenuti e Piero De Bernardi.

Nel 1999 affronta un film storico, quindi in costume, ma in chiave di commedia “Ferdinando e Carolina”, sceneggiato con Raffaele La Capria e ispirato a Ferdinando I di Borbone, re di Napoli, il quale sul letto di morte ricorda la sua giovinezza e l’amore per Carolina.

Chiude la sua carriera di sceneggiatrice e regista con “Mannaggia alla miseria!” (2009) per il quale si affida alla coppia del precedente film: Sergio Assisi-Gabriella Pession. Ma lungo la sua instancabile attività ha anche firmato documentari e corti per entrambi gli schermi: “E una domenica sera di novembre” (1981, doc tv), “Imago urbis” (1987), “12 registi per 12 città: Bari” (1989), “L’encyclopédie audio-visuelle” (1° episodio, 1993). L’ultimo nel 2014 “Roma, Napoli, Venezia… in un crescendo rossiniano”.

Nel 2010 le è stato conferito il David di Donatello alla carriera e se allora diceva “Stento a calarmi nei panni dell’ottantenne, ho sempre avuto uno strano rapporto con l’età. Ma quello che conta è se sei rincoglionito o meno, allora non cambia se hai 80 anni oppure 50”, oggi lo conferma. Fiera della sua privacy, ha però sempre rivelato soltanto i suoi due grandi amori: il marito scenografo Enrico Job – scomparso nel 2008 – e la figlia Maria Zulima. Negli ultimi anni è stata presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia.